Home / DI COSA PARLIAMO / Arte e Musica / Pergolesi, quando la malattia non frena il genio

Pergolesi, quando la malattia non frena il genio

Una parabola artistica breve, ma luminosa, segnata da una salute cagionevole.

Pergolesi è un violinista, organista e compositore di opere e musica sacra dell'epoca barocca, un autore che ha lasciato il segno nella storia della Musica. Giovanni Battista fece proprie le indicazioni dell’estetica barocca del primo Seicento, secondo la quale la musica doveva essere composta in un modo nuovo, fondato sull’asimmetria, in contraddizione con molte regole e certezze del passato.

Risalgono alla prima metà del 1700 le composizioni di musica teatrale, sacra e da camera, grazie alle quali Pergolesi fu forse il primo musicista che raggiunse in brevissimo tempo fama universale: era noto in ogni più sperduto angolo d’Europa e presso ogni ordine di pubblico. Quasi anticipando la fascinazione di una star di oggi, a lui si volse l’interesse dell’ambiente musicale in senso più vasto: culturale e mondano.

La sua figura umana venne in un certo modo isolata dalle sue opere e fatta oggetto di affettuosa idealizzazione da parte del pubblico, conquistato dal suo manierato simbolismo.

Pergolesi raggiunse grande risonanza in cinque, sei anni di febbrile attività, tra il 1730 e il 1736, quando morì. Aveva solo ventisei anni.

 

Giovanni Battista nacque nel 1710 a Jesi, in provincia d'Ancona. La sua era una famiglia di modeste condizioni, afflitta probabilmente da gravi tare di salute, in particolare dalla tubercolosi. Fu il solo di quattro fratelli a sopravvivere e anche i suoi genitori morirono giovani. Pergolesi manifestò sin dalla nascita i sintomi della malattia, tanto che venne cresimato non a sei anni - com’era consuetudine - ma a soli diciassette mesi. Inoltre si ritiene che una forma di poliomelite gli provocò l’anchilosi della gamba sinistra (l’imperfezione fisica è crudelmente sottolineata da Pier Leoni Ghezzi in una caricatura eseguita subito dopo la morte del musicista) e certo la tisi ne minò inesorabilmente il fisico. Morì nel 1736 nel convento dei cappuccini di Pozzuoli e fu sepolto nella fossa comune della Cattedrale di San Procolo.

Ma la sua opera ne ha tramandato il nome nei secoli. “Pergolesi” era già il soprannome del nonno, artigiano originario della cittadina di Pergola, in provincia di Pesaro e Urbino, che si era trasferito a Jesi nel 1635; piano piano era diventato il nome con cui si designava tutta la famiglia. A Jesi il padre del musicista aveva le mansioni di sergente della pubblica milizia, di amministratore dei beni della Confraternita del Buon Gesù e, soprattutto, di geometra al servizio del municipio e della nobiltà locale. Tanti impieghi, comunque, non bastavano al mantenimento della famiglia e alla sua morte tutti i beni furono confiscati dai creditori. Comunque la possibilità di frequentare l’aristocrazia del luogo offrì a Giovanni Battista degli appoggi che si rivelarono preziosi. Nel Settecento Jesi era un attivo centro musicale. Pur non essendovi un teatro, ogni anno venivano eseguite delle opere nella sala maggiore del Palazzo Municipale e si potevano ascoltare musiche sacre, oratori e cantate spirituali non solo nella Cattedrale, ma anche in tutte le chiese e monasteri della città.La conoscenza della musica (e in particolare la pratica del violino) era largamente diffusa anche nei ceti popolari.

Pergolesi, che era un “fanciullo prodigio”, iniziò lo studio della musica sotto la guida di maestri locali; apprese da Francesco Santi, maestro di Cappella presso la Cattedrale, i rudimenti della composizione, mentre lo strumentista Francesco Mondini lo istruì nel violino. Il giovane musicista, che apprendeva rapidamente, fu anche sostenuto da alcune famiglie nobili jesine. Poi il padre, con l'appoggio finanziario del marchese Cardolo Maria Pianetti, lo mandò a studiare a Napoli, dove - intorno al 1725 - venne ammesso come convittore a pagamento al Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo. Lì studiò composizione con alcuni dei più celebri autori della Scuola musicale napoletana, come Francesco Durante e Gaetano Greco. Bisogna ricordare nella prima metà del Settecento il capoluogo campano era una delle città europee più vivaci nel campo della musica. Artisti come Alessandro Scarlatti, Nicola Porpora o Leonardo Leo avevano proposto con successo lo stile musicale napoletano nelle corti di tutta Europa, al punto che nel 1739 lo scrittore e politico francese Charles de Brosses definirà Napoli “la capitale mondiale della musica”.

Pergolesi nel 1729, a soli 19 anni e grazie alla sua abilità di violinista, venne nominato “capo paranza” dell'orchestra del conservatorio, ovvero incaricato di guidare un piccolo gruppo di strumentisti (la «paranza» appunto) alle manifestazioni cittadine quali funerali, messe, feste pubbliche o private. Si diplomò nel 1731 a ventun’anni, componendo, come saggio finale, l'oratorio “La conversione e morte di San Guglielmo”.

Già nell'ultimo anno di studi Pergolesi aveva composto opere di pregio e i suoi lavori lo resero piuttosto famoso, annoverandolo tra i più promettenti giovani compositori napoletani. Grazie a questa notorietà nel 1732 ottenne l'incarico di organista soprannumerario presso la Cappella Reale da parte del Principe Stigliano Colonna - del ramo napoletano dell’illustre famiglia.

Particolarmente interessante è la relazione sulla sua assunzione, custodita dall'archivio di Stato di Napoli, nella quale si fa riferimento alle enormi aspettative che ne accompagnavano la carriera, al grande successo dell'opera “Lo frate 'nnamorato” (la sua prima commedia musicale in dialetto napoletano) e soprattutto «al bisogno che tiene la Cappella Reale de soggetti che compongono sopra il gusto moderno». E’ interessante ricordare che i drammatici maremoti che colpirono la città di Napoli alla fine di quell’anno portarono alla sospensione delle celebrazioni del carnevale l’anno successivo e la stagione dei teatri, che proprio in quel periodo presentava i più ricchi allestimenti, fu cancellata in ossequio al lutto. A causa di questa tragica sciagura fu commissionata a Pergolesi la “Messa in Re maggiore”.

Nel 1733 Giovanni Battista scrisse diverse opere, che ebbero successo soprattutto per il breve intermezzo buffo che veniva messo in scena durante l’intervallo tra i due atti: “La serva padrona”. L’intermezzo, universalmente riconosciuto come il capolavoro pergolesiano oltreché il modello dell'opera comica italiana, rivoluzionò l'intera tradizione del teatro in musica ed ebbe un'influenza determinante sulla nascita e lo sviluppo dell'opera comica francese.

Infine, entro una ricca produzione, opera di grande vigore espressivo e ultima in ordine di tempo nella parabola artistica di Pergolesi è lo “Stabat Mater”, splendido esempio di meditazione psicologica e purezza stilistica.

 

Nel 1735, colpito dalla tisi, il musicista si ritirò nel convento dei francescani a Pozzuoli, dove morì l’anno dopo. Quando nel 1752, a 16 anni dalla morte di Giovanni Battista, “La serva padrona” fu rappresentata sulle scene parigine, scatenò la cosiddetta “Querelles des bouffons”. “La guerra dei buffoni” fu una disputa filosofica e musicale che contrappose l’intermezzo di Pergolesi all’opera di Jean Baptiste Lully “Acis et Galatée”. Da una parte c’erano il carattere melodico della musica e la semplicità e la freschezza del soggetto del musicista italiano, dall’altra la complessità, e la grandiosità del lavoro di Lully, difficile da fruire per il grande pubblico. Parigi si divise in due schieramenti, vivaci e polemici, come se il dibattito rappresentasse un caso nazionale: a favore dell’opera buffa italiana – più attuale e piacevole - c’erano quelli che si dicevano i “veri con conoscitori della Musica e dell’Arte”, tra i quali Jean-Jacques Rousseau e Diderot e il gruppo degli enciclopedisti. Questi si schieravano sotto il palco della regina all’Opéra. Dall’altra parte, sotto il palco del re, c’era l’altro schieramento - più numeroso – che sosteneva la musica francese e raggruppava ricchi, potenti e donne. Il vivace dibattito proseguì per ben due anni: non indicò un vincitore, ma portò a una rapida evoluzione del gusto musicale Francese verso modelli meno schematici e più moderni. La Querelle rese anche molto richieste le composizioni strumentali e sacre di Pergolesi, tanto che fiorì un mercato di contraffazioni degno dei migliori marchi della moda di oggi. Nel corso del XVIII e XIX secolo si diffuse infatti la prassi di pubblicare a suo nome, con fini speculativi, qualunque spartito avesse lo stile musicale della Scuola musicale napoletana. Alla fine del XIX secolo si potevano così contare oltre cinquecento composizioni nel catalogo informale delle opere di Pergolesi. Gli studi contemporanei hanno ridotto a meno di cinquanta le sue composizioni e, fra queste, solo ventotto sono i lavori la cui paternità è considerata certa.

 

La straordinaria fama postuma di Pergolesi e la scarsità di informazioni  sulla sua vita e le sue opere furono anche terreno fertile per il fiorire di fantasiosi aneddoti di ogni tipo. Si insinuò il dubbio che la sua tragica fine fosse dovuta non a cause naturali ma all'avvelenamento da parte di musicisti invidiosi del suo talento. Gli furono inoltre attribuiti una bellezza apollinea e numerosi tragici amori.

Chiara Ambrosioni

29/04/2017