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Contro lo stigma della malattia mentale

Lo psichiatra Alberto Salmoiraghi, nato in Italia, ma trasferitosi in Inghilterra, coltiva un desiderio: “Spero sempre che la società in cui viviamo investa un po’ di tempo per capire e conoscere la malattia mentale, piuttosto che fermarsi a stereotipi e luoghi comuni. Ciò renderebbe tutti migliori”.

Alberto Salmoiraghi è nato a Milano e, dopo la laurea in Medicina e Chirurgia, si è trasferito in Inghilterra dove si è specializzato in Psichiatria. Oggi è primario di Psichiatria dell’età adulta nel nord del Galles, dove vive con la sua bella famiglia. E' inoltre Direttore regionale della Terapia Acuta, docente di Psichiatria presso l’Università di Liverpool e autore di diverse pubblicazioni scientifiche. Ha organizzato la prima Conferenza Internazionale sulla Psichiatria Acuta e, nel 2013, ha esordito nel mondo della narrativa con “La Signora Solitudine”.

Alberto Salmoiraghi ci aiuterà ad avvicinarci al problema della malattia mentale e ci guiderà nel tentativo di “comprenderla”, attingendo alla sua vasta esperienza, accumulata in anni di lavoro accanto ai pazienti.

 

- Professore, cosa l’ha spinta a  dedicare la sua vita a questa impegnativa analisi dell’animo umano?

«Sin dai tempi dell’Università la malattia mentale mi ha affascinato in modo profondo. Il primo aspetto che mi ha incuriosito è stata la psicopatologia, lo studio dei sintomi e segni della malattia mentale. Questa disciplina è in continua evoluzione nel cercare di definire i vari aspetti e manifestazioni delle malattie mentali. La classificazione stessa è in continua evoluzione e la ricerca in psichiatria è attiva su parecchi fronti. Un altro aspetto che trovo affascinante è la varietà di questo campo che va dall’antropologia alla neurologia per finire nella psicologia».

 

-                     Ha quindi trovato in Inghilterra il luogo dove praticare la sua professione. Il contatto con persone con una visione della vita in qualche modo lontana dalla sua,  è stata una difficoltà o una possibilità in più?

«E’ stata sia una difficoltà che una possibilità. Il sistema anglosassone è generalmente meritocratico e standardizzato, quindi facile da capire. L’inserimento nel mio lavoro è stato piuttosto difficile, per ragioni sia professionali che personali. La sovrastruttura culturale della società costituisce una parte importante da capire e apprezzare ed è necessario prima distaccarsi dalle proprie sovrastrutture. Molte persone che vivono all’estero hanno difficoltà in questo processo per paura di perdere la propria identità. Io, al contrario, penso che riconoscere le differenze, aiuti a definire meglio le identità. Ecco perché non capisco il razzismo».

 

-                     Dedichiamoci ora alla malattia mentale. Nella sua diagnosi usa la parola “stigma”, un termine di origine greca. Perché?

«La malattia mentale è incredibilmente stigmatizzata. Lo stigma coinvolge persino i professionisti che sono a contatto con i malati mentali. Vi è molta ignoranza sul mondo della psichiatria, sulla malattia mentale e sui pazienti che frequentano gli ambulatori o ospedali psichiatrici. La Società vive una sorta di blocco culturale quando si confronta con il mondo psichiatrico. Il tipico esempio è la depressione. Tutti diventano depressi in alcuni momenti della loro vita, ma quando la depressione raggiunge livelli patologici o clinici si stenta ad accettarla. La situazione è anche peggiore quando si parla di schizofrenia, disturbo bipolare o disturbi della personalità. Il risultato è che le persone che soffrono di una malattia mentale grave vengono trattate in modo diverso dalla Società e in qualche modo discriminate. Per esempio, è accertato che i malati mentali hanno meno possibilità di trovare un posto di lavoro, di ottenere un piazzamento all’Università o un contratto di locazione, persino un’assicurazione, quando messi a confronto con persone portatrici di altre forme di disabilità. I media hanno una grande responsabilità in questo, in quanto per anni hanno legato l’idea dei malati mentali a quella di persone senza speranza e portatrici di violenza. Si tratta di percezioni errate e i dati più recenti smentiscono queste false credenze».

 

-                     Cosa si fa nella pratica psichiatrica per contrastare gli atteggiamenti che costringono il malato mentale a combattere su due fronti: da un lato l'esperienza di malattia - con tutto ciò che questo comporta in termini di sofferenza, menomazioni e disabilità - e, dall'altro, le reazioni dell’ambiente sociale e lo stigma che circonda il disturbo mentale?

«In psichiatria è normale un approccio olistico, dove lo psichiatra è parte di un’equipe che lavora con i pazienti. Molti aspetti della malattia e della disabilità vengono analizzati, studiati con l’obiettivo di far recuperare una vita piena di significato alla persona sofferente. In pratica significa che oltre al controllo sintomatico, il trattamento si deve focalizzare anche sulla parte sociale, lavorativa e spirituale. Spesso si deve agire sull’ambiente, a partire da quello più vicino costituito dalla famiglia, in modo da poter influenzare il benessere del paziente».

 

-                     Le condizioni di vita delle persone con malattia mentale non dipendono quindi solo dalla gravità della malattia, ma anche dal grado di accettazione all’interno della famiglia e nella società in generale?

«Assolutamente. Lo stigma non è limitato alla malattia mentale, ma purtroppo si estende a molte altre disabilità. Il collegio degli psichiatri britannico ha investito molte energie e denaro nel combattere lo stigma e qualche risultato è stato ottenuto. Spero sempre che la società in cui viviamo investa un po’ di tempo per capire e conoscere la malattia mentale, piuttosto che fermarsi a stereotipi e luoghi comuni. Ciò renderebbe tutti migliori».

 

-                     L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha individuato 5 pregiudizi che impediscono in tutti i paesi l’accesso ottimale ai processi terapeutici ed emancipativi per chi soffre di una malattia mentale: pericolosità, inguaribilità, incomprensibilità, improduttività e irresponsabilità. Sono i problemi che incontra nel suo lavoro quotidiano?

«Certamente. Come ben definito, sono pregiudizi. La realtà è molto diversa, in quanto una buona parte dei pazienti che soffrono di malattia mentale non ha nessuna di quelle caratteristiche o solamente qualcuna. Tuttavia questi pregiudizi sono condivisi da molti e di conseguenza il processo di recupero viene limitato o rallentato».

 

-                     La stessa Oms, fin dal 1992, ha scelto il 10 ottobre come data annuale da dedicare alla salute mentale. Da allora, in più di 100 paesi nel mondo, il 10 ottobre si organizzano eventi culturali, scientifici e d’informazione sulla salute mentale e la lotta allo stigma. Questa iniziativa ha portato a una maggiore conoscenza del problema?

«Nonostante gli sforzi di tutti i paesi e dell’Oms lo stigma è ancora ben presente, quindi c’è ancora molto lavoro da fare. Un traguardo raggiunto a livello istituzionale è che la malattia mentale ha ora la stessa dignità e importanza di quella fisica. Gli investimenti nei servizi sono in aumento e questo non può che essere un beneficio per i pazienti. Ora bisogna guardare ai responsabili della diffusione di notizie per fermare la strumentalizzazione della malattia mentale a scopi scandalistici o utilitaristici, con il fine di vendere qualche copia in più di un giornale o avere più spettatori il sabato sera».

 

-                     Nel praticare la sua professione si è “specializzato” nella cura di specifiche malattie mentali?

«Solitamente la mia casistica è costituita da situazioni complesse, che sono in qualche modo a rischio o gravi. Generalmente i miei pazienti soffrono di schizofrenia, disturbo bipolare, disturbi di personalità, disturbo ossessivo-compulsivo, depressione e disturbi d’ansia gravi. Alcool e droghe fanno spesso parte dell’equazione. Inoltre dirigo un ambulatorio specialistico e un’equipe per la diagnosi e il monitoraggio della Malattia di Huntington. Naturalmente il repertorio è più vasto, ma la lista sarebbe lunga e noiosa.

Queste malattie vengono trattate con medicinali e vari tipi di psicoterapia. Un altro pregiudizio comune riguarda i cosiddetti “psicofarmaci”. I farmaci usati in psichiatria aiutano molte persone a controllare i sintomi. La ricerca comunque continua e non deve fermarsi. Il problema vero non è usare i farmaci, ma abusarne o usarli in modo non appropriato. In questo tutti i medici hanno una responsabilità, non solo in ambito psichiatrico».

 

-                     Una patologia che ha avuto modo di approfondire nei suoi anni di lavoro è quella del disturbo bipolare. E’ una problematica a volte difficile da diagnosticare e curare, come possiamo leggere nel riquadro che racconta della scrittrice Danielle Steel e del figlio. Ci parli della sua esperienza rispetto a questo disturbo.

«Il disturbo bipolare è una malattia caratterizzata da sbalzi d’umore molto marcati. Non è da confondere con cambiamenti d’umore che possono capitare nella vita di tutti i giorni o con l’instabilità emotiva, ma piuttosto un’alternanza tra depressione e mania (umore elevato). Il disturbo bipolare è una malattia grave, cronica e ricorrente. Può essere controllato molto bene con farmaci, ma vi è una parte di pazienti che non segue nessun trattamento e riesce comunque a prevenire gli episodi. Spesso chi soffre di questa malattia ha un’intelligenza e un senso pratico ottimali e al di sopra della media. Vi sono molti personaggi illustri e famosi che soffrono o hanno sofferto di disturbo bipolare, come Ludwig van Beethoven, Friedrich Händel, Charles Dickens».

 

-                     La sua professione prevede sicuramente momenti terribili, di grande difficoltà, nel rapportarsi con persone colpite da gravi problemi. Ma dev’essere anche fonte di grande gratificazione quando giunge la consapevolezza di avere aiutato qualcuno. Professor Salmoiraghi, ci racconti di una sua grande gioia.

«Mi ritengo fondamentalmente un clinico molto fortunato perché faccio un lavoro che mi piace e sono molto fiero di questo. Trovo difficile identificare una particolare gioia, forse sarebbe presuntuoso. Ogni medico ha i suoi successi e fallimenti. Cerco sempre di mantenere un certo grado di umiltà in quello che faccio e di imparare quando le cose non hanno l’esito desiderato. Senza voler essere troppo romantico, ancora provo gioia ogni volta che sono a contatto con i pazienti. Provo anche gioia quando i membri dell’equipe dove lavoro riconoscono gli sforzi fatti. Mi auguro di non lasciarmi intrappolare troppo dall’ambizione».

 

-                     Scrivendo “La Signora Solitudine” (vedi riquadro) ha tratteggiato degli incontri avvenuti nel corso degli  anni. Il libro, ricco di informazioni, intende mettere in luce gli aspetti positivi della Solitudine. Ma, allo stesso tempo, si può capire che, se la malattia non permette di leggerne il lato positivo e rigenerante, la solitudine può avere effetti devastanti…

«Soffrire di una qualsiasi malattia grave o disabilità può portare a un forte senso di solitudine e diversità. Talvolta il nostro lavoro consiste nell’offrire supporto e comprensione alle persone che si sentono perse. Essere un buon medico vuol dire trovare il giusto equilibrio tra la conoscenza scientifica e l’aspetto umanistico. Nel libro “La Signora Solitudine” vi è un capitolo che tratta proprio questo tema attraverso la storia di due diversi che decidono di incontrarsi. Voglio però ricordare che il messaggio del libro è che la solitudine può essere molto positiva».

 

Chiara Ambrosioni

Lisdha news n 80, Gennaio 2014

05/02/2014