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Camminare con la testa, camminare con il cuore

Una città "camminabile" è una città per tutti dove tutti, disabili e non, possano "camminare" con modi e tempi propri, senza restare confinati su una rampa o all'interno di un'automobile. Riflessioni sul progetto “Varese Cammina”.

La camminabilità (walkability index) è un indice che le città americane, ci ha descritto il professor Raj Dipak Pant, utilizzano per determinare la qualità del loro piano terra: la loro vivibilità. La camminabilità ha ripercussioni sul nostro benessere, sull'ambiente ed ha un impatto socioeconomico. Non dobbiamo mai dimenticarci infatti che le città sono fatte dalle persone, giorno dopo giorno, passo dopo passo.  “Le città sorde, inerti ", ricorda Jane Jacobs, "contengono i semi della propria distruzione. Ma le città vivaci, diverse, intense contengono i semi della loro rigenerazione, con l’energia sufficiente a portare i problemi fuori da se stesse”.

 

Il camminare coinvolge il nostro corpo, il nostro spazio ma anche il nostro stato emozionale. E' un atto disequilibrante per eccellenza, infatti, obbliga il cervello a perdere una situazione di equilibrio per riscoprirne un altra ed un'altra, e un'altra ancora: è una costante messa in crisi del nostro organismo. Camminare non lo si fa solo coi piedi, ma lo si fa anche con la testa: Kierkegaard scelse Copenhagen come luogo in cui passeggiare e studiare i soggeti umani.

Restituire il corpo alla città significa ristabilire il diritto di scegliere se e quando scendere in strada per percorsi brevi o lunghi "rischiando" di incontrare il vicino, il viandante e condividere con lui un tratto di città.

 

Il percorrere la città non solo ci obbliga a costruirci una vita relazionale uscendo dai recinti del privato e confrontarci/scontrarci con l'alterità ma anche a mettere in discussione il quotidiano, il già visto. Il passeggiare ci fa riflettere su cosa abbiamo a disposizione, su quel che c'è, su cosa si può migliorare. "In ogni visitazione dei luoghi", scriveva Ghirri, "portiamo con noi questo carico di già vissuto e già visto, ma lo sforzo che quotidianamente siamo portati a compiere, è quello di ritrovare uno sguardo che cancella e dimentica l'abitudine: non tanto per rivedere  con occhi diversi, quanto per la necessità di orientarsi di nuovo nello spazio e nel tempo".

Sono questi gli occhi a cui ambiamo, occhi che percorrono i nostri tragitti casa-lavoro, abitando e sentendosi parte di un mondo che ci è scappato di mano. Un mondo in cui i punti di riferimenti canonini sono scomparsi, immersi in un disordine di segni e costruzioni. Un mondo in cui non abbiamo più potuto trovare noi stessi e ci siamo rifugiati nel privato. La crisi di un modello esistenziale ed economico è motivo per mettere in discussione molte cose che abbiamo ereditato.

 

Una città "camminabile" è una città per tutti. Una città accessibile in cui tutti possano "camminare" con modi e tempi propri, dove non si è confinati su una rampa o all'interno di un'automobile. Una città in cui la misura del progetto non sia la macchina ma l'uomo. Ripensare i flussi dei nostri luoghi dell'abitare non è solo un esercizio velleitario da tecnici, ma è un grande progetto di città fatto da cittadini per cittadini: un ambizioso progetto di "design urbano sostenibile".

 

Il passeggiare costringe a stare, a essere presenti, attenti su quello che succede nella nostra città, nel nostro quartiere, appena fuori il nostro recinto di casa. E' per questo motivo che dovremmo camminare di più per essere presenti, essere vivi, passo dopo passo.

Il 22 settembre, all'interno della settimana europea della mobilità sostenibile, assieme al prof. Raj Dipak Pant e all'assessore Dino De Simone, che ci ha parlato del suo progetto "Varese Cammina", una pluralità di associazioni ha "abitato" piazza Repubblica, luogo quotidiano che non vediamo più. Non vediamo più perchè già visto, già vissuto. Il tragitto parcheggio interrato-centro commerciale è un tragitto in cui non ci accorgiamo più di nulla. Durante la settimana della mobilità Europea abbiamo messo in crisi tutto questo, perchè ci siamo "stati": abbiamo preso sedie e tavoli, amache e ponteggi e l'abbiamo vissuta. Crediamo che il cambiamento culturale che intravediamo passi anche da questo: il prof. Pant ce lo ha detto, Varese, con i suoi luoghi notevoli può essere promotrice e modello per altre città, ma altre alla buona volontà è necessario fare scelte di alto profilo politico, invertire la rotta e ribaltare vecchi schemi.

 

Roland Barthes scrisse che "noi parliamo la nostra città [...] semplicemente abitandola, percorrendola, guardandola". Speriamo che ci siano queste occasioni in cui parlare la città e parlare di città nella nostra Varese.

 

Andrea Livietti, Marco Zanini / VA'rese-microvalorizzazione del quotidiano-

29/10/2016