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La seconda vita di Alex Zanardi

“Per me già il fatto di essere vivo è una motivazione sufficiente per continuare ad andare avanti e sfruttare quello che ho piuttosto che rammaricarmi per quello che c’è più”.

Alessandro Zanardi nasce nel 1966 a Bologna e cresce a Castel Maggiore amando i motori fin da quando era giovanissimo. La sua prima competizione su una quattro ruote risale al 1982, quando si iscrisse al campionato nazionale di categoria 100cc arrivando terzo: da quel momento non si è più fermato. La sua vita continua a essere una successione di sfide e traguardi raggiunti: dalla Formula 3 italiana alla Coppa Europa in prova unica a Le Mans; dall’incontro con l’amore della sua vita – la futura moglie Daniela - al successo nella Formula 3000 e all’attribuzione del titolo “miglior pilota italiano dell'anno” da parte della rivista Autosprint nel 1991. Proprio nel ’91 Zanardi debutta in Formula 1, vivendo anni di fortune alterne e gareggiando nel team di diverse scuderie: Jordan, Tyrrell, Benetton e, soprattutto, Lotus. Nel 1994, proprio per la Lotus, ottiene il primo punto mondiale piazzandosi in sesta posizione al Gran Premio del Brasile. Purtroppo i mesi successivi sono segnati da due incidenti: il primo in bicicletta sulle strade di Bologna, il secondo durante le prove del Gran Premio del Belgio sul circuito di Spa-Francorchamps. Zanardi sì schiantò a oltre 240 km orari contro le barriere della pericolosa curva del Raidillon e, pur non riportando gravi lesioni, fu costretto a concludere anticipatamente la stagione. Ma la Lotus abbandona la Formula 1 e Zanardi reinventa se stesso, come ha fatto più volte nella sua vita, passando alla categoria GT3. Nel 1995 parte per gli Sati Uniti dove gareggerà nella Champ Car, la serie prima nota come Cart. Ottiene grandi successi, conquistando più volte il titolo nel campionato e diventando un idolo dei tifosi d'oltreoceano grazie alle sue vittorie spettacolari e alla sua simpatia. Dopo un breve ritorno alla Formula 1 Zanardi nel 2000 vola negli Stati Uniti per gareggiare nel campionato Champ Car. E il 16 settembre del 2001 si presenta motivato all'appuntamento europeo del Lausitzring: una gara avvincente nella quale Zanardi supererà tutti gli sfidanti. Ma a 13 giri dalla fine, uscendo dai box, la sua monoposto scivola sulla pista e si mette di traverso mentre sopraggiunge ad alta velocità Alex Tagliani. L'impatto è violentissimo: la vettura di Tagliani colpisce perpendicolarmente quella di Zanardi spezzandola in due e provocando l'amputazione di entrambi gli arti inferiori. Trasportato in elicottero all'ospedale di Berlino, Zanardi, fra la vita e la morte, viene sottoposto a una quindicina di interventi. Rimane in coma farmacologico per quasi tre giorni e solo dopo sei settimane di ricovero può lasciare l'ospedale per cominciare l’impegnativo processo di riabilitazione.

E da allora, Alex Zanardi non si è ancora fermato: “ogni giorno della mia seconda vita è un dono” – ha detto.  Subito, alla guida di una vettura appositamente modificata, ha percorso i 13 giri del Lauertzring che gli mancavano per concludere la sua ultima competizione, quindi si è dato alla categoria Turismo e Superturismo. E non si è accontentato di riscuotere successi sulle quattro ruote, si è dedicato anche alla hand-bike, conquistando due medaglie d'oro ai Giochi paralimpici di Londra 2012 e cinque titoli ai campionati mondiali. Ha anche realizzato degli ottimi tempi nelle dure prove dell’Iron-man alle Hawaii, scende dalle montagne innevate su un mono-sci, conduce da anni con successo un programma televisivo dal titolo “Sfide” su Rai Tre e fa il motivatore. Una persona davvero speciale, che saprà sorprenderci in questa intervista.

 

Quando si pensa a lei, al suo sorriso e alla luce dei suoi occhi, si sente subito una grande simpatia e si prova ammirazione, oltre che stupore per la sua forza e la sua determinazione. Con quello che è e quello che fa è diventato un punto di riferimento non solo per chi vive una forma di disabilità, ma per tutti noi. Dove attinge questa forza?

Sono bellissime parole che sento di meritare solo in parte. Penso che sono molto raccontato, molto esposto, soprattutto da un punto di vista mediatico, e questo fa di me un ottimo punto di riferimento per tanti, perché io mi sono lasciato alle spalle delle difficoltà non incredibili, ma abbastanza eccezionali. La gente pensa: “se l’ha fatto lui, allora posso provare a farlo anch’io”. Ma io non mi sento un esempio. Non ne ho il diritto, ma non avverto neppure il dovere di esserlo.

 

Parliamo ancora di questa sua Forza con la F maiuscola: deriva anche dal sostegno della sua famiglia? Di sua moglie Daniela e di suo figlio Niccolò?

Non c’è dubbio. Credo che la vita sia un cerchio: non esiste un inizio e non esiste una fine. E’ indubbio che la condivisione delle cose, nel bene e nel male, ci aiuta non solo a vivere meglio ma – di fatto – a vivere. Nel mio caso specifico ci sono stati momenti difficili in cui avere qualcuno a cui appoggiarmi, dal punto di vista affettivo, è stato determinante. Ho una famiglia meravigliosa e dopo l’incidente ho dovuto concentrarmi soltanto su me stesso per tornare a essere un buon marito e un buon padre.

 

Alex Zanardi: nasce come pilota raggiungendo molti grandi obiettivi, ma non è solo questo. Paralimpiadi con la handbike – 2 ori Londra 2012 - sci, iron-man e – e questo non è uno sport – conduttore televisivo. Erano traguardi che ha sempre pensato di raggiungere o ha stupito anche se stesso?

Io credo che la vita sia una continua sorpresa e noi dobbiamo mantenere un atteggiamento molto aperto nei suoi confronti, lasciando che le cose possano accadere. Qualche anno fa, se mi avessero detto ‘tu, Alex, andrai a fare le Olimpiadi’, avrei risposto: ‘ma ti sei bevuto il cervello?’ e, invece, da pilota mi sono trasformato in atleta paralimpico e non solo ho partecipato, ma ho avuto la gioia di conquistare due ori. Insomma, mica robetta. Quindi è bellissimo. E questo perché io sono una persona curiosa, che si guarda attorno e tenta nuove avventure. E poi ci sono diversi modi per realizzare i propri obiettivi e la tecnologia aiuta tantissimo.

 

Lo scorso 26 settembre ha vissuto un’impresa incredibile alla Maratona di Berlino (42 km). A 9 km dal traguardo è caduta la catena della sua handbike e lei è riuscito a superare se stesso concludendo la gara…

Si, è un bellissimo ricordo... Quando si è rotta la catena è arrivato un papà con un bambino, che ha fatto  un’osservazione semplicissima, ma spietatamente vera. Mi ha detto: ‘però che peccato che non riesci ad arrivare alla fine, dopo tutta questa fatica!”; e allora ho pensato che avrei trovato un modo per farcela, per cui mi sono seduto sull’assale della mia hand-bike e ho cominciato a spingerla come una carrozzina…  e me la sono anche goduta. E’ stato bello perché, andando piano, mi guardavo attorno e la gente mi salutava. Poi il tutto è stato dipinto come un’impresa eroica, come se avessi fatto uno sforzo sovrumano… invece è stata solo una passeggiata. Ci ho messo il tempo che serviva e sono arrivato in fondo.

 

E’ curioso che sia stato proprio un bimbo a infonderle tanta energia, perché lei ha fondato un’associazione che si dedica ai bambini: “Bimbingamba”.

Qualche anno fa avevo quasi concluso il mio percorso riabilitativo presso il Centro ortopedico riabilitativo Rtm, sulle colline bolognesi. Avevo trovato nuovi amici, ovvero le persone che mi hanno accompagnato in quel periodo: tecnici ortopedici, fisioterapisti ... a loro confidai il desiderio di dar vita a un progetto di solidarietà che poi battezzammo “Bimbingamba”. Trovai subito molta disponibilità; io all’interno del gruppo sono quello che si occupa di recuperare le risorse economiche. Nel progetto che abbiamo realizzato insieme facciamo delle protesi per i bambini, un lavoro importantissimo! Purtroppo si possono solo lenire dolori e disagi enormi, ma già questo scalda il cuore. Ho visto arrivare al centro un bimbo serio, cupo, che guardava il pavimento – una forma di difesa sviluppata anche per proteggersi dagli sguardi della gente, che vedeva la sua diversità. Poi, quando è tornato a casa, non solo la sua vita era tecnicamente migliorata - con una protesi si possono fare cose che prima non si facevano - ma addirittura guardava gli altri spavaldamente negli occhi… Noi ci mettiamo il massimo impegno, ma  la maggiore difficoltà è far sapere che esistiamo ai  bambini che vivono in zone del mondo in cui non esiste alcun tipo di assistenza sanitaria e spesso non sanno di noi. Se un bimbo cresce in un orfanotrofio senza una gamba perché nessuno gli fa una protesi, figuriamoci se può accedere a internet o alla televisione. Spesso si parla di Bimbingamba solo grazie al passaparola e per me anche questa intervista è un’ottima occasione per farci conoscere!

 

La vostra associazione avvicina i piccoli disabili allo sport. I bambini, dei veri “giganti della volontà”, sono per lei fonte di ispirazione e motivazione?

Senz’altro! Ma io sono una persona molto positiva, riesco a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno e, soprattutto, so cosa fare per tenerlo perlomeno mezzo pieno (n.d.r.: e qui si sente che Alex sorride)… possibilmente anche riempirlo del tutto! In realtà non ne ho mai avuto bisogno, perché per me già il fatto di essere vivo è una motivazione sufficiente per continuare ad andare avanti e sfruttare quello che ho piuttosto che rammaricarmi per quello che non c’è più. Però l’entusiasmo genuino dei bambini non deve andare sprecato! Per questo si fa tutto il possibile per aiutarli. Se si aspetta che crescano c’è il rischio che diventi troppo tardi, anche dal punto di vista psicologico. Ciascuno di loro, infatti, crescerebbe con un problema che potrebbe diventare troppo grande per essere risolto.

 

Si può dire che lei stia vivendo la sua seconda vita. Un giorno ha detto una cosa bellissima: “la vita è un’opera da accendere…”.

(Sorride ancora) … qualche tempo fa ho fatto una battuta che ha impazzato sui social. Ho detto che la vita è un po’ come un caffè: ci puoi mettere tutto lo zucchero che vuoi, ma se non lo giri con il cucchiaino non diventa dolce. Cioè: a stare fermi non succede niente. Credo ben riassuma il concetto. Non c’è dubbio che una volta aperte determinate possibilità, tutto diventa più semplice. Essere Zanardi oggi vuol dire riuscire a fare cose che per altri sono delle Mission Impossible … ma io, in fondo, sono nato come un ragazzino molto curioso e un po’ strano, con dei sogni che sembravano impossibili e, alla fine, sono arrivato qui. Figlio di un meraviglioso idraulico, che era il mio papà, e di una meravigliosa casalinga, che era la mia mamma, ho avuto da loro un’ottima educazione e questo mi ha reso la miglior persona che potessi diventare. Poi non permetto agli altri di giudicare … (sorriso) … tanto i complimenti me li fanno sempre comunque! Le cose possono accadere. Se noi prendiamo ogni giornata come una nuova opportunità per crescere e creare un nuovo punto di partenza per il giorno dopo, buttiamo giù le montagne. Se invece vogliamo sfondare una collina dalla sera alla mattina, porteremo a casa solo delusioni…

 

Dicevamo della sua versatilità: ha condotto alcune puntate di un programma sulla scienza e le nuove tecnologie. Diceva di non essere un esperto, ma è proprio con le sue conoscenze e idee che ha realizzato il mono-sci che usa per sciare in inverno. Un’altra delle sue passioni…

In verità, non ho inventato nulla. Credo di avere una buonissima manualità, una spiccata fantasia e so apprezzare l’utilità degli apparati meccanici. Non mi è stato  difficile partire da ciò che già esisteva e adattarlo alle mie esigenze. In fondo capita nella vita di tutti i giorni di avere dei piccoli colpi di genio, delle piccole intuizioni, che ci aiutano a trovare delle soluzioni che vanno bene per noi. Penso alla mia avventura paralimpica nel paraciclismo: sicuramente ho un fisico ben impostato che mi consente di essere un buon atleta dopo essermi allenato. Però credo di aver avuto delle soddisfazioni molto importanti anche grazie a questo mio orientamento di tipo tecnico e alle conoscenze acquisite nel mondo delle corse di automobilismo. Il paraciclismo, in fondo, parte dallo sfruttamento di capacità residue – perché, se non si è disabili, non si può neppure partecipare! In relazione al diverso tipo di handicap abbiamo possibilità diverse, anche a pari di categoria. E se uno non è capace di studiare un mezzo che funziona alla perfezione per le proprie esigenze è indubbiamente più handicappato rispetto a un avversario che questa cosa la sa fare. Io, da questo punto di vista, pur essendo relativamente giovane in termini di esperienza sportiva – perché sono uno degli ultimi arrivati – credo di aver innovato molto. Molti avversari hanno copiato la mia hand-bike! Ma, come mio papà diceva sempre: “sarà un ottimo punto di partenza, ma chi copia piglia cinque” ed è vero! All’inizio anch’io ho copiato, perché mi serviva un punto di partenza; poi ho personalizzato tantissimo il mio mezzo che credo oggi sia perfetto per le mie caratteristiche. Ma ci vuole anche l’intuizione … ricordo un giorno in cui mia moglie era con un’amica e cercava di tirar fuori un budino dallo stampo, ma quello non usciva. Alla fine, dopo 40’ di litigio con lo stampino, stava per tirarlo fuori a cucchiaiate. Mi hanno chiesto aiuto e io ho preso una cannuccia dal cassetto, l’ho infilata nel budino, ho soffiato, ho fatto una bolla, l’ho girato, messo sul piatto e me ne sono andato lasciandole a bocca aperta: come se nella vita non avessi mai fatto altro che tirar fuori dei budini! In realtà l’idea è nata lì per lì. E’ questo che intendo parlando di intuizione!

 

Per noi tutti lei è un “gigante della volontà”, ma si riconosce in questa definizione?

No! – e sorride – …io mi riconosco in un termine che usava la mia cara maestra delle elementari, la signora Renza Vitali: mi chiamava “il mio bimbo impavido”. Questa cosa mi è sempre piaciuta un sacco, anche se da bambino non la capivo. Poi ho cercato il significato sul vocabolario e non so se mi sono riconosciuto in quello che ho letto o se ho voluto diventarlo …

 

La maestra Vitali ha saputo leggere questa Forza dentro di lei!

E’ vero, ma io non voglio essere arrogante. Definirsi in modo positivo è sempre un gesto di superbia.

 

Lo scorso 10 ottobre si è messo alla prova con successo, per la seconda volta, nell’Iron-man di Kona alle Hawaii, di cui ha detto: “In realtà non è una gara, è una meravigliosa avventura”. Tra gli sport che ama c’è anche lo sci: quando è nata questa sua passione?

Ah, dal giorno in cui mi hanno messo un paio di sci ai piedi… ero ragazzino, fu mio zio a portarmi sulle nevi dell’appennino bolognese-modenese. Avevo circa 11 anni. Mi fecero fare il classico campo scuola, con il pistino e mi dissero: adesso tu ci aspetti qui mentre noi facciamo questa pista rossa. Allora io presi la seggiovia per gli affari miei e arrivai di gran carriera urlando: “come si fa a frenare?!?!?”. In realtà non ero preoccupato, perché già mi affascinavano la velocità e l’idea di poter scivolare sulla neve... Ho imparato a sciare da autodidatta. Dopo l’incidente pensavo che le barriere architettoniche rappresentate da seggiovie e impianti di risalita mi avrebbero impedito di continuare, ma ho scoperto che c’era un modo: il mono-sci. La cosa mi ha incuriosito: ho provato e ho trovato un modo di vivere la neve tecnicamente molto affascinante e proprio divertente! Adesso vado a sciare ogni volta che posso.

 

Una volta ha detto «Ci si può drogare di cose buone e una di queste è certamente lo sport», ci spieghi cos’è lo Sport per lei…

Credo che lo Sport sia una grandissima occasione per chi è alla ricerca di un’ispirazione. Capita di farsi vincere dall’angoscia che le difficoltà portano con sé e capita di fraintendere la realtà, in questo mondo dominato dai social. Molti raccontano proprio sui social la propria vita, ma non come si farebbe parlando con un amico. A un amico si racconta quello che si è riusciti a fare, ma si confidano anche le proprie debolezze, i due di picche che spesso la vita ci impone. Si tratta di un confronto sincero, ricco di una “normalità” nella quale ci si sente a proprio agio e che porta a pensare: “può capitare a tutti, perché non deve capitare a me?”. Invece attraverso i social i ragazzi vedono un mondo che gli altri – seppur non intenzionalmente - dipingono come migliore del loro. Un mondo fatto solo di successi, mentre noi dobbiamo fare i conti con le debolezze quotidiane, con i cinque a scuola, con la ragazza che ti molla o che non ti ha mai guardato, con chi ti prende in giro… Allora si sceglie di isolarsi in un mondo in cui, anche se siamo in contatto con tutti e con tutto, viviamo da persone sole. Per questo credo che lo Sport permetta ai ragazzi di capire com’è davvero la vita. La vita è un esame continuo, un percorso nel quale dobbiamo metterci alla prova un giorno dopo l’altro per andare avanti. Perché tutti desideriamo diventare campioni del mondo in qualche cosa, ma magari non è parte del nostro destino. Eppure se ci proviamo davvero, abbiamo il diritto di sentirci orgogliosi quanto chi, invece, ci è riuscito. E’ questa la cosa fondamentale: non tanto riuscire, vincere la medaglia, tagliare il traguardo per primi, ma provare a farlo e vivere la gioia dell’esecuzione del proprio progetto. Il risultato che portiamo a casa, in fondo, è la logica conseguenza di come abbiamo svolto il nostro lavoro, non è un gioco di prestigio grazie al quale, magicamente, diventiamo campioni del mondo. Io, per andare a Londra mi sono allenato per tre anni! Ma sa cosa c’è di nuovo? Alla fine, nel momento in cui ho tagliato il traguardo e ho vinto il secondo oro, ho provato anche un po’ di tristezza, perché la cosa più bella erano stati quei tre anni di preparazione e non tagliare il traguardo per primo. Perché indubbiamente sarebbero nate nuove cose, nuovi progetti, ma i tre anni passati a coltivare quel progetto, allenandomi, sognando, alzandomi al mattino e inseguendo un nuovo orizzonte erano ormai alle spalle. Mi è rimasta una medaglia d’oro bellissima, che faccio vedere ai miei amici con orgoglio. Quando mi capita di incontrare dei ragazzi gli dico sempre: non abbiate fretta! L’importante è decidere dove volete andare nella vita. Una volta fatto questo, lavorare ogni giorno per realizzare il proprio obiettivo è un piacere, è quello che tiene vivi. Se avete scelto bene. Se, invece, avete scelto di diventare come Luis Hamilton - pilota di Formula Uno - sognate di sposare una velina, di viaggiare con un jet privato, di fare la bella vita  e di firmare gli autografi, allora non ci arriverete mai e tentare di farlo diventerà un sacrificio enorme. Il lavoro quotidiano è il bene più prezioso e lo Sport insegna tutto questo, è una metafora di vita. Nello sport non ti puoi nascondere all’interno di un’organizzazione e mandare avanti qualcun altro. Perché se non sei pronto all’esame ogni giorno, non vai avanti. Quindi si deve aver voglia di vivere una verifica quotidiana con gli altri. E’ questa la gara: si può vincere, si può perdere, ma poi ce n’è sempre un’altra. Se vinci sei contento e se perdi hai comunque imparato qualcosa.

 

A proposito di progetti: nel 2003 è nata la “Scuola Salice d’Ulzio”. Di cosa si tratta e a chi si rivolge?

E’ un progetto molto bello e abbastanza semplice: si vuole dare a persone diversamente abili la possibilità di fare un’esperienza sulla neve. Gli ausili sono molto costosi, ma noi abbiamo avuto un grande aiuto da Bmw Italia che ha sponsorizzato l’acquisto di un numero ingente di queste attrezzature. I maestri della Scuola di sci di Salice d’Ulzio sono specializzati nell’insegnare ai ragazzi il miglior utilizzo di tali ausili. Offriamo loro un soggiorno di una settimana e le lezioni necessarie, poi ci piacerebbe che dicessero: ‘caspita, che bello, voglio tornare!’. Magari per qualcuno farà troppo freddo, ma tutti, indistintamente, torneranno a casa con una bella percezione: “se ho fatto questa cosa qui, quante altre cose posso fare nella mia vita?!’ 

 

Quindi, oltre che una scuola sportiva, la Salice d’Ulzio è anche una scuola di vita: lei stesso ha detto: “Il segreto sta nel sapersi rapportare con obiettivi realistici. Bisogna porsi come obiettivo quello di fare tutto ciò che si può, non di più, ma neanche meno di quello che sta nelle nostre possibilità”.

E’ esattamente così. Credo sia un concetto semplicissimo, ma difficile da mettere in atto. Perché spesso nella vita ci facciamo vincere dalle difficoltà: se non riusciamo a fare una cosa, ci fermiamo. Ma come? Noi tutti, senza nessunissimo dubbio, siamo davvero speciali in qualcosa. Anzi, abbiamo certamente tanti talenti che ci rendono speciali in tante attività diverse. E’ grazie alla curiosità che troveremo la cosa più adatta a noi e che ci appassiona; e allora sarà molto più semplice lavorare sui nostri talenti, moltiplicarli e, magari, riuscire ad ottenere dei risultati importanti. E lo dico indipendentemente dall’handicap, attenzione! Perché per una persona diversamente abile il percorso è più complicato, in quanto si tratta anche di trovare soluzioni tecniche che ci consentano di fare una cosa in un modo alternativo.

 

Adesso vorrei parlare dell’Uomo Alex Zanardi, prima ancora che dello Sportivo. Vive un altro impegno importante: quello del Motivatore. In cosa consiste e come risponde al suo entusiasmo chi le è vicino?

E’ un altro di quei ruoli, quei mestieri, che mi hanno simpaticamente attribuito, ma che non sento assolutamente mio … anche se lo faccio ogni tre per due. Salgo su un palco per parlare alle persone e qualcuno definisce il mio intervento un “discorso motivazionale”. Io racconto la mia esperienza. Poi se chi mi ascolta riesce a trovare un comun denominatore tra le mie esperienze, il modo in cui io ho risolto certe avversità che la vita mi ha imposto e quelle che lui incontra, bé, allora ne sono lusingato. E, se questo lo aiuta, ancora di più. Siccome mi invitano sempre una seconda volta, significa che dico cose che vanno bene… non mi tirano i pomodori! (il sorriso di Zanardi torna a brillare).

 

Un’ultima domanda: quali sono i momenti che ricorda con maggior gioia?

L’esperienza di Berlino dello scorso settembre è stata una cosa molto bella. C’era il sole e Berlino è un po’ la città della mia seconda venuta al mondo, perché proprio lì mi hanno salvato la vita il 15 settembre 2001 e in quella città ho ricominciato a vivere. Allora c’erano tante ragioni molto speciali per chiudere bene quella maratona. Averlo fatto in modo eroico - come dicono gli altri (ridendo) - è stato entusiasmante. E’ stato meraviglioso anche alle Hawaii. Ma devo dire che le gioie e le soddisfazioni più grandi sono quelle provate insieme alle persone che amo, la mia famiglia in primis. Certo che, anche sportivamente parlando, qualche foto nell’album dei bei ricordi ce l’ho! Proverò a metterne delle altre.

 

Chiara Ambrosioni

18/02/2016