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Ritrovare se stessi su un palcoscenico

La Fondazione Sacra Famiglia di Cocquio sperimenta da anni sui suoi pazienti con disabilità intellettiva lo psicodramma con risultati spettacolari.

Lo psicodramma è un metodo psicoterapeutico che nasce nell'ambito delle terapie di gruppo. In pratica è una sorta di rappresentazione teatrale basata su esperienze passate o immaginate. Un gioco drammatico, nel quale non si utilizzano testi già scritti, ma si lavora sulla persona e sul suo vissuto. Il copione non esiste, bastano le immagini che ognuno ha nella propria testa per inventare una storia e per creare dei personaggi. Importanti sono le riflessioni che vengono raccolte dai partecipanti e le reazioni che scaturiscono di fronte a quanto viene portato in scena. 
Il metodo è stato adottato in forma sperimentale sette anni fa dalla Sacra Famiglia di Cocquio (Varese), una fondazione che garantisce cure continuative a utenti con disabilità cognitive e motorie e ad anziani non autosufficienti. 
«Lo psicodramma è utilizzato nella psicanalisi e io avevo parecchie perplessità a proporlo in un contesto dove la disabilità intellettiva è medio grave - racconta Emidio Novali, educatore e responsabile del progetto - La situazione imponeva grande feeling e fiducia. Mi sono accorto che ha dato risultati spettacolari. Dal gioco i ragazzi hanno tirato fuori situazioni conflittuali, fatto rivivere i ricordi e il loro passato». 

L'ARMADIO ROTTO 

Ad ogni incontro, che dura un'ora, partecipano dalle otto alle dodici persone, con l'auto di tre operatori. Quando si lavora con più di dieci persone, cinque recitano e gli altri guardano: bisogna quindi separare il gruppo della drammatizzazione dagli spettatori che sono però chiamati ad intervenire, commentando quanto viene portato in scena. 
Ogni "seduta" incomincia con un dialogo aperto. Una sorta di riscaldamento mentale nel quale affiorano le prime idee. 
Ecco un esempio. Un giorno una partecipante è entrata in sala piuttosto contrariata, continuando a ripetere: «Ho un armadio sempre rotto». Da subito quella frase e l'emozione che vi traspariva sono sembrate ottime basi su cui lavorare, tanto che l'educatore ha domandato: «Come mai non chiedi all'operaio di ripararlo?». 
L'energia in sala era buona, sono stati quindi affidati i ruoli ai presenti e, sul tema dell'armadio, si è cominciato a costruire la rappresentazione. Un ospite impersonava l'operaio, un altro il proprietario dell'armadio, un altro ancora un educatore. Il ragazzo che vestiva i panni dell'operaio è apparso subito molto trafelato e di corsa. «Non ho tempo di riparare l'armadio» continuava a ripetere. «Ma perché?» chiedevano gli altri. «Devo andare al bar a bere l'aperitivo». 
«La cosa divertente è che, anni fa, era capitato veramente che nella nostra sede fossero realizzati degli interventi e che gli operai andassero sempre al bar, cosa che probabilmente era rimasta ben in mente agli ospiti della struttura» spiega Novali. 
Quello che emerge dallo psicodramma è quindi un intreccio tra realtà e fantasia, capace però di guardare le situazioni da un altro punto di vista, sciogliendo all'occorrenza le tensioni nelle risate e nell'allegria. «Mettere in scena quello che accade ha un effetto liberatorio, ma nello stesso tempo aiuta a capire i conflitti che inevitabilmente si generano in una struttura dove le persone passano l'intera giornata ? spiega Emidio Novali - Spesso gli operatori si trovano a gestire situazioni difficili o comportamenti che inaspettatamente si modificano e di cui è complesso intuire la motivazione. Con lo psicodramma si riesce a risalire alla causa. Sorprende sapere che questa è spesso legata ad un fatto banale, come per esempio appoggiare un oggetto in un posto piuttosto che un altro». 

«ANCHE A TE TI LEGAVANO?» 

Un giorno un ospite ha chiesto di andare a comprare le sigarette. In realtà si è recato in un centro commerciale e ha tentato di rubare una sciarpa. Questo fatto, realmente accaduto, è diventato oggetto di un'altra "seduta" dello psicodramma, in cui il ragazzo ha subito un processo dagli amici, che sono arrivati a proporre di incarcerarlo. La drammatizzazione ha fatto quindi emergere in modo forte il concetto di giusto e di sbagliato, nonché la voglia che avevano gli ospiti di dare una punizione al loro amico, a volte troppo "agitato". 
Ma l'esperienza più significativa riguarda la rielaborazione del passato. 
Bisogna considerare che alla Sacra Famiglia ci sono persone degenti da oltre 40 anni che, prima di arrivare alla Fondazione, hanno vissuto in ospedali psichiatrici. Prima del 1978 i così detti "malati di mente" stavano nei manicomi e, durante un incontro di psicodramma, è stato portato in scena il contenimento fisico che alcune persone avevano subito nel passato. I ragazzi dicevano che ne erano stati vittima e che non era giusto. Tra di loro hanno cominciato a cercare conforto. «E' stato un momento molto commuovente - continua l'educatore - ma anche emotivamente impegnativo. In questi mesi mi sono preso un periodo di riposo. Ho gestito lo psicodramma una volta alla settimana per sette anni, andando ogni volta a costruire le diverse situazioni, creando dei cicli di sei incontri con una pausa di un mese tra una sessione e l'altra. Ho scritto tutto quanto emerso in questi anni su un diario». 
Proporre lo psicodramma a soggetti con ritardo mentale mostra che l'astrazione,il fare finta che, risulta un po' difficile. Uno stratagemma è quello di seguire una traccia standard e conosciuta, come per esempio la lettura del telegiornale. In quel caso si possono inventare fatti e notizie. Più difficile creare una storia dal nulla, ma la cosa emozionante è che qualsiasi spunto fantasioso conduce il discorso a ricordare una situazione reale. Senza contare che esperienze di questo tipo sono anche una rampa di lancio fondamentale per il teatro. Il segreto è riuscire ad incanalare le emozioni sui binari giusti. 


Adriana Morlacchi 

Lisdha news n 66 - luglio 2010

29/07/2010