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Katia Catalano, la determinazione e la parola

Modenese di nascita ma varesina d’adozione, all’età di 14 anni subisce un grave trauma a causa di un incidente. Spirito indomito e fine intelligenza, nonostante l’impossibilità a deambulare si rende conto da subito che il suo enorme potenziale è rimasto intatto: studia, si specializza, scrive, legge, canta. Fino ad arrivare ad essere notata dalla critica e da un pubblico che alle sue letture è sempre più entusiasta e numeroso.

Katia, sei laureata in giurisprudenza, hai frequentato la scuola di notariato. Entro l’anno conseguirai la laurea triennale in scienze dei beni culturali. Sei inoltre poetessa e scrittrice. Come si conciliano questi aspetti così diversi?

Ho scelto di avere un’impostazione ben strutturata: la giurisprudenza. Però avevo anche bisogno di respirare. Come puoi vedere dalle righe che corredano la lirica “Come poetare” in Vedo, a trent’anni la poesia è entrata nella mia vita e mi sono accorta che la mia vita era poesia sin dall’inizio. Infatti ripercorrendo tutta la mia storia (io ho fatto danza classica, suonato il pianoforte, giocato a pallavolo in serie C) mi sono accorta che a causa di altre disavventure – possiamo chiamarle così – ho dovuto fare scelte diverse, che però mi hanno fatto capire qual’ era la mia anima poetica. Possiamo dire che la parte razionale mi ha indirizzato verso quella irrazionale.

 

Nello scritto del 1984 “Come una poesia si costruisce” (in La dama non cercata) Giovanni Giudici afferma che “Ogni poesia (…) è molto, moltissimo di più di quel che dice: è infatti, e perentoriamente, quel che è”. “Una poesia è una cosa nata da una misteriosa alchimia, una specie di transustanziazione dal semplice dire a un ben più complesso e concreto essere”. Che cos’è, quindi, la tua poesia?

Le mie poesie si distinguono dalle altre perché trattano temi che vanno nel profondo. Fanno vibrare le corde anche di quelli meno inclini alla poesia. La mia poesia è questo, il quotidiano che viene a galla, e davanti a questo tutti rimangono basiti.

 

Qual è il tuo quotidiano?

Mi ricollego a quello che è la poesia per me. Dover dare gioia agli altri presentando una quotidianità che, dal mio punto di vista, va superata. E quindi è una quotidianità che, dal punto di vista degli altri, è difficile, troppo difficile per andare a vanti, ma in realtà questa è solo la superficie. Questo è il messaggio che mi sembra utile dare. Sono convinta che l’amore possa tutto (“L’amor che move il sole e l’altre stelle”), ed è, credo, ciò che emerge da ogni mia lirica.

 

In Sensibilità ambivalente, la tua prima silloge, si percepisce una sorta di urlo interiore, un desiderio di definirsi e definire il mondo in rapporto alla realtà delle cose. Scrivere serve anche a questo?

La scrittura secondo me, per avere un significato, deve essere un’esperienza, e possibilmente un’esperienza diversa da quella del lettore. Il lettore deve essere attratto non solo dalla qualità del lavoro letterario, ma anche e soprattutto da una visione differente delle cose. Mi ricollego a Vedo, il titolo del mio ultimo libro, che non è casuale. Perché ho voluto marcare la differenza tra vedere e guardare? Perché tra le due cose esiste un abisso, una diversa intenzionalità, una fondamentale differenza di attenzione. Io questo chiedo a chi mi legge: marcare una differenza di approccio, una definizione del mondo e delle cose alternativa.

 

Perché “è lineare avere ostacoli nella vita”?

Devi sapere che quando ho pubblicato Sensibilità ambivalente non mi aspettavo che uno dei miei amici estrapolasse dalla presentazione questo aforisma e lo stampasse su una maglietta. È un aforisma intenso, dove puoi trovare un doppio concetto in contrapposizione, che può far emergere la bellezza anche nella sofferenza, cosa secondo me molto bella. È apprezzare di ogni piccola cosa quell’aspetto che non notano tutti, in una linearità che non è ovvietà ma semplicità, consapevolezza naturale.

 

Giorgio Caproni, nella sua poesia “Falsa indicazione”, suggerisce che non esista reale frontiera tra gli uomini, ma solo impedimenti artatamente creati. Secondo te la poesia aiuta a supera le barriere?

Secondo me ti pone davanti a dei quesiti, di fronte ai quali è inevitabile che ciascuno si soffermi e si interroghi. Quindi i limiti sono soltanto nella mente di chi li può vedere. Di questo sono convinta.

 

La tua seconda opera, 3 R Racconti e Provocazioni, è un libro di racconti brevi. Al termine di ognuno di essi, poni tre domande al lettore in modo che egli si “rilassi, rilegga e rifletta” (le 3 R del titolo). È solo una trovata letteraria o sei realmente interessata ad un’interazione “diversa” con chi ti legge?

Credo che sia formativo per entrambi, lo scrittore e il lettore, e credo che in tutti i libri in commercio non si tenga presente l’importanza che ha l’interazione fra l’autore e il lettore. Quando ho presentato questo libro forse non sono riuscita – ancora ci provo – a lanciare questo messaggio, perché la maggior parte delle persone mi ha detto solo: “eh, ma sono racconti difficili”. Sicuramente non sono superficiali e frivoli, sicuramente non è un libro da leggere solo nei momenti di svago. È un libro didatticamente formativo, mi piacerebbe presentarlo nelle scuole. Credo che la mente di un bambino o di un ragazzo sia più aperta a questa interazione e quindi ad un approccio meno tradizionale.

 

“33 storie anagrammate con 99 quesiti”. È voluta l’analogia con la Divina Commedia (3 cantiche ognuna delle quali composta da 33 canti - tranne l'Inferno, che contiene un ulteriore canto proemiale)

Sei la prima persona che me lo chiede. No non c’è nessuna analogia. Il 3 è un numero mistico, il dipinto di Magritte in copertina richiama tre elementi che sono fortemente connessi: la lampada che è la sapienza, il pensiero che è la mente, poi ch’è la scienza che è il libro. Questi tre elementi mi servivano per rappresentare un numero così forte. 3R Racconti e provocazioni è un libro creato all’insaputa dei miei genitori: volevo infatti festeggiare il loro 33esimo anniversario di matrimonio.  Molte storie che puoi leggere al suo interno sono infatti attinenti alla vita di coppia.

 

La tua ultima fatica è Vedo (!?), una raccolta di poesie “rese maggiormente fruibili da linee guida” per il lettore. È proprio così sprovveduto, questo lettore?

Come ti ho detto il lettore non è sprovveduto, ma non è abituato a una lettura che vada oltre. Non è abituato a leggere oltre le righe. Ho volutamente abbinato questi suggerimenti interpretativi alle liriche che secondo la maggior parte dei lettori sono poco accessibili. È un approccio se vuoi un po’ didattico, ma che male c’è? Mi piacerebbe molto avere a che fare con lettori i cui gusti non siano ancora sclerotizzati dalla monotonia quotidiana.

 

Che cosa hai in serbo per il futuro?

Scrivere - io respiro sempre- e tutti i miei amici  vengono quotidianamente invasi dai miei versi. Molti mi pongono lo stesso quesito, ma le parole umane non bastano… L'ispirazione non può essere pianificata e quando busserà sarò ben lieta di accoglierla così cono sono sempre aperta a nuove collaborazioni.

 

Fabio Simonelli

 

Katia Catalano è nata a Mirandola (in provincia di Modena) il 23 luglio 1980.Vive a Varese, dove ha conseguito la maturità scientifica. Laureata in Giurisprudenza, ha frequentato la scuola di Notariato di Milano. Attratta dal suo “primo amore”–l’arte–frequenta la facoltà di Scienze dei beni culturali di Milano ad indirizzo storico-critico dell’arte, dove a breve conseguirà la laurea triennale. La poetessa e scrittrice, nel 2010, ha pubblicato Sensibilità ambivalente (Macchione Editore) intensa raccolta di poesie, nel 2013 ha presentato 3R (Macchione Editore), raccolta di trentatré storie anagrammate corredate da novantanove quesiti funzionali alla riflessione. Del 2014 è il suo secondo libro di poesie, Vedo (?!)(Macchione Editore), e, sempre nel 2014, è presente nell’antologia Poeti a Varese, pubblicata dalla Nuova Editrice Magenta.

02/05/2015