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Due mani forti per suonare il jazz meglio di ogni altro

Una recente pellicola mostra luci e ombre della vita di Michel Petrucciani. L’incredibile talento, ma anche la droga, e il suo rapporto spregiudicato con le donne.

Michel Petrucciani è un jazzista francese indimenticabile: seduto davanti alla tastiera del pianoforte ha suonato incantando il suo pubblico. Nato a Orange nel ’62, è mancato a New York nel ’99, a soli 36 anni, in seguito a gravi complicazioni polmonari. Contrasse infatti una banale influenza perché volle a tutti i costi andare a festeggiare il capodanno camminando al freddo nella neve. Aveva solo 36 anni. La sua salma riposa nel cimitero parigino di Père Lachaise, accanto alla tomba di un altro grandissimo compositore: Fryderyk Chopin.

Tra il ’62 e il ‘99 si è dipanata una vita di cui restano una assoluta bravura tecnica, la genialità, il dominio della tastiera e il tocco inconfondibile, forse irripetibile. Si è parlato molto di Petrucciani a partire dallo scorso giugno, dopo l’uscita di una pellicola a lui dedicata: “Michel Petrucciani. Body and Soul”. Nel documentario, diretto da Michael Radford, si capisce come Petrucciani  fosse un personaggio allegro, esuberante e teatrale, divertente e trascinatore. Il film è pieno di momenti esilaranti, tratti da filmati amatoriali o da altri documenti video. Dalla pellicola emerge anche la parte oscura del musicista: le droghe, una vita sregolata, il cinismo - se non semplicemente la superficialità - nel trattare le donne.  

 

Ripercorriamo allora la vita di Petrucciani. Scavando nel suo passato, arriviamo a Napoli, dove nacque il nonno, che poi si trasferì in Francia; anche il padre Antoine fu un rinomato chitarrista jazz. Così, tra le stanze di una casa piena di suoni e di musica, Michel, ancora bambino, si dedicò alla batteria, ma fu alla televisione che scoprì la grandezza di Duke Ellington. «Per me fu una specie di folgorazione - spiegava Petrucciani - evidentemente avevo buon gusto. Allora papà mi regalò una pianola. Ringraziai, ma mi sembrava uno strumento un po’ finto. Decisi di prenderlo a martellate. In quel momento capii che la musica vera sarebbe stata nel mio destino». Probabilmente commosso da quel gesto di liberazione del piccolo Michel, il padre gli comprò un pianoforte vero sul quale iniziò gli studi classici e realizzò un particolare marchingegno che permetteva al figlio di raggiungere i pedali del pianoforte.  Michel completerà gli studi musicali con il diploma al Conservatorio, ma a casa respirò la passione per il jazz e presto suscitò stupore nell'ambiente dei grandi professionisti. A soli 13 anni, infatti, si esibì in pubblico e due anni dopo avviò la sua carriera suonando col batterista e vibrafonista Kenny Clarke.

 

Un percorso ancor più significativo se si pensa che Petrucciani è stato colpito alla nascita dall'osteogenesi imperfetta, una malattia genetica nota anche come "Sindrome delle ossa di cristallo", che impedisce la crescita corretta delle ossa. Era alto poco più di un metro e aveva uno scheletro fragilissimo, che si rompeva ad ogni minima pressione. Non poteva camminare, imparò a farlo solo a 25 anni, con l’aiuto delle stampelle. Era inoltre destinato a morire giovane. Il nostro artista considerò sempre come un vantaggio tale disagio fisico: gli permise infatti, sin dalla giovinezza, di dedicarsi completamente alla musica tralasciando altre "distrazioni". Ma, come lui stesso raccontava, oltre a suonare, aveva anche un altro sogno: «era quello di sposarmi e vivere storie d' amore, come quelle che vedevo in tv, dove lui prende in braccio la sposa, la porta nella stanza e si baciano». Lui la sposa non l'ha mai potuta prendere in braccio, quasi sempre succedeva il contrario. Ma «era un amante strepitoso, eccezionale», confessa nel film di Radford, con appena un pizzico d' imbarazzo, Erlinda la prima ragazza e moglie di Petrucciani. Poi Michel scappò a New York dove conobbe l’affascinante Eugenia e la conquistò in poche ore. Era sfrontato, estroverso, anche arrogante. Diceva «So di essere differente, ma non mi sento male o in colpa per questo. Semplicemente sono come sono e non mi dà alcun problema. Voglio dire: chi è l'handicappato? Tu o io? Chi lo sa? Tu hai dei problemi, io ho dei problemi. Tutto qui». Alla vigilia delle nozze lasciò Eugenia per Marie-Laure, che lo avrebbe amato fino alla fine, nonostante tutto, e gli diede il primo figlio, Alexander – che ereditò la malattia. Poi ci fu la pianista classica italiana Gilda Buttà, ma la storia finì con un divorzio. E allora arrivò Isabelle, che cercò di farlo vivere in una casa parigina, di organizzargli un' esistenza più moderata, ma era un'impresa improbabile: tournée, nottate, fumo, alcol, droghe. E, ormai, il capolinea era vicino. «Era un uomo con uno dei talenti più straordinari mai concessi a un essere umano - ricorda ancora Eugenia, quella che non ha mai sposato -. E che cosa voleva? Voleva passeggiare su una spiaggia con una donna al suo fianco.  Avrebbe dato tutta la sua vita per poterlo fare anche solo una volta». Eppure Petrucciani aveva anche una concezione speciale della vita, un’idea tutta sua di normalità: voleva non solo stare con una donna, ma anche tradirla, e parecchie volte!

 

Ma torniamo alla musica e all’esordio di Petrucciani: ecco il ricordo di Clark Terry, trombettista americano che influenzò molti talenti dello strumento. Terry cita un fatto che lo lasciò a bocca aperta. Si trovava in Provenza per un concerto e cercava un pianista del luogo da aggregare al gruppo. Gli autoctoni gli fecero un nome senza tentennamenti: Michel Petrucciani. «Quando me lo vidi davanti lì per lì pensai di tutto. Michel aveva 13 anni e un fisico sfortunatissimo. Ma non appena prese possesso del pianoforte fu uno spettacolo già nelle prove. E la sera del concerto si superò addirittura». Dopo un tour francese, nel 1981 si trasferì in California, dove venne scoperto dal sassofonista Charles Lloyd, che lo fece membro del suo quartetto per tre anni. Quest'ultima collaborazione gli fece guadagnare il prestigioso "Prix d'Excellence".

E’ bello leggere le parole del musicista italiano Stefano Cocco Cantini, che ebbe il privilegio di suonare con Petrucciani: “Una cosa fantastica di Michel, che pochi sanno, è che lui il cachet lo divideva in parti uguali tra tutti i componenti del gruppo: è molto raro. E poi quella sua incredibile energia. Dopo cinque minuti dimenticavi completamente il suo stato fisico. Si prendeva spesso in giro, ironizzava sulla sua altezza, sulla sua situazione fisica. Il suo pianoforte aveva una pedaliera di rinvio perché non arrivava ai pedali, la sensazione che si aveva era che non potesse raggiungere le estremità del pianoforte. Non era assolutamente vero, aveva delle mani formidabili e una tale forza nelle braccia! Quando faceva gli assoli su tempi impossibili  cominciava a salire, a salire di tonalità arrivava al punto in cui la tastiera sembrava diventare sempre più lunga, irraggiungibile, lontanissima. Il pubblico si sentiva gelare temendo il peggio e lui si divertiva tantissimo. Ricordo che andai a sentire un suo splendido concerto a Lucca, in duo con Miroslav Vitous. Mi rimase impresso il momento finale dell'inchino per salutare il pubblico: lui vicino a quel gigante di Miroslav! Mi cercò con gli occhi e si fece una risata. Faceva una grande tenerezza”. Vi dicevo del film di Radford, che – con l’ausilio del figlio di Petrucciani Alexandre - racconta la storia di quest’uomo sorprendente e particolare, sia da un punto di vista fisico che dal punto di vista del suo straordinario talento musicale. Petrucciani raggiunse il successo grazie a una volontà incrollabile e alla forza della sua personalità. Vivendo alla massima intensità realizzò in un breve arco di tempo molti dei suoi sogni, sogni che anche una persona non afflitta da handicap avrebbe potuto ritenere impossibili.

Il regista Michael Radford spiega con stupore che mentre Petrucciani era molto amato e conosciuto a New York, in Francia e - anche se meno – in Italia, era praticamente sconosciuto in Inghilterra, anche tra gli amanti del jazz. Eppure aveva suonato diverse volte in terra d’Albione. “E’ un peccato – aggiunge Radford - perché era un grande. Io sono molto contento di avere scoperto questo personaggio: un genio della musica e un genio della vita. La lezione che ha dato a tutti noi è quella di vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo. Perché lui viveva tutto intensamente, dal momento che sapeva di non avere molto da vivere. E lo faceva con coraggio, senza lamentarsi mai di niente”.  E’ interessante chiedere a Radford cosa pensi della situazione del figlio Alexandre, a cui Petrucciani ha trasmesso consapevolmente la stessa malattia che lui aveva ricevuto casualmente da una famiglia sana: “Alexandre c'è, e ha lo stesso handicap del padre, anche se adesso è un po' diverso e si può curare un po' meglio. Alexandre soffre per due cose: soffre per avere un padre famosissimo e per essere handicappato. Petrucciani sapeva che suo figlio avrebbe ereditato la sua stessa malattia, quindi è stato difficile, ma non accettare di avere un figlio così sarebbe stato come rifiutare se stesso. Il figlio oggi ha una fidanzata, è uno “normale”, è un personaggio molto forte, con una sua personalità, diversa da quella del padre, molto più introversa. Però è uno che sa bene cosa vuole dalla sua vita”.

Alexandre, che oggi ha 21 anni e ne aveva 9 all'epoca della scomparsa del padre, è un chitarrista e musicista di musica elettronica, nonché il curatore del lascito musicale paterno. Quando gli si chiede chi fosse per lui il padre, risponde: “mio padre era il mio eroe, per il suo coraggio e la sua volontà. La mia vita? Non è “ancora” straordinaria come la sua, ma sono qui”.

Le straordinarie doti musicali e umane di Petrucciani gli permisero di lavorare con musicisti del calibro di Dizzy Gillespie, Jim Hall, Wayne Shorter, Palle Daniellson, Eliot Zigmund, Eddie Gomez e Steve Gadd. Nella sua carriera sono usciti ben 34 lavori a suo nome, tra album incisi in studio, fegistrazioni dal vivo e tributi. Tra i numerosi riconoscimenti che Michel ha ricevuto c’è l'ambitissimo "Django Reinhardt Award", la nomina a "miglior musicista jazz europeo" da parte del Ministero della Cultura Italiano e quella a Cavaliere della Legione d'Onore a Parigi.

Nel 1997 a Bologna, si è esibito alla presenza di papa Giovanni Paolo II, in occasione del Congresso Eucaristico. E’ stato un momento commovente, soprattutto quando il pianista di jazz e il Papa si sono guardati: avrebbero voluto avvicinarsi l’uno all’altro, ma i nove gradini che li separavano erano troppo sia per Petrucciani che per il Papa, ormai anziano. Così il musicista ha lasciato il pianoforte e si è spinto fin sotto il palco papale appoggiandosi alle stampelle; poi ha messo una mano sul petto e si è inchinato in segno di rispetto. Il Papa lo ha guardato con gli occhi lucidi e ha teso con slancio le mani verso di lui, in segno di saluto e, chissà, forse anche di benedizione.

Chiara Ambrosioni

Lisdha News n 72, gennaio-marzo 2012

 

 

19/12/2013