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U latru ri ficupali - Il ladro dei fichi d'India

Lorenzo Genovese nel suo libro di esordio ridà vita ad una Sicilia del passato. Un testo fresco e brioso che premia la grande fatica fatta per realizzarlo poiché Lorenzo, impossibilitato a muoversi, lo ha scritto usando una telecamera collegata con il Pc che ha tradotto in lettere i movimenti del mento. Potendo scrivere solo quattro righe al giorno… tutti i giorni!

Lorenzo Genovese è un giovane scrittore di 28 anni fortemente legato alla sua terra d’origine, la Sicilia. Il suo libro d’esordio, “U latru ri ficupali” (“il ladro di fichi d’india” - Morrone Editore), è una storia che si dipana tra i muri antichi di Buscemi, dove personaggi d’altri tempi conducono una vita scandita dai ritmi della terra e sui quali, ad un certo punto, incombe la minaccia di una guerra lontana e incomprensibile. Il valore aggiunto al racconto è la lingua utilizzata: il dialetto di quella parte di territorio siracusano. La ricerca fatta da Lorenzo è stata, come tutte le ricerche linguistico-etnografiche, lunga e complessa, agevolata certamente dalla sua appartenenza alla comunità di riferimento e dai racconti che, fin da bambino, gli venivano narrati tra le mura domestiche.  La gestazione del libro è durata circa sette anni poiché Lorenzo, affetto fin dall’età di tre anni da una gravissima forma di distrofia muscolare e per questo impossibilitato a muoversi, ha scritto attraverso una piccola telecamera che, collegata al pc, codificava i movimenti del suo mento e li traduceva in lettere. Quattro righe al giorno, tutti i giorni. Questo lavoro certosino ha infine prodotto un risultato eccellente:  un libro fresco e brioso, pieno di descrizioni e di scambi che, soprattutto nella versione in dialetto (ogni pagina ha anche una traduzione in italiano a fronte), danno al lettore la sensazione di “vedere in diretta” la scena che si sta svolgendo e questo aspetto partecipativo – anche per chi è lontano temporalmente, geograficamente e linguisticamente – è la vera forza del lavoro di scrittura di Lorenzo, ragazzo che, come un vero ladro di fichi d’india, è in grado di saltare i muri che la disabilità costruisce per andare a raccogliere quanto di buono e gustoso la vita può offrire.

 

Raccontaci qualcosa di te. Perché hai deciso di scrivere un libro e in che misura ti hanno condizionato – se ti hanno condizionato – le difficoltà fisiche?

Io sono un ragazzo parecchio semplice, con molto umorismo e inventiva, sempre aperto a nuove esperienze e che non si cura più di tanto delle avversità della vita e per questo non sono stato influenzato in nessun modo. Ho scritto questo libro innanzitutto per cercare di dimostrare anche a chi mi conosce meno tutte le mie doti intellettive, per far capire che la disabilità non è un limite in assoluto e che si può aspirare all'indipendenza personale che, se non è fisica, può essere intellettiva. L'altro motivo è che voglio dare un contributo per  impedire che tante tradizioni e ricordi vengano dimenticati per sempre.

 

Hai degli autori di riferimento,  delle opere che ti hanno particolarmente ispirato?

I miei autori preferiti e a cui mi ispiro sono in generale tutti gli Autori che nelle loro opere hanno una visione pessimistica della vita,  particolarmente quelli siciliani come Pirandello e Verga in quanto esprimono perfettamente in cosa consiste veramente la vita di tutte le persone che nascono senza molte opportunità.

 

ll tuo libro è un racconto del tempo passato, ricco di riferimenti a cose e personaggi che ormai non esistono più: una sorta di compendio sugli usi e i costumi di un mondo contadino duro ma autentico. Quale fascino esercita su di te questo mondo scomparso?

Esercita un fascino  grandissimo che si è fortemente radicato dentro al mio animo semplice fin da quando ho cominciato ad ascoltare racconti della vita del passato.  Il mondo antico contadino ha, secondo me, una importanza fondamentale perché penso che rispettare la natura e i lavori campestri e seguire i ritmi naturali sia molto importante per il nostro futuro che ha fallito in alcuni aspetti del suo sviluppo.

 

U latru ri ficupali è anche un’opera di salvaguardia del dialetto, da molti definito come lingua degli affetti e quindi poco “letteraria”. È però, e questo è evidente, anche la lingua che meglio di altre riesce a rendere le espressioni colorite, i modi di dire e il ritmo del parlato. È stato complicato scrivere in dialetto? Qual è secondo te il suo valore aggiunto?

Il dialetto è sicuramente una lingua difficilissima da scrivere perché contiene dei suoni inimmaginabili e irriproducibili, ed ha anche un immenso valore storico e antropologico. Ci sono tante espressioni e parole che non si possono rendere in italiano ma che esprimono una intera civiltà. L'idea della traduzione è nata proprio perché non tutti avrebbero compreso il dialetto, anche se tante volte la traduzione non rende esattamente il senso di quello che volevo esprimere. L'uso del dialetto inoltre può essere un modo per non far perdere del tutto questa “lingua” che adesso non parla quasi più nessuno e per tramandare quindi le tradizioni del mio paese.

 

Fabrizio de Andrè nel suo album “Creuza de ma” (“mulattiera di mare”, cantato in dialetto genovese) nella canzone omonima elenca un menù di piatti tipici della Città della Lanterna.  Anche tu nel tuo libro, a un certo punto, offri al lettore la ricetta delle ‘mpanate. Quanto conta la tradizione culinaria per la comunità di riferimento e perché? 

La tradizione culinaria è una delle cose più importanti su cui si fonda una comunità;  i sapori e i gusti aiutano a caratterizzare un popolo. Nella tradizione contadina il cibo aiutava a creare rapporti e socialità sia nella fase di preparazione  e nella fase del consumo. Pranzi e cene, anche se povere, aiutavano a creare intrecci sociali. Riprendere e raccontare come si preparavano alcune ricette tradizionali serve a mantenere viva una bella tradizione del gusto.

 

L’attuale tecnologia non ti consente di scrivere più di quattro righe al giorno. Ci racconti come funziona?

Il mio PC è dotato di una web-cam che capta i movimenti del mio mento e manda impulsi alla tastiera dello schermo. Posso dire che scrivo con il mento, ed è per questo che ci metto molto tempo, ma non voglio abbandonare questo sistema che mi ha permesso di realizzare il mio sogno.

 

Immagino che, nell’atto creativo, a idee si sovrappongano idee, e la fantasia prenda percorsi e sentieri inaspettati. Qual è il tuo personale modo per metterli in ordine e, soprattutto, per scegliere quelli giusti?

Per questa domanda non c’è una risposta ben precisa perché io lascio fare tutto al caso e mi fido tantissimo delle mie sensazioni estemporanee. Ho molto tempo per pensare e tessere le mie storie e lo sviluppo dei vari episodi, li elaboro nella mia mente cercando di non perdere il filo prima di scriverli. E pensarli ed elaborarli mi dà una grande soddisfazione e gioia perché mi sembra di vivere quello che invento e scrivo.

 

Il tuo libro inizia con la descrizione delle mille fatiche della vita di una volta a Buscemi e con i preparativi del lavoro per finire con una grande festa in cui ogni abitante e ogni personaggio formano un affresco corale. Nel mezzo il fantasma della guerra e l’ombra della partenza per un destino ignoto. C’è una morale in tutto ciò?

Secondo me bisogna sempre prendere la vita come viene, essere felici di ciò che si ha, non abbattersi mai e pensare che c’è sempre qualcuno che sta peggio di noi, per cui non bisogna amareggiarsi l’esistenza e soltanto provare a divertirsi. Questo è il senso della festa organizzata dalla protagonista, Taneda, che pur essendo disperata perché il fratello va in guerra cerca di trasformare la tragedia in una allegra festa per tutto il paese.

 

Da dove provengono le foto in bianco e nero che corredano il libro?

Alcune foto ritraggono persone realmente esistite in paese, c'è la foto del mio bisnonno e di altri parenti; alcune ritraggono scorci del paese in cui vivo che ancora esistono; altre ancora sono state tratte da varie fonti (libri e rete).

 

Stai già lavorando ad un’altra opera? Se sì, ci puoi fare qualche anticipazione?

Si. Ho concluso il libro con una promessa ai lettori, ed è da lì che ho ricominciato a raccontare. Credo che molti siano curiosi di sapere che fine fa Turidu, se si arrende al triste destino o ritorna ad essere un “latru ri ficupali”.

 

Fabio Simonelli

28/01/2015