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Vedere con le mani

L’esperienza artistica di Felice Tagliaferri e l’impegno del Museo Guggenheim di Venezia.

Un museo per tutti? È successo a Venezia, dove le porte di Palazzo Venier dei Leoni si sono aperte per far sì che il suo patrimonio artistico fosse sempre più accessibile. Le opere d’arte non si possono toccare, è una regola di base, ma alla Collezione Peggy Guggenheim esiste l’eccezione, grazie al progetto “Doppio senso: percorsi tattili alla Collezione Peggy Guggenheim”: un percorso di accessibilità dedicato al pubblico con disabilità visive che attraverso il senso del tatto ha portato alla conoscenza di alcuni capolavori collezionati dalla mecenate americana, riprodotti in rilievo su tavolette in resina. In occasione di quattro appuntamenti, terminati nella prima parte del 2016, visitatori non vedenti e ipovedenti, ma anche vedenti, sono stati invitati a prendere parte a percorsi tattili guidati che hanno permesso loro di fruire sia di alcune opere della collezione permanente (“Ritratto di Frau P. nel Sud” di Paul Klee, “Verso l'alto (Empor)” di Vasily Kandinsky) che di due capolavori della mostra temporanea “V.S. Gaitonde. Pittura come processo, pittura come vita”.

Gli incontri si sono articolati in due momenti: alla prima parte, una visita tattile con Valeria Bottalico, ideatrice e curatrice del progetto, è seguito un laboratorio condotto dall’artista non vedente Felice Tagliaferri, che ha guidato i partecipanti alla scoperta della scultura. Proprio con l’artista, cieco da quando aveva 14 anni, abbiamo scelto di fare una chiacchierata.

 

Felice Tagliaferri. Cosa possiamo dire di te? Artista…

Artista, scultore, ho girato tre film, e insegnante. Insegnante per piacere e, in qualche misura, per necessità. Fino a qualche anno fa si riusciva tranquillamente a vivere d’arte, se eri un buon artista, ovviamente, ma oggi non è più così. Oggi l’arte è diventata soprattutto un fatto commerciale, di marketing. Certo, ci sono tantissime persone valide. Ma anche molti che senza la comunicazione delle grandi gallerie e delle aste non sarebbero nessuno. Per quanto mi riguarda questa è stata un’ottima occasione per andare in giro per il mondo a tenere lezioni.

 

Quando hai scoperto questa passione per la scultura?

Quando avevo venticinque anni il maestro Nicola Zamboni, ex insegnante dell’Accademia di Brera di Milano, ha chiamato tre non vedenti nel suo laboratorio di scultore. Il suo scopo era quello di vedere come un non vedente potesse ricreare delle forme conosciute, quali fossero le sue abilità e quale apporto innovativo – se mai ce ne fosse uno – potesse dare la disabilità visiva a questa arte. Dopo tre incontri, la sua curiosità era stata soddisfatta. Lui era a posto, ma io no.

 

Tre volte erano poche. Perché non sono bastate?

Perché durante quegli incontri mi si è aperto un mondo. Ho scoperto che con la scultura potevo dar forma alle immagini che avevo dentro. Da quel momento sono stato due anni a bottega da Zamboni per imparare i segreti della scultura. Ovviamente non li ho imparati tutti, ma una parte, e da lì è cominciato il mio percorso. Un’altra buona parte la sto scoprendo lungo la strada. Il modo migliore per imparare è quello di praticare, metterci mano, e frequentare l’arte degli altri.

 

Che materiali usi per le tue opere?

Creta, legno, marmo e pietra. E poi il bronzo. Ovviamente per il bronzo devi prima usare la creta, la cera e poi la fonderia fa il pezzo.

 

Quali sono i tuoi soggetti preferiti, e perché.

I miei soggetti preferiti sono corpi. Avendo fatto per trent’anni judo ho una grossa sintonia col corpo. Con il mio e con quello degli altri. Un’arte marziale ti insegna la disciplina della definizione dello spazio, la precisione. Conosco il corpo in tutte le sue posizioni e le sue forme e mi piace usarlo come soggetto.

 

Cosa ci puoi dire dei laboratori organizzati dal museo Peggy Guggenheim di Venezia, qual è stato il percorso che ti ha portato a tenere lezioni in uno dei più importanti musei di arte contemporanea in Italia? Quale valore ha, secondo te, questa operazione?

Il Guggenheim ha fatto una gran cosa. Tieni presente che in Italia esistono il museo Omero e il museo Anteros che sono i numeri uno e i fari a livello europeo per quello che riguarda l’arte e l’accessibilità, però entrambi, con i quali io collaboro da diversi anni, trattano solo l’arte classica, l’arte figurativa. Il Guggenheim ha fatto un passaggio fondamentale portando l’accessibilità dal figurativo all’astratto. Ha dato quindi una possibilità ulteriore alle persone che hanno difficoltà visive. Secondo me è una cosa meravigliosa: io stesso mi sono avvicinato all’arte astratta grazie al Guggenheim e alla sensibilità del suo direttore Philip Rylands. Per completezza devo dire che anche un altro muso sta lavorando in questa direzione: il Museo di Arte Contemporanea di Roma. Insieme a loro siamo riusciti a rendere accessibili i lavori di Toti Scialoja, pittore e poeta che non ha bisogno di presentazioni.

 

Come è riuscito il Guggenheim a far percepire l’astratto, come concetto artistico, come forma espressiva, a un non vedente?

Un progetto per l’arte astratta accessibile deve comunque passare dal figurativo, perché per un non vedente, che percepisce l’insieme partendo dal dettaglio, diventa difficile capire un’arte astratta.

 

Be', in realtà è difficile per tutti…

Sì, tieni però presente che chi non ha problemi visivi percepisce le cose nel loro insieme, ha quindi meno problemi di, diciamo così, orientamento nella percezione. Chi non vede parte dal dettaglio e cerca sempre, per abitudine consolidata, qualcosa che conosce, che lo possa far orientare. E nell’arte astratta non si trova. È  un problema che si risolve appunto con il passaggio graduale dal figurativo all’astratto, in una sorta di “apprendimento artistico” tattile, se così si può definire. Si entra in un altro schema mentale, si cambia un po’ il modo di pensare, si impara ad apprezzare questo tipo di arte.

 

Chi saresti oggi, senza la scultura?

Non riesco a pensarmi senza la scultura. L’arte non è solo un modo più completo di esprimersi, è anche un’esperienza che ti arricchisce ogni giorno di più. E la scultura è, tra le arti, la più fisica che esista. Come paragone mi viene solo in mente il rapporto che ci può essere tra due amanti, ed io non voglio assolutamente rinunciare all’altra mia metà.

 

Fabio Simonelli

 

06/05/2016