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Sermig, 37 anni di fraternità

Un centro di grande vitalità che opera in Italia a servizio di giovani, senzatetto, malati di Aids, carcerati e all’estero realizza progetti di sviluppo e missioni di pace.

C’è un’armonia che si respira nella sede del Sermig, l’ex Arsenale militare di Torino ora luogo di propulsione delle molteplici attività a cui Ernesto Olivero e suoi hanno dato vita a favore di giovani ed emarginati.
 

Forte di migliaia di volontari, nella maggior parte giovani, e di un gruppo di validi collaboratori, professionisti e tecnici che danno gratuitamente il meglio delle loro capacità il Sermig è divenuto in questi 37 anni un centro di grande vitalità spirituale e organizzativa che ha generato un gemello nel brasiliano Arsenal de Esperanca.
Forse tuttavia solo offrendo qualche dato numerico si riesce ad avere un’idea della complesssità e vivacità del Sermig. Sono stati avviati e realizzati finora 1350 progetti di sviluppo in 69 nazioni, 132 missioni di pace in paesi di guerra o colpiti da calamita' naturali; 1 milione e 770 mila le presenze negli incontri di preghiera, 3 milioni e 770 mila quelle dei vari incontri culturali, nei gruppi di auto aiuto, nei corsi di musica, nei campi di lavoro e formazione. Offerte finora 1 milione e 820 mila notti di accoglienza e ospitalità.
Di questa intensa attività ne parliamo con un veterano del Sermig, Guido Moranti, 54 anni, sposato, tre figli, presto nonno, che vive a Torino, dove lavora come docente in un istituto tecnico.

- Leggendo la storia del vostro movimento con le innumerevoli attivita' intraprese ci si chiede che cosa ha fatto sì che il vostro gruppo non sia rimasto una piccola associazione, ma abbia esercitato una forza di coinvolgimento così grande sia sul territorio che altrove (visto che siete arrivati anche in Brasile!!)
“Guardando dall’interno i 37 anni della storia del Sermig, penso che l’aspetto portante sia stata la capacita' di rifondarsi di continuo, passando da ‘gruppo’ di amici che facevano tante belle cose a ‘comunita'’, cioè persone per le quali il ‘fare’ doveva essere l’espressione di qualcosa di piu' profondo, insomma, di un ideale comune che coinvolgeva ogni scelta della propria vita e non solo i momenti in cui ci si ritrovava insieme, infine a ‘fraternita'’, cioè persone che avevano percepito di consacrare la propria vita al Signore lì dove li aveva chiamati, nel Sermig. Oggi siamo una fraternita' di laici che dedicano la propria vita al prossimo come risposta al dono della vita che l’amore di Dio ci ha fatto. Così l’amore verso Dio e il prossimo si è tradotto in risposte concrete che la lettura dei segni dei tempi ci indicava per favorire la crescita della dignita' dell’uomo, nel non vedere nelle persone che bussano alla porta del tuo cuore dei problemi, ma occasione per dare vita.
La gente ha toccato con mano la trasparenza, la coerenza, la disponibilita' a lanciarsi con coraggio, fidandosi totalmente del Signore, oltre frontiere che sembravano umanamente invalicabili. E ci è stata vicina. In sintesi, ritengo che se c’è un segreto nel Sermig, sia la fedeltà a Dio”.

- Che cosa cercano quel milione di persone che ogni anno contattano il Sermig?
“Se cerchi un progetto nel quale spiritualità, cultura della vita e della pace, accoglienza dell’altro camminano insieme; se vuoi cercare con donne e uomini di buona volonta' il senso dell’esistenza; se sogni una società dove ci sia più giustizia e dove le armi siano trasformate in strumenti di lavoro pacifico; se senti il bisogno di condividere il tempo, le capacità, i beni con chi è povero, affamato, sofferente, solo; se credi nella speranza, nei giovani che sono il futuro, nel perdono che fonda la pace, nella reciprocita' di diritti e di doveri fra individui e popoli, nella giustizia che nasce dalle piccole cose; se sei convinto che la bontà è disarmante, il Sermig cerca queste cose, ci crede e ti offre un impegno che vale per la vita”. Queste paroleche si leggono sull’ultimo opuscoletto che abbiamo redatto, individuano un progetto di vita. Penso che le persone che ci contattano, cercano di coinvolgersi totalmente o per un tratto della propria vita o del proprio tempo in questo progetto”.

- Rispetto agli anni '60 come sono cambiate le situazioni di povertà ed emarginazione e di conseguenza come è mutato il vostro modo di operare?
“Se guardiamo al mondo di oggi, non c’è da stare molto allegri. Sicuramente rispetto al passato oggi tutti hanno la possibilita' di conoscere più in diretta le miserie del mondo ed essere a contatto diretto con sempre nuove povertà. Per non essere spettatori passivi, l’amore ci porta a capire che ognuno ha qualche cosa di sé da donare agli altri, come ad esempio il tempo, la propria professionalita' e creatività, i beni materiali e spirituali, etc. Non c’è limite al proprio dono, che però deve essere indirizzato non a fare il bene, ma a fare bene il bene. Quindi è necessaria una grande disponibilita' ad una continua formazione.
Oggi i giovani, che riteniamo tra i più poveri, sono in cima ai nostri pensieri per le difficoltà che si trovano ad affrontare, per il senso della vita che fanno fatica a trovare. Per loro e con loro abbiamo dato vita al movimento ‘Giovani della pace’, che avrà un appuntamento mondiale a Torino il 4 ottobre 2002, nel quale i giovani chiederanno ai ‘potenti’ della terra di ascoltare la loro voce e di ridisegnare insieme il mondo”.


- Vi sono volontari che vivono stabilmente all'Arsenale della Pace. Si tratta di singoli o anche di famiglie e che tipo di impegno viene loro richiesto?
“La fraternita' del Sermig è variegata nella sua composizione: ci sono tra noi giovani, coppie di sposi, monaci e monache che cercano di vivere il vangelo, aperti al dialogo e alla collaborazione con tutti.Le ragazze e i ragazzi che hanno scelto di consacrarsi nel Sermig al Signore vivono all’Arsenale di Torino e di San Paolo in Brasile, presto in quello di Amman, in Giordania. Per le famiglie, no, abbiamo fatta la scelta, per ora, che devono vivere nella loro realta' per rispetto dei figli. C’è da dire che molti hanno scelto di lasciare il proprio lavoro per essere a pieno servizio negli Arsenali”.

- Come si pone il Sermig, impegnato sul fronte della ricerca della pace e della giustizia, rispetto al dibattito in corso sia nel mondo cattolico che in quello laico sull'attuale modello di globalizzazione?
“La parola globalizzazione mi porta a respirare in grande: non posso non sentirmi cittadino del mondo, intendere il mondo come un unico villaggio, custodire la creazione, espandere la vita. Insomma, una spinta interiore a rendere universale ciò che si spera, si crede, si sogna. Una cosa non nuova, basti pensare ai primi cristiani che sono usciti dal loro particolarismo per espandere a tutti la salvezza portata da Gesu', senza distinzioni di razza, di tradizioni, di appartenenza geografica.
Invece parlando di globalizzazione da un punto di vista economico, il respiro è più trattenuto. Da un lato ci sono stati innegabili benefici, le statistiche ci dicono ad esempio che senza l’economia globale di mercato il numero delle persone che vivono con un reddito inferiore a 2.000 lire al giorno rispetto a dieci anni fa (300 milioni) si sarebbe raddoppiato e non dimezzato, come ci dicono sia oggi. Dall’altro lato ha causato un incremento di disuguaglianze tra paesi ricchi e poveri e all’interno degli stessi paesi, tanto che Kofi Annan ha recentemente ricordato che meta' della popolazione del globo è fuori dal mercato globale, quindi senza benefici. Inoltre è una economia senza regole e adeguati limiti per unire all’efficienza economica aspetti etici, sociali, umani, ecologici; un’economia, poi, non controllata da organi rappresentativi della gente.
La globalizzazione economica può essere un bene, ma ci vogliono cuori giusti e nuovi. Un mondo giusto, infatti, non sarà tanto quello dove tutti sono uguali e hanno le stesse opportunita' (“i poveri li avrete sempre con voi”, ci ricorda Gesu'), quanto piuttosto un mondo dove ognuno palpiti con un cuore nuovo, sia capace di chinarsi e camminare con chi è in difficolta', adoperandosi e facendo di tutto per sollevarlo. Deve aumentare la soglia di bontà, di contemplazione, di compassione, di condivisione: forse solo così potremmo intaccare la sicurezza dei ‘grandi’, dei ‘potenti’, e riscoprire insieme, con occhi e orecchi nuovi, il vero progetto globalizzante di Dio, che certamente è un bene per tutti, anche a cominciare da questa terra”.

- La situazione degli ultimi mesi ha mostrato ancora una volta quanto sia drammaticamente facile la scelta di imboccare la "scorciatoia" delle armi per "ricercare la pace": voi che cosa nel pensate?
“Ricordo che alla fine degli anni ’70, i nostri incontri di sensibilizzazione e i dibattiti che organizzavamo, erano accompagnati dallo slogan ‘Pace sì, e comincio io’. Avevamo coniato questa frase per sintetizzare la necessità sia di perseguire con cocciutaggine il bene della pace e di non perderlo, sia di diventare nella propria vita credibili, cioè sempre più giusti, buoni, solidali, aperti al dialogo. La stessa trasformazione dell’Arsenale Militare di Torino in Arsenale della Pace è un simbolo, un segno che è possibile tramutare ciò che prepara la non pace (armi, prevaricazioni, prepotenze, intolleranze, ingiustizie, etc.) in strumenti e atteggiamenti di solidarietà, di giustizia, di dialogo, di lavoro, etc. Ernesto è stato presente con azioni di pace e solidarieta' in tanti punti caldi: Libano, Iraq, Randa, Somalia, Bosnia, etc. Come Sermig perciò riteniamo che essere ricercatori e attualizzatori di giustizia, solidarieta', dialogo, comprensione scatena la pace, non la guerra. La guerra forse può anche essere necessaria, sicuramente non è giusta. La storia giudichera' se quello che sta succedendo oggi è stato necessario. Sicuramente nei prossimi anni non passeremo momenti sereni”.

- Lei che ha lavorato in questi anni in stretto contatto con il vostro fondatore Ernesto Olivero può raccontarci qualche anneddoto che ci aiuti a meglio capire questa importante figura di cristiano del nostro tempo?
“Conosco Ernesto da ancora prima che fondasse il Sermig. E’ un amico a cui voglio bene e che stimo. I libri scritti su di lui tratteggiano la sua grande forza d’animo, umilta', creativita'. In lui troviamo una grande semplicità e umanità legate in modo inscindibile alla sua forte spiritualità. E tutto questo traspare bene dai suoi libri, dai quali si possono trarre tanti aneddoti.
Io qui voglio sottolineare ciò che più mi colpisce di lui. Ernesto ha passato, e continua a passare, tante sofferenze, grandi. Ebbene, non l’ho mai visto abbattuto dalla disperazione. L’ho visto vivere e affrontare quei momenti come ciò che la vita gli dava in quell’istante, e quindi come un qualcosa che poteva offrire al Signore, con dignità, con fiducia assoluta in quel Dio che trova sempre il modo di costruire, sui momenti di difficoltà vissuti in comunione con lui, più forza, più amore, più gratuità, più capacità di fare bene il bene. Insomma, per me Ernesto è un uomo, vero”.

Marcella Codini

Lisdha news n 32 - gennaio 2002

Sermig
piazza Borgo Dora 61, 10152 Torino
tel. 011/4368566, fax 011/5215571; email: sermig@sermig.org, www.sermig.org.

04/12/2013