Home / DI COSA PARLIAMO / Associazioni / A Casciago un centro per crescere

A Casciago un centro per crescere

I bambini affetti da poliomielite si fermavano al Centro di Casciago fino all'età di dodici anni e poi passavano nell'istituto di Don Gnocchi per prepararsi al futuro

Durante la seconda metà del 1953 la nostra zona è stata colpita da una forte epidemia di poliomielite. Su richiesta del Primario dell'Ospedale di Circolo professor Tenconi, la villa Cartis Galimberti, che per volontà dei donatori era stata finora destinata a bambini convalescenti e in difficoltà, non infettivi, venne sistemata per accogliere i bambini colpiti da polio.
Nel dicembre 1953 si accoglievano i primi 14 bambini che, dimessi dal reparto di isolamento dell'ospedale di Circolo, necessitavano subito di sedute di fisioterapia e cura delle posture. Nell'arco di un anno tutti i 40 posti letto disponibili nella villa vennero occupati; l'ambiente favoriva un clima familiare e venivano così accettate serenamente dai bambini le cure intense prodigate da cinque fisioterapiste, un massaggiatore e una decina di infermiere, sotto la guida del Primario.
Questo centro fu subito previsto per lunghe degenze, sia per esigenze di continuità delle cure, sia perché per la prima volta venivano collaudate nuove e moderne apparecchiature ortopediche (docce di posizione, apparecchi specialistici ortopedici, palmari, tamplin).
Grazie alla presenza di specialisti come la dottoressa Moroni, Pediatra, specializzata in Fisioterapia e al Prof. Boccardi, che lavorava all'Ospedale Niguarda di Milano, ma che garantiva la sua presenza anche a Casciago, questo centro fu proprio il primo in assoluto specializzato per la riabilitazione dei bambini colpiti da poliomielite e fu seguito, dopo un po', dall'Istituto Don Gnocchi di Milano, che aprì poi sedi in varie parti d'Italia.
Nel corso di una decina d'anni passarono da Casciago circa 400 bambini; il più piccolo, Alberto, arrivò a soli 40 giorni. Si sentì l'esigenza quindi di provvedere, per questi bambini, anche alla loro istruzione. Suor GianAngela già insegnava, di sua iniziativa, a leggere e a scrivere ai bambini presenti, qualcuno veniva portato alla scuola elementare di Casciago per gli esami di V elementare, ma solo nel 1962 venne stipulata una convenzione tra la Congregazione delle Suore Orsoline e il Ministero della Pubblica Istruzione, per l'apertura di una scuola elementare "speciale" all'interno del Centro di Casciago dedicata a S. Angela Merici, nelle aule aggiunte alla Villa Galimberti e donate dalla signora Aras Frattini. Si arrivò ad avere fino a dodici maestri specializzati presenti.
I bambini si fermavano al centro di Casciago fino all'età di dodici anni e poi passavano negli Istituti della "Pro-Juventute" di Don Gnocchi per continuare le cure, la scuola media e prepararsi all'inserimento nel mondo del lavoro.
Nel giro di una decina di anni, per fortuna, la malattia venne debellata e non arrivarono più bambini colpiti da poliomielite. Il centro venne in seguito utilizzato come ambulatorio per la fisioterapia soprattutto a bambini spastici e con altre malattie legate al sistema nervoso centrale.

 

Io c'ero
Quegli anni ci hanno preparato alla vita come se fossimo stati in casa, anzi, forse con un'attenzione maggiore. 

Camillo è nato nel dicembre 59; nel febbraio 1960 viene ricoverato in ospedale dove viene trattenuto per un lungo periodo; probabilmente per contagio contrae la polio e viene spostato al reparto infettivi, dove rimane fino a maggio. La polio lo colpisce all'arto inferiore destro.
La necessità di fare fisioterapia e cure quotidiane, lo stato di povertà in cui si trova la sua famiglia, in cui solo il papà lavora come operaio, e la mamma è casalinga, la mancanza di un'auto, inducono i suoi genitori a fare per lui la scelta dell'Istituto di Casciago. Camillo vi entra a 6 mesi e vi resterà fino a 11 anni, terminate le elementari andrà poi al Don Gnocchi di Inverigo e per la terza media a Milano.
A Casciago Camillo ha trascorso 11 anni importanti della sua vita ed ha identificato l'istituto come la sua casa e i compagni e le suore come la sua famiglia. Rientrava nella sua vera casa solo durante il periodo estivo,dove, per un paio di mesi sarebbe vissuto in solitudine nella propria casa, circondato sicuramente dall'affetto dei familiari, ma senza la presenza degli amici di tutti i giorni.

Le giornate all'Istituto, erano scandite da ritmi precisi: levata presto, colazione, scuola, pranzo, sonnellino, merenda, ricreazione, compiti assistiti dalle suore, un po' di televisione dei ragazzi, cena e sonno. Chi non eseguiva i compiti non poteva vedere la televisione. Durante il pomeriggio, a turno, venivano chiamati per la ginnastica obbligatoria; Camillo ricorda come si arrabbiava quando lo chiamavano proprio durante la ricreazione.
Alla domenica pomeriggio dalle tre alle cinque, i genitori potevano andare a trovare i figli; la domenica era il giorno della levata un po' più tardi, del bagno, della messa, delle visite, delle caramelle e poi la settimana riprendeva con i suoi ritmi serrati, ma necessari. E' grazie alle cure intense e quotidiane, alla presenza costante di medici e fisioterapisti che Camillo, come tanti altri ha potuto recuperare quella capacità di movimento indispensabile al vivere.

Chiedo a Camillo di raccontarmi qualche episodio che ricorda della sua infanzia:
"Noi le chiamavamo le "avventure di notte".
Qualche volta, verso mezzanotte, quando riuscivamo a svegliarci, noi ragazzi, uno alla volta andavamo in bagno: l'infermiera di turno di solito non faceva obiezioni se ci vedeva nel corridoio con quella motivazione. Nel bagno affollato quindi decidevamo quale strategia adottare per compiere le nostre spedizioni punitive. Le nostre vittime preferite erano naturalmente le bambine e il nostro scherzo migliore era quello di infilarci in una delle loro camere per mescolare scarpe ed apparecchi e sentire, la mattina seguente, le loro grida di disperazione perché non trovavamo le cose.
Ricordo poi quando facevamo a botte per avere la figurina che ci avrebbe permesso di completare una pagina dell'album, o per ottenere una biglia da un compagno.
Quando è stato messo un calcetto sono stati imposti dei turni di gioco, per far giocare tutti; talvolta ho barattato la mia merenda per un turno in più al calcetto".

Niente di diverso dalle avventure che potrebbe raccontare qualunque bambino vissuto in quegli anni; ciò che distingue questi episodi è la costante di una vita collettiva, con tutto il bello e il brutto che ciò comporta.

Quando si vive a così stretto contatto con altri bambini si creano dei legami molti profondi di amicizia, ("con Michele ci sentiamo quasi fratelli, con Paola e Paolo continua tutt'ora un rapporto molto forte" dice Camillo). Al tempo stesso, quando si piangeva, ad esempio per una caduta, dopo le cure mediche e le due coccole dell'infermiera di turno, non c'era più nulla.
Non c'era una mamma che consolava o un padre che abbracciava.

- Che giudizio dai di quegli anni?
"Credo di essere stato fortunato, pur nella mia disgrazia, ad aver vissuto all'Istituto. Ho avuto tutte le cure necessarie, l'istruzione, l' educazione sia civica che religiosa; insomma quegli anni ci hanno preparato alla vita come se fossimo stati in casa, anzi forse con un'attenzione ancora maggiore".

- Cosa ti è rimasto di allora?
"Un legame molto forte che continua anche oggi, con alcune persone più in particolare, ma anche con gli altri ci troviamo almeno due volte l'anno, andiamo a trovare le Suore nel periodo natalizio e in quello pasquale. Quest'anno riusciamo anche ad organizzare un pic-nic con le famiglie per il mese di giugno; molti si sono sposati, alcuni vivono da soli, ma si sono comunque realizzati; qualcuno ci ha lasciato per passare a miglior vita.
Difficile tenere i contatti con tutti poiché in quegli anni arrivavano bambini da tutta la provincia, ma almeno quelli più vicini geograficamente riusciamo a raggiungerli periodicamente con una telefonata e ad incontrarli.
Sempre con piacere rivedo Suor Augusta che era la "nostra" suora di allora e Suor Maria Cristiana che negli anni '60 era la vice superiora ed oggi è la Madre Superiora dell'Istituto".

- Il ricordo più allegro?
"I tanti giochi fatti insieme ai miei amici".

- Il più triste?
"Quando abbiamo terminato la V elementare e dovevamo lasciarci: abbiamo pianto tanto".

Donatella Mecca

Lisdha news n 46, luglio 2005

09/12/2013