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Indispensabili assistenti

Latitanza delle istituzioni, difficoltà delle famiglie, bisogno di lavoro delle immigrate, hanno dato vita al crescente fenomeno delle "badanti". In una ricerca della Caritas luci e ombre di un rapporto molto particolare.

E' sotto gli occhi di tutti il fenomeno del sempre crescente impiego di assistenti domiciliari (comunemente definite "badanti") per far fronte ai bisogni di assistenza provenienti dalle famiglie. Questo fenomeno, particolarmente diffuso in Lombardia e pressoché sconosciuto fino a pochi decenni fa, rappresenta un punto di incontro tra i bisogni di assistenza delle famiglie, che non trovano adeguata risposta nelle istituzioni pubbliche, e la richiesta di lavoro da parte di donne provenienti da Paesi extra Cee.

Dell'argomento si è occupata la Caritas ambrosiana in una ricerca condotta per conto dell'Osservatorio Regionale per l'integrazione e la multietnicità nella quale sono state messe in luce caratteristiche e aspetti problematici di questo fenomeno.

All'origine dell'impiego diffuso di personale extracomunitario vi sono più elementi.
Innanzitutto un crescente bisogno di assistenza dovuto agli attuali andamenti demografici, alla sempre maggiore presenza delle donne sul mercato del lavoro e a cambiamenti all'interno delle relazioni familiari.
Tale bisogno non ha trovato adeguata risposta da parte delle istituzioni pubbliche che tendono a offrire (quando va bene!) unicamente sostegno economico al soggetto in difficoltà e ai suoi familiari.
Va osservato che la scelta "tradizionale" dell'"istituto" sta poi diventando un'ipotesi sempre meno interessante (e per questo si stanno riducendo anche le liste di attesa delle case di riposo?) non solo per la carenza di strutture residenziali ma anche per un cambiamento culturale che porta al rifiuto di soluzioni istituzionalizzanti per il desiderio di mantenere la persona nel proprio ambiente di vita in modo da non sconvolgere i suoi ritmi e le sue abitudini.
Questo bisogno si incontra con le esigenze di donne immigrate, spesso appena arrivate, che trovano in questa forma di impiego un canale, pur precario e poco tutelato, di inserimento lavorativo e abitativo sul territorio italiano.
Anzi, nel caso non dispongano di permesso di soggiorno, ottengono anche il risultato di diventare pressoché ?invisibili" ai controlli, anche per la scelta dello Stato di tollerare le scelte "informali" delle famiglie in questo campo.

Nel volume "Un' assistenza senza confini" che racconta i risultati della ricerca della Caritas, Maurizio Ambrosini fa una serie di considerazioni interessanti. Ad esempio sottolinea come il fenomeno travalichi i confini del nostro Paese e si iscriva in un processo internazionale di globalizzazione dei compiti di cura, rispecchiando una tendenza "all'importazione di accudimento ed amore dai paesi poveri verso i paesi ricchi". Stiamo passando ? sottolinea - da una fase in cui i Paesi del nord del mondo hanno attinto alle risorse naturali e ai prodotti agricoli delle terre che colonizzavano, a una fase in cui i paesi ricchi "cercano anche di attingere qualcosa di più difficile da misurare e quantificare, qualcosa che può sembrare prossimo all'amore".

Pregi e insidie di un rapporto singolare

Il rapporto di lavoro che si viene a creare nel campo del assistenza domiciliare ha delle caratteristiche molto peculiari. Intanto crea una modifica del ruolo del familiare che da soggetto prestatore di cura diventa "regista" dei compiti assistenziali. Per certi versi poi questo rapporto ? soprattutto quando è "fisso" è un ritorno ai rapporti di lavoro premoderni. Ricompare infatti la sovrapposizione tra abitazione e luogo di lavoro. Ritorna un'assimmetria e insieme una dipendenza profonda nei rapporti tra datori di lavoro e lavoratrici. Si intride di componenti informali, si confonde con le relazioni di mutuo aiuto delle persone. Questo con effetti magari inevitabili, ma non per questo meno problematici e insidiosi.
Ad esempio, è noto che per ragioni di disponibilità e flessibilità il reclutamento delle lavoratrici segue di solito criteri opposti e quelli della promozione e dell'integrazione sociale. I datori di lavoro preferiscono persone sole, senza figli da accudire, magari arrivate da poco. In altri termini sembra che la buona aiutante domiciliare per svolgere bene il proprio lavoro debba essere socialmente isolata.
A causa del nesso con le attività e le relazioni interne alla famiglia, queste occupazioni comportano poi una richiesta di coinvolgimento affettivo, di sostituzione anche relazionale di congiunti. Spesso anche la lavoratrice ricerca e gradisce la familiarizzazione o almeno la accetta. Separata dal mondo degli affetti e dal proprio ambiente di vita può trovare apprezzabile che una famiglia le offra non solo un lavoro, ma un ambiente accogliente ed emotivamente ben disposto nei suoi confronti. Nella vita quotidiana datori di lavoro e aiutante domiciliare molto spesso mangiano insieme, guardano insieme la televisione, escono per far compere o a passeggio; il rapporto di impiego deborda dall'alveo strettamente lavorativo trascinando con sé stati d'animo, emozioni, affetti. Vi è talvolta una pretesa di "lealtà eccessiva" sproporzionata rispetto al rapporto contrattuale, ma inquadrabile nel bisogno di trovare punti di riferimento affettivi. La familiarizzazione, strettamente intrecciata con la coabitazione e corollario per certi aspetti inevitabile, non è priva di benefici, ma rappresenta un terreno insidioso di quello che in definitiva rimane un rapporto di lavoro. Proprio la conclusione del rapporto, specie quando avviene per scelta delle lavoratrici, svela le ambiguità della situazione: rompe l'involucro della familiarizzazione e riconduce il rapporto ad uno scambio contrattuale. Proprio per questo trascina con sé frequentemente qualche forma di recriminazione e risentimento, per l'ingratitudine, la strumentalità, l'orientamento all'interesse personale, che improvvisamente vengono riscontrati nella donna immigrata "accolta come una persona di famiglia".
Un altro esempio delle possibili distorsioni è rappresentato da quello che è avvenuto nell'ultima sanatoria del 2002 dove oltre il 40% delle lavoratrici domestico-assistenziali ha dovuto pagare di tasca propria gli oneri della regolarizzazione che la legge poneva in carico ai datori di lavoro. La regolarizzazione è stata presentata e vissuta dai datori di lavoro come una benevola concessione, un grande favore fatto alle loro dipendenti e spesso è stata percepita in questo modo anche dalle lavoratrici.

Proposte per un miglioramento dei servizi

Alla luce delle problematiche emerse, gli autori della ricerca avanzano alcune proposte al fine di avere un miglioramento e una qualificazione dei servizi di cura a domicilio.
Innanzitutto ? sostengono - occorre rivedere l'attuale regime di restrizione dell'immigrazione per lavoro che rischia di favorire di fatto la riproduzione del lavoro sommerso con necessità di procedere periodicamente a nuove sanatorie. Poi c'è la necessità di ripensare l'attuale scelta di "privatizzazione" completa di queste attività che le istituzioni pubbliche hanno deciso sostanzialmente di accettare, applicando poi una benevole tolleranza sugli "aggiustamenti informali" delle famiglie. Insieme occorre introdurre nuovi incentivi economici alle famiglie. Può essere inoltre utile varare - a livello per esempio provinciale - un albo delle aiutanti domiciliari che hanno seguito un'apposita formazione, riservando all'assunzione di queste la possibilità di impiego di eventuali voucher.
Sembra inoltre molto importante introdurre soggetti terzi che intervengano nella gestione del rapporto tra famiglie e aiutanti domiciliari, provvedendo alla selezione, formazione, monitoraggio, sostituzione (per ferie, malattie, giorni di riposo, permessi?) del personale.
In prospettiva si potrebbe pensare ? sottolinea ancora Maurizio Ambrosini - di affidare la gestione delle aiutanti domiciliari a imprese sociali, senza fine di lucro, che applichino contratti di lavoro "normali", sgravando le famiglie dall'onere della gestione del rapporto di lavoro.
Occorre naturalmente prevedere opportune fonti di finanziamento del sistema.
Qualcuno ha avanzato la proposta di una "tassa di scopo" su modello tedesco.
Comunque sia, è necessario che le istituzioni sospendano l'attuale politica di risparmio occulto, che porta a scaricare i costi economici e non dell'attuale disorganizzazione dell'assistenza, su disabili, anziani, famiglie e sulle stesse assistenti domiciliari.


Marcella Codini

Lisdha news 46 - luglio 2005

20/07/2005