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La vita spezzata di Irene

“Un intervento sbagliato ha completamente rovinato la mia vita e quella della mia famiglia. Ora voglio giustizia”.

E’ con un sorriso allegro e accogliente che Irene mi accoglie nel seminterrato dove trascorre buona parte delle sue giornate, dal momento che l’ascensore che serve per arrivare al suo appartamento è al piano rialzato e quei 10 gradini necessari per raggiungerlo sono per lei un ostacolo molto difficile da superare. Sì, perché Irene Rossi,  43 anni, originaria di Napoli, ma residente a Varese, con suo marito, e i suoi tre figli di 20, 18 e 11 anni, in seguito ad un intervento chirurgico avvenuto tre anni fa, ha grandissimi problemi a muoversi e per gran parte della sua giornata è costretta ad utilizzare una carrozzina. Anzi per lei questi tre anni sono stati un vero e proprio incubo in cui si è  precipitata improvvisamente dopo aver fino a quel momento condotto un vita tranquilla e nel complesso serena e soddisfacente.

“Sono sempre stata una persona solare – così racconta – Certo la mia infanzia non è stata facile perché mio padre aveva lasciato la mamma, si era rifatto una vita e io sono stata crescita dai nonni. Nonostante questo posso dire che ero una persona felice di tutto, contenta della vita che conducevo. Ho conosciuto mio marito che avevo quindici anni e sette anni dopo ci siamo sposati. I genitori di mio marito mi hanno sempre voluto molto bene. E io ero soddisfatta oltre che della mia famiglia, del mio lavoro come commessa.”

 

-          E poi che cosa è successo?

«Tutto è cominciato nel 2006 quando a causa di problemi alla schiena ho fatto  un piccolo intervento di artrodresi all’Ospedale Galeazzi di Milano. Nel 2010 ho avuto nuovamente problemi alla schiena e mi è stato proposto di prolungare l’artrodresi. Così sono stata nuovamente ricoverata al Galeazzi  e di lì è cominciato il mio calvario. Al risveglio non muovevo più l’arto inferiore sinistro. In realtà, seppi successivamente che durante l’intervento  era stata schiacciata la radice nervosa del midollo spinale che non si muoveva più. Uscita dall’ospedale soffrivo di dolori fortissimi e mi hanno curato per una colica renale. Quando mi sono recata al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Circolo a Varese, mi hanno detto, invece,  che i miei dolori erano conseguenza dell’intervento».

 

-          Com’è la sua situazione attuale?

«Molto difficile. Da qualche tempo mi hanno messo uno stimolatore nel midollo spinale, grazie al quale la mattina riesco a fare qualche passo senza usare la carrozzina, ma soprattutto riesco a non avere quei dolori terribili che avevo prima. L’elettrostimolatore è composto di un apparecchio esterno che va messo in carica giornalmente e da un apparecchio interno inserito sotto pelle, all’altezza dell’addome. Devo stare molto attenta, non posso fare certi movimenti, come ad esempio stendere i panni, non posso sollevare pesi o fare qualsiasi tipo di sforzo,  sia per i problemi che ho alle articolazioni, sia a causa dell’apparecchio.  Pensi che se io dovessi cadere in avanti, l’elettrostimolatore esploderebbe e io sarei  morta…

Ho dovuto fare anche un intervento alla spalla destra e soffro di sciatalgia e lombalgia cronica e ho perso la sensibilità al braccio destro. La mia colonna vertebrale è piena di chiodi …

In questi anni ho fatto molta fisioterapia sperando in un miglioramento, ma la fisiatra che ho recentemente interpellato mi ha tolto ogni speranza, in quanto mi ha detto  molto chiaramente che la fisioterapia non mi serve a nulla e che la mia situazione resterà questa».

 

 

-          Una condizione molto pesante…

«Sì, e io non riesco ad accettare quanto mi è successo. Ora dopo aver fatto una visita con il medico legale, abbiamo iniziato una causa e fra poco ci sarà la prima udienza. Purtroppo i tempi saranno lunghi, ma io desidero profondamente avere giustizia, perché con quell’intervento hanno rovinato la mia vita e quella della mia famiglia.

Non riesco ad accettare  il fatto di dipendere dagli altri a causa di un intervento sbagliato. 

Lei mi vede sorridente, ma è una maschera, perché dentro sto malissimo. Devo farmi aiutare per vestirmi , lavarmi… La mattina riesco a fare qualche passo grazie all’elettrostimolatore, ma poi devo utilizzare la carrozzina... La gamba sinistra e il braccio sinistro non li muovo più. Il braccio destro è privo di sensibilità. Non riesco ad accettare di dipendere in tutto dagli altri, io che ero libera. La mia vita è completamente rovinata, anche quando mi marito mi porta fuori con la carrozzina non riesco a fare una passeggiata decente, perché qualsiasi scossone mi dà fastidio, mi sento mancare e avverto delle scosse.

A causa di quanto mi è accaduto, in questi anni sono dimagrita di 18 chili e sono caduta in depressione. I medici mi dicono che è normale, con tutti i traumi che ho subito: tra le altre cose mi hanno anche asportato l’utero a causa di un fibroma.

Anche l’elettrostimolatore, è vero  che è uno strumento che mi aiuta a vivere, perché prima di averlo soffrivo di dolori insopportabili che venivano curati solo con i farmaci, ma non riesco a sopportare di dipendere da questo apparecchio, che ha anche effetti nocivi sul cuore e sul cervello».

 

-          E i suoi familiari come hanno vissuto quanto le è successo?

«Una cosa che non riesco a sopportare è che quanto è avvenuto ha avuto conseguenze pesanti non solo su di me, ma anche sulla mia famiglia. Mio marito è sempre pronto a darmi una mano e anche i miei figli quando vedono che non sto bene mi stanno vicino. Ma è chiaro che è una situazione molto difficile anche per loro. Di tanto in tanto per curare la mia depressione faccio dei ricoveri a Villa Albesi di Como dove oltre a farmi assumere dei farmaci, mi aiutano a stare in mezzo alla gente, cosa molto importante per me, perché a causa di quanto mi è successo mi sono piuttosto chiusa e allontanata dalle mie amicizie. Inizialmente nascondevo ai figli la ragione dei miei ricoveri. Poi ho capito che non c’era nulla di cui vergognarmi. Purtroppo però le mie assenze sono vissute male dai miei figli. Mio figlio Simone quando non ci sono diventa ribelle: tempo fa è stato ricoverato in ospedale perché era come paralizzato perché non accettava le mie assenze ed è stato un anno sotto cura. La seconda figlia,  quando mi assento va in anoressia. La figlia maggiore invece si chiude in se stessa. Sia i miei figli che mio marito stanno risentendo pesantemente di questa situazione.  Mio marito deve lavorare e prendersi cura dei ragazzi anche perché non ho qui nessuno della mia famiglia».

 

-          Qualcuno l’aiuta per l’assistenza?

«C’è una persona inviata dal Comune, che viene un’ora e mezza al giorno. Mi aiuta ad alzarmi,  a vestirmi, a lavarmi, ma è troppo poco, però economicamente non possiamo permetterci di più. Già è stato un grosso impegno finanziario acquistare questo  seminterrato che abbiamo trasformato in appartamento e abbiamo il mutuo da pagare. Le spese sono tante:  mia figlia maggiore Anna si è iscritta ad una scuola di psicomotricità, Alessia fa l’ultimo anno del sociale all’Einaudi…

A volte ci sono amiche che vorrebbero aiutarmi, ma faccio fatica ad accettare l’aiuto di altre persone, ad eccezione di mio marito: in questo periodo mi sono molto chiusa ed è anche per questo che trovo molto utili i ricoveri a Villa Albesi. Quando sono là, mi trovo a dare coraggio agli altri, anche se dentro mi sento come se stessi per precipitare in un burrone.

A casa passo molto tempo da sola, avrei bisogno di compagnia e mi farebbe piacere incontrarmi con persone che vivono una situazione simile alla mia.

La mia vita è stata completamente distrutta da questa esperienza, ma dentro sento comunque un gran desiderio di essere utile agli altri, di riuscire a dare loro coraggio, aiutandoli a scoprire che la vita è bella e che a volte ci si lamenta per piccole cose, mentre ce ne sono di ben più grandi. Se penso solo a quante persone vanno  in crisi per delle stupidaggini…»

Marcella Codini

 

 Lisdha news n 80, Gennaio 2014

 

05/02/2014