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Al Glocal Fabrizio Gatti racconta il naufragio dei bambini

Presentato a Varese "Un unico destino" il docufilm del terribile naufragio in cui persero la vita 268 persone di cui 60 bambini e per il quale il Gip ha disposto ulteriori indagini sugli ufficiali italiani che ritardarono i soccorsi.

 

Ricordo ancora quel viaggio in treno in cui avrei voluto che la stazione di Varese non arrivasse mai per non interrompere la lettura di “Bilal”, il capolavoro di umanità dello scrittore e giornalista Fabrizio Gatti.

E ieri eccolo a Varese, ospite del Glocal, il festival della comunicazione digitale organizzato da Marco Giovannelli e il suo Varesenews a presentarci la sua ultima creatura, il docufilm “Un unico destino” che racconta i  retroscena del terribile naufragio avvenuto al largo di Lampedusa l'11 ottobre 2013 che costò la vita a 268 siriani in fuga dalla guerra, tra cui 60 bambini, tanto da essere ricordato come “il naufragio dei bambini”.

Protagonisti del film tre medici siriani che in quel disastro persero i figli. Protagonista anche l’Italia che in quella vicenda non ha mostrato purtroppo il suo volto migliore.  Di fronte alle disperate chiamate di soccorso la Marina italiana che aveva una nave, la Libra, a meno di un’ora dal barcone in difficoltà, decide di non intervenire e arriva sul luogo del disastro solo quando il barcone è già affondato.

La presentazione del film arriva proprio qualche giorno dopo un’ importante novità, il Gip di Roma ha infatti respinto la richiesta di archiviazione della Procura, ordinando la prosecuzione delle indagini sugli ufficiali della Marina e della Guardia Costiera coinvolti nella tragedia i quali non ordinarono alla Libra di intervenire. Omicidio colposo e omissione d'atti d'ufficio, i reati contestati.

Un naufragio che ha cambiato la storia del Mediterraneo, se è vero che dopo quella tragedia il nostro Governo decise di  ordinare l’intervento unilaterale italiano per intercettare tutti i barconi al largo della Libia, prima attraverso l’operazione Mare Nostrum, poi tramite le organizzazioni umanitarie.

 

“Un unico destino” è frutto di un imponente lavoro di indagine svolto dal giornalista dell’Espresso Fabrizio Gatti e dalla sua équipe. Il giornalista peraltro non è nuovo a imprese coraggiose. Lo ricordiamo nei suoi lunghi e dettagliati reportage quando ad esempio si è buttato in mare al largo di Lampedusa e fingendosi clandestino è stato rinchiuso nel centro di detenzione dell'isola come immigrato iracheno, con il finto nome di Bilal Ibrahim el Habib in modo da descrivere le terribili condizioni di vita del centro. O quando ha attraversato quattro volte il deserto del Sahara sui camion con centinaia di migranti in viaggio dal Niger verso la Libia e si è infiltrato in una organizzazione di trafficanti di uomini in Nord Africa, diventando l'autista di uno dei gangster. Sempre per svolgere una delle sue inchieste da infiltrato, si è fatto ingaggiare come schiavo, con altri lavoratori stranieri, dai caporali che controllano la raccolta di pomodori in Puglia.

 

Di fronte a riflessioni che a volte possono cadere anche nel tecnicismo, il toccante film trasmesso integralmente in apertura dell’incontro di ieri e il successivo intervento di Fabrizio Gatti sono stati un forte richiamo ad un giornalismo che si fa portavoce con un lavoro impegnativo e appassionato di una richiesta di giustizia e verità.

Cercare giustizia non cancella il dolore. E a questo proposito il giornalista ha ricordato il toccante episodio di uno dei medici sopravvissuti che tutte le sere accende il proprio smartphone per ascoltare le voci dei suoi bambini morti nel naufragio nella speranza di poterli incontrare in sogno.

Sicuramente può  aiutare però a lenire il senso di colpa dei sopravvissuti che emerge prepotente dietro alle parole dei medici siriani che raccontano passo a passo i momenti drammatici di quell’11 ottobre, da quando l’imbarcazione ha cominciato a riempirsi d’acqua, alle sempre più disperate chiamate di soccorso rimaste inascoltate (“Stiamo morendo, per favore…”). E ci dà anche un’immagine diversa del “contenuto” di quei barconi, all’interno dei quali non ci si immaginerebbe di ritrovare medici, ingegneri professionisti con le loro famiglie, a cui la guerra ha portato via tutto.

Prima di incontrare Gatti i tre medici protagonisti del film avevano avuto contatti con altri giornalisti, tutti alla ricerca di racconti strappalacrime, ma non interessati a ridare giustizia e verità alle vittime.

Ora, dopo l’ultima svolta nelle indagini, ai superstiti viene restituita almeno la fiducia nella giustizia italiana. Ed è importante per loro, ma anche per noi, per difendere la parte bella del nostro Paese: Dice bene Gatti: “Stiamo cercando di rendere possibile la giustizia per noi stessi“.  

 

Marcella Codini

18/11/2017