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No alle dimissioni di chi non è autosufficiente

I diritti all’assistenza e alle cure delle persone non autosufficienti vengono sistematicamente violati. Complice la disinformazione e l’indifferenza delle istituzioni. Eppure spesso basta poco per tutelarli, come mostra la storia di Giuseppe Montesano.

Nel nostro Paese vi sono oltre un milione di persone non autosufficienti (anziani malati cronici, infermi affetti dal morbo di Alzheimer o da altre forme di demenza senile, soggetti con disabilità intellettiva o con autismo e limitata o nulla autonomia, ecc.)  e quindi completamente e definitivamente incapaci di auto tutelarsi. Di cui la stragrande maggioranza di essi non è nemmeno in grado di esprimere le proprie fondamentali esigenze di vita.

Nonostante queste situazioni siano caratterizzate soprattutto da gravissime carenze della loro salute, continuano ad essere largamente prevalenti le iniziative volte a scaricare sui congiunti le loro indifferibili esigenze diagnostiche e terapeutiche e sociali, nonché a negare nei fatti il loro diritto esigibile alle prestazioni socio-sanitarie domiciliari, semiresidenziali e residenziali sancite dalle norme vigenti (legge 833/1978 istitutiva del Servizio sanitario nazionale e decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 29 novembre 2001 “Definizione dei livelli essenziali di assistenza” (Lea) le cui norme sono cogenti in base all’articolo 54 della legge 289/2002).

Al riguardo si ricorda che nella sentenza numero 36/2013 la Corte costituzionale ha precisato che «l’attività sanitaria e socio-sanitaria a favore di anziani non autosufficienti (identiche sono le norme concernenti le persone disabili non autosufficienti ndr) è elencata tra i livelli essenziali di assistenza sanitaria dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 29 novembre 2001».  Nella stessa sentenza la Corte costituzionale ha definito non autosufficienti le «persone anziane o disabili che non possono provvedere alla cura della propria persona e mantenere una normale vita di relazione senza l’aiuto determinante di altri».

Purtroppo, a causa delle informazioni errate fornite da quasi tutte le istituzioni e del disinteresse di molte organizzazioni sociali, le persone interessate ed i loro congiunti non conoscono né le leggi vigenti né le modalità da seguire per poterne ottenere la corretta e tempestiva attuazione.

A seguito della mancata/errata informazione, le persone non autosufficienti vengono poste in illegittime e crudeli liste di attesa senza limiti di durata (anche da anni!) nonostante le loro indifferibili esigenze di adeguate prestazioni socio-sanitarie domiciliari, semiresidenziali e residenziali. Si può pertanto ipotizzare che le liste di attesa riguardino in Italia oltre 200mila soggetti.

Quale esempio di informazione utile segnaliamo che, come dimostra il caso di Giuseppe Montesano,  con l'invio di 3-4 raccomandate con ricevuta di ritorno si ottiene sempre, senza alcuna eccezione, la continuità delle cure sanitarie e socio sanitarie ospedale - Rsa (Residenza sanitaria assistenziale)  degli anziani malati cronici non autosufficienti e delle persone con demenza senile nei casi in cui non siano praticabili le prestazioni domiciliari, anche per la mancanza o la non disponibilità dei congiunti.

Il risultato ottenuto da Giuseppe Montesano dovrebbe essere assunto come esperienza da diffondere da parte delle organizzazioni di tutela dei soggetti deboli e in primo luogo a cura della Caritas italiana e dei Sindacati dei Pensionati Cgil, Cisl e Uil i cui volontari operano in tutte le zone del nostro Paese.

Analoga è la procedura da mettere in atto per ottenere gli interventi sanitari ed il contributo economico per le prestazioni domiciliari.

Andrea Ciattaglia e Francesco Santanera

Csa - Coordinamento Sanità e Assistenza fra i movimenti di base

L’avventura di Giuseppe

La mia avventura comincia il 6 giugno 2014 quando mia madre, di anni 88, a causa di una caduta accidentale si rompe il femore. Trasportata in ospedale, viene operata e subito dopo, i medici mi fanno sapere che difficilmente ritornerà a camminare. Dopo un paio di giorni di degenza in traumatologia, la trasferiscono nel reparto cure intermedie. Trascorsi alcuni giorni, mi comunicano che mia madre sarebbe stata dimessa il 1° agosto, nonostante avesse bisogno di cure, sollecitandomi a trovare una struttura idonea.

In quel momento mi sono sentito cadere il mondo addosso. Torno a casa cercando di capire come affrontare la situazione, anche perché essendo figlio unico, sposato con due figli, non potevo permettermi il lusso di pagare una retta mensile di 2.550 o 3.000 euro. Oltretutto, la pensione di mia madre non copriva nemmeno la metà della retta.

Per fortuna un collega di lavoro mi porta a conoscenza di una organizzazione (Fondazione promozione sociale onlus) che tutela i diritti degli ammalati cronici non autosufficienti. Da loro vengo informato dei diritti alle cure socio-sanitarie e, che nel caso di mia madre sarebbe stato il caso di opporsi alle dimissioni e, chiedere la continuità alle cure, attraverso tre lettere raccomandate (preparate dalla Fondazione) indirizzate al Direttore generale dell’Asl di Vercelli, al Direttore sanitario dell’ospedale S. Andrea di Vercelli e all’Ente gestore dei servizi socio-assistenziali di Vercelli; più tre lettere spedite con posta ordinaria per conoscenza ai seguenti indirizzi: Assessore alla sanità della Regione Piemonte, Fondazione promozione sociale di Torino e Difensore civico della Regione Piemonte, precedute da un telegramma, vista l’urgenza. L’indomani, il 27 luglio 2014, vado a fare il telegramma di opposizione alle dimissioni (il cui testo l’ho copiato dal sito della Fondazione) indirizzato al Direttore sanitario dell’ospedale di Vercelli e, il giorno dopo spedisco le tre lettere raccomandate sempre per rifiuto alle dimissioni.

Dopo due giorni, come d’incanto, mi comunicano verbalmente che avrebbero tenuto mia madre ricoverata in quel reparto, ancora per qualche giorno, in attesa di una sistemazione provvisoria in un’altra struttura e, che comunque avrei pagato qualcosa di retta. Li informo delle tre lettere raccomandate di opposizione alle dimissioni inviate, dove c’era scritto, oltre alle condizioni di trasferimento di mia madre, anche che, accettavo risposte e, comunicazioni solo per iscritto.

Nel frattempo mia madre viene visitata dall’Uvg, Unità di valutazione geriatrica, che la dichiara non autosufficiente, classificandola urgente, con punteggio di valutazione 24. Il 4  agosto, una responsabile dell’Asl, mi invita telefonicamente a presentarmi il giorno 6, sempre di agosto. Quel giorno la Commissione dell’Uvg, mi comunica che dal 7 agosto è autorizzato l’inserimento definitivo in una Rsa, Residenza sanitaria assistenziale, in regime convenzionato di mia madre, consegnandomi l’elenco di venti strutture convenzionate per la libera scelta.

Dal 7 agosto mia madre è ospite della Casa di riposo San Carlo di Prarolo (scelta da me) presso il nucleo Rsa alta intensità, dove è seguita molto bene con tutte le cure del caso. Il trasporto dall’ospedale alla Casa di riposo è stato a totale carico dell’Asl; la retta alberghiera la paga in base alle sue possibilità economiche, gli è stata riconosciuta l’integrazione della retta da parte del Comune di Vercelli. Addirittura gli viene riconosciuta una somma mensile pari a 110 euro per i suoi fabbisogni personali.

Insomma quel telegramma e quelle tre lettere raccomandate hanno fatto miracoli! Mi hanno cambiato la vita, facendomi ritornare il sorriso sul volto, riportando tranquillità in famiglia.

Ringrazio le persone che mi hanno aiutato e la Fondazione promozione sociale che informa le persone sul diritto alle cure per gli anziani malati cronici non autosufficienti e su farlo applicare. Se non fossi venuto a conoscenza di questi diritti, che fine avrebbe fatto mia madre?

 

Giuseppe Montesano

13/07/2015