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La forza di ricominciare

Ritrovarsi in una sedia a rotelle dopo un incidente in moto: Sergio Bergonzini ci racconta la sua nuova vita dove ha ricevuto anche tanto aiuto dagli altri. Ma confessa "Il futuro? Non lo vedo!"

Amare uno sport come il motocross e trovarsi la vita completamente rivoluzionata a causa sua: uno scherzo crudele che ha dovuto accettare Sergio Bergonzini, quarantaduenne di Arcisate (Varese).

Una vita assolutamente normale: ragazzino, ha la passione per la moto, condivisa con suo fratello; i suoi genitori, però, pongono il veto. Se vuole davvero una moto, deve guadagnarsela. Comincia a lavorare prestissimo, e comincia a mettere da parte i soldi, i “suoi” soldi, per poter finalmente realizzare il suo desiderio: una moto tutta e davvero sua.

Gli è sempre piaciuto anche il motocross, uno sport decisamente non adatto a tutti: “Non ero professionista, solo qualche garetta così, niente di che. Il motocross mi serviva soprattutto come valvola di sfogo, ecco.” Sergio fa una pausa, poi aggiunge: “In strada è pericoloso, andavo sempre tranquillo.”

Il 15 giugno 2013, proprio durante una sessione in una pista a Cairate, in provincia di Varese, succede qualcosa: “Non mi ricordo come mai, in realtà. Non mi ricordo se è stato un errore mio, se è stata la moto, se era il terreno… dopo un salto, sono caduto. Sono caduto male. Mi ricordo il dolore. Gridavo per il dolore e continuavo a gridare “Le gambe, le gambe!””. In quel salto andato male Sergio si rompe 11 costole e lo sterno, lede tre arterie polmonari e ha un danno spinale grave. “Mi hanno detto che è arrivato l’elicottero per portarmi in ospedale: io non me lo ricordo.”

Passa sette giorni in Rianimazione, per le lesioni che ha riportato, ma saranno solo i primi di una lunga serie di giorni passati in ospedale, all’inizio a Varese, poi a Milano. Viene operato alla schiena e ai polmoni a Varese,  deve restare a letto da giugno a ottobre: quattro mesi sono lunghi, soprattutto se come compagno costante hai il dolore: “Questo c’era sempre. Tanto, tantissimo dolore.”

La prima reazione alla notizia che non avrebbe più camminato è stata di incredulità: “Non è vero, non è vero, pensavo… però era vero”.

All’inizio l’obbiettivo era arrivare ad alzarsi, arrivare alla sedia a rotelle, al resto avrebbe pensato dopo, e quel dopo arriva quando entra all’Unità Spinale dell’ospedale Niguarda di Milano. Qui comincia a fare i conti con quella che sarà la sua nuova vita, comincia a destreggiarsi con la carrozzina. “Ti insegnano come fare tutto, come vestirti, come alzarti dal letto, come muoverti con la carrozzina… Ti insegnano anche come fare per i tuoi bisogni, come evitare di sporcarti… Ti insegnano a vivere con la carrozzina” - racconta Sergio -  “Quando sei in ospedale, vedi tante persone che sono lì come te per imparare di nuovo a fare le cose… ti guardi intorno e vedi tanti che sono tetraplegici, per dire, che stanno comunque peggio di te e un po’ ti consoli, ecco, perché poteva andarti peggio di così.”

L’ospedale, però, è comunque un ambiente protetto, diverso dal mondo “vero”, e di questo ci si rende conto quando si esce e comincia davvero la vita “con” la carrozzina: “In ospedale, sai, c’è sempre qualcuno: se cadi, ti tirano su, se ti sporchi, ti puliscono… è un ambiente ovattato e il mondo fuori non mi preoccupava più di tanto”. Poi però arriva il momento di tornare nel mondo, di tornare a casa. Accanto alla felicità di essere comunque a casa propria, arrivano le difficoltà della vita di tutti i giorni: Sergio vive in una casa al terzo piano senza ascensore, e deve anche essere operato nuovamente. “Arrivato a casa, c’è ancora il dolore. Ancora molto dolore. Mi hanno operato di nuovo, ma stavolta il risultato non è stato perfetto. Dopo sei mesi, però, ho potuto almeno ricominciare a lavorare.”

Sergio ha avuto problemi economici da quando si è fatto male, a cominciare dal fatto che, essendo il suo palazzo senza ascensore, ha dovuto provvedere da solo all’installazione di un servoscala per poter uscire. L’altro grosso problema è stata la macchina: adattare la sua ad essere usata nelle sue nuove condizioni sarebbe stato molto costoso, ma qui gli viene in aiuto, a sorpresa, la sua azienda. “Lavoro alla SFK. Dopo l’incidente la mia azienda mi aveva garantito che mi avrebbe conservato il posto di lavoro, e già questo era molto. Poi, loro fanno sempre, a Natale, qualcosa per beneficenza, a volte una donazione per un’associazione, cose così. Quell’anno, hanno deciso di aiutare me e mi hanno regalato la macchina andare a lavorare. E’ stata una cosa bella, da parte loro e un grosso aiuto per me”.

Quando ha avuto bisogno, è stato aiutato: lo dice, Sergio, anche quando racconta che ha una nuova mansione nella sua vecchia ditta, che non gli piace molto ma va bene lo stesso, e pensando anche all’aiuto che le persone della sua famiglia e della famiglia di sua moglie gli danno tutti i giorni: “Forse è anche per ringraziare loro che tiro avanti. Sai, se assisti un malato che si lascia andare… dopo ti passa anche la voglia di farlo. Se invece vedi che si tira su, che va avanti… vai avanti anche tu.”

Andare avanti, già. Come si fa ad andare avanti, dopo un cambiamento di vita così drastico? “Mia figlia Claudia è la chiave di tutto. E mia moglie Elena, che mi aiuta molto”.

E come vede il futuro, adesso?

Sergio fa una pausa: “Non lo vedo. Per adesso, non lo vedo”.

Dana Della Bosca

06/05/2016