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Il pittore che testimoniò il mondo perduto di Parigi

ll corpo segnato dalla picnodisostosi, le gambe malate e l’alcoolismo non frenarono l’arte di Henri de Toulouse Lautrec.

Dedichiamo queste pagine a un artista che ha lasciato il segno nella storia dell’arte e della cultura perché, con tratto abile e ironico, ha dato la sua testimonianza di un’epoca e di un luogo. Henri de Toulouse-Lautrec ha rappresentato l’umanità bohemiénne che popolava le strade di Parigi alla fine dell’800. Post-impressionista, è uno dei pittori e illustratori più significativi del tardo Ottocento.

I genitori di Henri, cugini tra loro, erano nobili: i molti matrimoni tra consanguinei nella storia della famiglia Toulouse-Lautrec diedero a Henri un bagaglio genetico « difettoso».

Il conte Alphonse e la contessa Adèle ebbero il loro primogenito Henri nel 1864, ad Albi. Il fratello, nato nel 1867, visse solo un anno. Henri frequentò il Lycée Fontanes a Parigi e lì conobbe Maurice Joyant, di origine alsaziana. Joyant divenne il suo migliore amico e riconobbe il suo genio artistico; in seguito ne curerà l’eredità, fonderà un museo a lui dedicato ad Albi e sarà il suo biografo: a lui va il merito di aver fatto crescere la fama di Toulouse-Lautrec in tutto il mondo. Nel 1878, nel salone della sua casa di Albi Henri cadde e si ruppe il femore; l’anno dopo scivolò in un fossato e si ruppe l’altra gamba. Soffriva di picnodisostosi, una malattia molto rara che oggi conosciamo anche come Sindrome di Toulouse-Lautrec. Causata dalla mutazione di un gene, colpisce lo scheletro ed è clinicamente caratterizzata da una forma di nanismo, cranio ingrossato con sviluppo anomalo della mandibola – che Henri mascherava con la barba – crescita ridotta delle dita dei piedi e delle mani, unghie distrofiche, mancata chiusura della fontanella sulla sommità del capo e sclere degli occhi blu. Pare ne soffrisse anche il noto autore di favole greco Esopo. Proprio la picnodisostosi, quindi, fece sì che le fratture di Henri non guarissero mai del tutto anzi, le gambe smisero di crescere e rimasero quelle di un bambino di 12 anni. Il nostro pittore, in età adulta, raggiunse solo 1,52 m d’altezza. Proprio l’impossibilità di dedicarsi ad attività sportive e sociali spinse Henri a immergersi nella sua arte. La prima educazione artistica gli venne dal pittore sordomuto René Princetau, amico del padre, che era esperto in raffigurazioni equestri e canine. Tra il 1878 e il 1881 Henri rappresentò scene di quotidianità familiare, parenti, battute di caccia e panorami marittimi legati ai suoi soggiorni in Costa Azzurra; rientrato a Parigi fu assiduo ospite dello studio di Princetau in rue de Fabourg Saint-Honorè, una zona abitata da numerosi pittori. Il padre, per preservare la nobiltà della famiglia, gli aveva chiesto di non firmare con il suo nome i quadri che dipingeva. Cosi il giovane pittore usò diversi pseudonimi nei primi anni, quando ancora pensava di frequentare l'Ecole des Beaux-Arts e quando la famiglia Toulouse-Lautrec era favorevole alle sue aspirazioni artistiche. Henri frequentò prima lo studio del ritrattista e pittore storico Léon Bonnat, quindi quello di Fernand Cormon a Montamartre dove conobbe, tra gli altri, Vincent Van Gogh. Proprio Cormon ritenne che Henri non fosse destinato alla grande Arte, in quanto prediligeva il disegno e la caricatura. Ma gli studi fatti lasciarono il segno nella pittura di Lautrec, nel suo tratteggiare le figure in modo molto conforme al reale, senza cercare di migliorare il modello. Proprio questa sorta di verismo era uno dei capisaldi di Cormon. Nel corso della sua crescita artistica Toulouse-Lautrec concentrò il suo interesse sulla figura, un giorno disse al suo amico Joyant: «Non esiste che la figura, il paesaggio è nulla, non dovrebbe che essere un accessorio usato per rendere più intelliggibile il carattere della figura».

Frattanto il mondo dell’arte era in fermento: era nata la corrente impressionista, capeggiata da Manet. Nello stesso periodo Henri divideva uno studio con un amico a Montmartre, un quartiere che lo affascinava profondamente e dove – spinto dall’amico cantautore Aristide Bruant – iniziò a interessarsi alle classi meno abbienti parigine. Le nuove opere del nostro autore saranno cupe e realiste, influenzate dall’impressionismo. Una nuova evoluzione verrà dalla frequentazione di un gruppo di pittori chiamati gli Anarchici dell’arte, che trattavano i temi artistici con umorismo e anticonformismo. Lautrec, dopo aver esposto in qualche occasione, riuscì a vendere il suo primo quadro nel 1887. Il suo tratto si era fatto molto complesso, una fusione di elementi legati agli Anarchici, alle nuove opere di artisti come Degas, al recupero delle pennellate dei suoi vecchi amici Van Gogh e Bernard. Le opere di Lautrec iniziarono a essere presentate in diversi contesti riscuotendo interesse e anche un certo successo. Nell’ultimo decennio del secolo si appassionò alla litografia e gli venne commissionato un manifesto pubblicitario dal proprietario del Moulin Rouge. Il lavoro era così bello che altri locali fecero la stessa richiesta e Lutrec divenne esperto nell’uso prima della litografia e poi della stampa.

La sua fama cresceva e il suo talento veniva riconosciuto da artisti importanti come quelli del gruppo “Les XX”. In questi anni le sue esperienze furono molteplici: oltre a esporre più volte, incontrò i pittori del circolo Nabis e si avvicinò al mondo del teatro ritraendo momenti di scena. Lautrec raffigurò la grande Sarah Bernhardt e collaborò con il Théâtre de l'Œuvre sia nell'illustrazione dei programmi teatrali che nella ideazione delle scenografie. Pian piano le sue opere si diffusero e godettero di un favore sempre crescente. Molte riviste chiesero la sua collaborazione e, mentre raffigurava la vita del Moulin Rouge e di altri teatri e locali di Montmartre e di Parigi - come le case chiuse – venne definito “l’anima di Montmartre”. A causa delle sue frequentazioni contrasse la sifilide. Viveva nei bordelli – dove realizzò molte delle sue illustrazioni – e si sentiva emarginato come le prostitute che lo circondavano, tanto da diventarne il confidente. Testimoniò i momenti della vita delle sue amiche con ironia, ma anche con allegria, mostrandole perfino felici. Uno dei tanti problemi che segnarono gli anni di Lautrec fu quello dell’alcolismo. A partire dal 1897 la sua salute peggiorò, aggravata dai danni provocati dalla sifilide che progredirono, nonostante i trattamenti costanti con il mercurio – la cura allora conosciuta. Entrò in uno stato di letargia, accompagnata da crisi paranoiche e allucinazioni, che rallentò la sua produzione. Durante le crisi etiliche sperperava il denaro e imbrattava i suoi quadri con la vaselina. Gli amici decisero allora di ricoverarlo in una clinica per malattie mentali. Qui i medici constatarono che, privato dell’alcool, Lautrec migliorava rapidamente e poteva dipingere di nuovo. L’artista lasciò la clinica ma non poteva più vivere da solo: viaggiò a lungo ma, nonostante gli sforzi fatti ricadde nel vizio e tornò a Parigi allo stremo delle forze. Morì nella tenuta familiare di S.André du Bois il 9 settembre del 1901, pochi mesi prima del suo trentasettesimo compleanno. È sepolto a Verdelais, nella Gironda, a pochi chilometri dal suo luogo di nascita.

Ancora qualche nota sulla sua arte: stilisticamente Lautrec non fu reazionario; si pose accanto alla pittura di Seraut, Gauguin, Van Gogh in aperto contrasto con gli ultimi impressionisti Bonnard e Vuillard. Anche se le sue prime opere si ispiravano proprio agli impressionisti, i suoi soggetti non si fusero mai con l’ambiente e con la luce, com’era tipico di quella corrente pittorica. Lautrec rappresentò sempre la figura in primo piano, circondata da un’ambientazione che era solo un pretesto per caratterizzarla. Diversamente dagli altri pittori che frequentavano e raffiguravano le zone più “mondane” di Parigi, Lautrec decise di rappresentare la gente e non il luogo. Il proletariato e suoi divertimenti erano uno spettacolo che affascinava la borghesia del periodo. In tutte le sue rappresentazioni Toulouse-Lautrec semplificava molto il soggetto. Arthur Huc direttore del locale parigino “La Dèpeche de Tolouse” scrisse del nostro autore:

«Come avrebbe potuto, essendo feroce con se stesso, non esserlo con gli altri! Nella sua opera non si trova un solo viso umano di cui non abbia volutamente sottolineato il lato spiacevole.(...) Era un osservatore implacabile ma il suo pennello non mentiva».

 

Chiara Ambrosioni

Lisdha News n 71, ottobre-dicembre 2011

19/12/2013