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Assistenti a quattro zampe - Cani che assistono disabili

Opportunamente addestrati i cani possono diventare un valido aiuto alle persone disabili nella vita quotidiana. Enzo Panelli è il primo operatore italiano di pet therapy in carrozzina: “Quando faccio quel lavoro non c’è differenza tra me che sono in carrozzina e chi non lo è. Jana, il mio cane, mi aiuta in tante piccole incombenze quotidiane, mi raccoglie le chiavi e il cellulare, accende e spegne le luci, apre la porta quando voglio andare a farmi un giro…”.

 Negli anni '50, lo psichiatra americano Boris Levinson, che si occupava di pazienti con gravi disturbi del comportamento, in particolar modo bambini, scoprì casualmente che la presenza del suo cane in studio favoriva il contatto con i piccoli pazienti. Mentre questi erano interessati ad accarezzarlo e a giocare con lui, Levinson aveva infatti notato un certo rilassamento, una disponibilità al dialogo e una maggiore collaborazione.

Fu proprio Levinson a coniare il termine pet therapy, ovvero "terapia per mezzo dell'animale". Da allora, pur tra difficoltà e diffidenze, la pet therapy ha trovato applicazione in diversi ambiti: dalle scuole, agli ospedali, alle case di riposo, avvalendosi di diverse tipologie di animali: soprattutto cani, gatti, ma anche conigli, cavalli, delfini e ultimamente asini.

Particolarmente utile si è rivelata la dog therapy: prendersi cura di un cane e doverlo gestire, non solo produce benefici fisiologici, psicologici e sociali, ma arricchisce anche la vita dal punto di vista pratico, infatti si è scoperto che i cani possono essere dei validissimi assistenti per le persone con disabilità grave.

Che stia giocando in un parco, lavorando in un supermercato o pagando alla cassa di un negozio, lo straordinario cane assistente è un catalizzatore per le conversazioni, per conoscere persone nuove e per aumentare le opportunità di interazioni sociali del proprio compagno.

I cani assistenti sono inoltre addestrati ad una varietà di risposte in situazioni di necessità e sono sempre pronti ad assistere quando si presenta l'occasione, che si tratti di attivare un allarme, o di andare a prendere il telefono portatile di casa, o di raccogliere e portare un oggetto caduto a terra, dando al loro compagno umano e alla sua famiglia, sicurezza e tranquillità.

Nel 1995, uno studio di due anni condotto dalla dottoressa Karen Allen ha evidenziato come coloro che potevano usufruire di cani di assistenza mostravano un maggior benessere psicofisico, maggiore autostima, migliore integrazione nella comunità e controllo sul proprio ambiente.  Inoltre, il numero di ore di assistenza al portatore di handicap da parte della famiglia o dei volontari si era ridotto, in media, del 78%, rappresentando quindi un notevole risparmio dal punto di vista economico.

I benefici che il cane porta con sé includono anche una maggiore motivazione a realizzare il proprio potenziale al di là della disabilità.  L'indipendenza acquisita ha incoraggiato molte persone ad impegnarsi in un lavoro o ad iscriversi all'università, e la qualità della vita è migliorata in modo significativo.

Questi cani, oltre ad essere di enorme aiuto nella quotidianità, sono una compagnia e con il loro affetto incondizionato, giorno dopo giorno, danno supporto emotivo e conforto morale. A mano a mano che il legame si approfondisce, cominciano inoltre ad anticipare le necessità del loro compagno umano, e la vita quotidiana si semplifica.

Una volta completato il loro addestramento, i cani assistenti, pur non sostituendosi del tutto all’assistenza umana, possono colmare molte lacune fisiche del disabile e sono in grado di rispondere  ad oltre un centinaio di richieste, come: attraversare un passaggio pedonale o premere il pulsante per far diventare verde il semaforo o per chiamare un ascensore, caricare o svuotare la lavatrice, riportare una grossa varietà di oggetti richiesti, per esempio un mazzo di chiavi, un inalatore, una stampella o semplicemente il telefono, prendere gli oggetti dagli scaffali del supermercato, consegnare gli oggetti ed il portafoglio alla cassa, assistere la persona nel vestirsi o svestirsi, eseguire tutta una serie di procedure di emergenza, aprire e chiudere le porte, accendere e spegnere le luci o la Tv.

Dell’utilità dei cani assistenti e dell’iter necessario per il loro addestramento, parliamo con Enzo Panelli, 48 anni, di Comerio (Varese), che è il primo operatore italiano di pet therapy in carrozzina. Da 6 anni, Jana, il suo cane, lavora con lui all’unità spinale di Niguarda, ma gli fa anche da assistente. Prima dell’incidente che più di vent’anni fa lo ha portato sulla sedia a rotelle, era un imprenditore edile con la passione per le moto. Di quel momento non ricorda nulla. E dopo? “Il sentimento principale che provavo era quello della sfida, avevo voglia di dimostrare a me stesso di potercela fare”.

 

- Enzo, come ti sei accostato alla pet therapy?

«Nel 2006 mi è stato proposto di partecipare al progetto “Cane assistente” con l’associazione Dog4life. All’inizio ho avuto qualche perplessità perché ho sempre amato i gatti, Jana è il mio primo cane. Mi sembrava un controsenso: un gatto anche in carrozzina lo posso tenere in braccio, ma come faccio a gestire un pastore di 30 chili? Poi ho dovuto ricredermi.

Jana ha un carattere “vulcanico”, quindi il primo lavoro su di lei è stato fatto sulla calma. Su di me il lavoro più grosso che ha fatto il cane è stato quello di darmi un po’ di regole. Per me che non esisteva differenza tra il giorno e la notte, il fatto di prendermi cura di un animale ha avuto come conseguenza che ho dovuto impormi delle regole, perché Jana ha i suoi ritmi e i suoi orari per mangiare, uscire, riposare».

 

- Come vengono selezionati i cani per la pet therapy?

«Fondamentale è valutare il carattere del cane e selezioniamo anzitutto animali che non abbiano subito traumi, per questo motivo non utilizziamo quelli provenienti dai canili, ma li prendiamo da allevamenti che conosciamo. Si usano per lo più le femmine, ma quello che conta, lo sottolineo, è il carattere del cane. Conoscerlo è utile non solo per vedere se è idoneo alla pet therapy, ma anche per capire per che tipo di pet therapy è adatto:un conto è lavorare con i bambini, un conto con gli anziani o con soggetti para o tetraplegici. Per capire il carattere facciamo dei test. Ad esempio lanciamo delle palline e il cane che prima di tutti gli altri le raccoglie è quello che ha il carattere più forte. Oppure quando il cane è tranquillo facciamo cadere vicino a lui un libro pesante e vediamo come reagisce: se ha delle reazioni esagerate non è  adatto per la pet therapy. In ogni caso il cane partecipa ad un corso, al termine del quale c’è un esame finale e solo se lo supera potrà svolgere questa attività».

 

- Quanto dura l’addestramento?

«In genere l’addestramento comincia quando il cucciolo ha 2/4 mesi e dura un anno, un anno e mezzo. Dopo un primo periodo di addestramento, nel caso in cui si voglia utilizzare l’animale come assistente ad una persona disabile, si comincia l’avvicinamento con la persona intenzionata ad accoglierlo, che inizialmente lo riceve in casa 2/4 volte la settimana. Si vede se il cane si lega alla famiglia: nell’80% dei casi questo avviene, ma non è scontato. Bisogna anche valutare che il cane sia trattato bene. Passato un mese, se tutto va bene, il cane resta definitivamente presso la persona che l’ha in affido e che lo prende completamente sotto la sua tutela e sarà l’istruttore che andrà in casa della persona a completare l’addestramento, in modo da insegnare al cane ad eseguire i vari compiti che risultano utili in quel caso specifico e al disabile a trarre il meglio dal rapporto, sia in termini di affetto e compagnia, sia in termini di aiuto pratico».

 

- Quanto costa avere un cane addestrato come assistente?

«Il costo dell’addestramento è di 15/16mila euro, ma per chi non può permettersi di spendere una cifra di questo genere, interviene l’associazione Dog4life che si avvale di donazioni. Certo, in questo caso c’è una lista d’attesa, ma non è molto lunga».

 

- E chi volesse addestrare il proprio cane?

«Intanto va detto che il disabile può sia prendere un cane già addestrato, che imparare ad addestrarlo. Se sceglie di utilizzare il proprio cane, occorre verificare che abbia le caratteristiche adatte, ma sicuramente ci vuole molto più tempo di quando si addestra un cucciolo».

 

- Come si svolge la tua attività di operatore di pet therapy?

«Io opero come volontario all’Unità Spinale dell’Ospedale Ca’ Granda di Milano. Le unità spinali sono strutture dove vengono ricoverate le persone con lesione midollare all’uscita dalla rianimazione e dove si opera attraverso varie attività (ginnastica, riabilitazione, educazione allo sport, cucina, guida, ecc.) al fine di rendere la persona il più possibile autonoma. Si tratta di strutture fondamentali, con una capienza purtroppo insufficiente: per 1700 casi di lesioni midollari che ci sono in Italia, vi sono solo 300 posti nelle unità spinali.

Io mi reco là una o due volte la settimana e lì lavoro con il cane, in collaborazione con medici, fisioterapisti, psicologi. Non si tratta unicamente di favorire il contatto con l’animale per migliorare il benessere psicologico, noi lavoriamo con degli obiettivi ben precisi: può essere, ad esempio, che la nostra attività sia finalizzata a rinforzare un braccio, o a migliorare la voce o a potenziare l’autostima del paziente. Anche in quest’ultimo caso il cane offre un grande aiuto perché non ha pregiudizi e non giudica. Lavorando con i cani si crea un clima di divertimento ed è importante che il cane stesso si diverta. I cani vengono addestrati all’obbedienza, ma non diventano delle macchine. Così, a volte succede che quando devono riportare un oggetto che a loro piace, lo facciano malvolentieri e con esitazione e questo crea un’ilarità generale.

Dal punto di vista personale, quando faccio quel lavoro non c’è differenza tra me che sono in carrozzina e chi non lo è.

All’Unità Spinale di Niguarda da anni è stato attivato un servizio di pet therapy, ma purtroppo in altre strutture è invece difficile entrare per fare questa attività. Ora si sta lavorando per fare in modo che la pet therapy venga riconosciuta ufficialmente come terapia».

 

- In cosa ti aiuta Jana nella tua vita quotidiana?

«Mi viene in aiuto in tante piccole incombenze. Ad esempio, se sono al supermercato e mi cade la moneta o il cellulare, lei me li raccoglie e me li porta. O se mi va di uscire, mi apre  e mi chiude la porta e se ho voglia di bere, va a recuperarmi una bottiglia in frigo. Un conto è chiedere di fare queste cose ad una persona, un conto è chiederlo ad un cane. Sono piccole cose che ti permettono di avere più indipendenza. Io non mi separo quasi mai da Jana, che ora ha sei anni. Insieme abbiamo un vero progetto di vita e posso dire che è un pezzo di me e se non c’è mi manca».

 

- Trovi difficoltà ad entrare con lei nei luoghi pubblici?

«Nel nostro ordinamento è previsto il cane che accompagna i ciechi, che può entrare nei negozi, negli ospedali e non staccarsi mai dal proprio padrone, ma non è prevista la figura del cane come assistente ai disabili fisici. Quindi per il cane accompagnatore può esserci qualche problema (a parte in Toscana dove i cani possono entrare in tutti i luoghi pubblici).

Io la munisco di apposita pettorina con la croce e questo è utile; inoltre ho imparato che non devo chiedere se può entrare il cane, entro e basta, perché a quel punto molti pensano: “Se entra vuol dire che può entrare”».

 

Sull’utilità dei “cani assistenti” anche nei casi di disabilità molto gravi, è interessante ascoltare l’opinione di Marco, un ragazzo tetraplegico, che abita in provincia di Varese, uno dei primi utilizzatori di un cane assistente: “Pensavo che un cane fosse solo un elemento di compagnia all’interno della casa e invece mi sbagliavo, sa capire i tuoi stati d’animo, sa farti sorridere, ti consola, ma soprattutto come nel caso della mia piccola Nasi, permette di riprendere in mano la propria autonomia e quindi la propria vita. Ora vedo il cane non più solo come un animale, ma come un amico che può aiutarti per tutta la vita”.

 

Anche sulle pagine di questa rivista abbiamo spesso parlato tanto degli aiuti che la tecnologia può offrire… ma avevamo dimenticato ancora una volta l’aiuto che la natura stessa ci può offrire e che da sempre è qui a portata di mano… o meglio di zampa.

 

Marcella Codini 

Lisdha news, gennaio-marzo 2013, n. 76

 

05/11/2013
Enzo Panelli