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La seconda vita di Milena

Milena Di Gennaro, quasi uccisa a colpi di pistola dal suo ex e per questo ora sulla sedia a rotelle, racconta la sua nuova vita. “Quando ritorni alla tua realtà di tutti i giorni, ti trovi a scegliere: o ti metti a letto e fai la malata, o ti prendi la seconda vita che hai e cerchi di viverla al meglio. Io ho scelto di vivere”.

Era il 13 gennaio 2006.

Milena (si chiama Filomena, ma tutti la chiamano così), che allora aveva 27 anni, accetta di incontrare “per l’ultima volta” il suo ex fidanzato, Marcello Monaco, che aveva lasciato poco tempo prima perché l’amore era finito e i suoi sogni e la sua vita erano volati da un’altra parte, lontano da lui e dal loro paese di origine, Stornarella, in Puglia, per approdare a Roma, alla scuola per marescialli di Velletri e all’Arma dei Carabinieri, nella quale lei aveva sempre fortissimamente voluto arruolarsi. Ci riesce, Milena. Ci riesce nel 2005, dopo una laurea in Psicologia presa a Roma nel 2003, vincendo il concorso per l’Arma e iniziando subito il corso per diventare maresciallo. La chiamavano così anche a casa, “la marescialla”, per via del suo carattere forte e deciso.

Marcello l’aveva seguita per qualche tempo a Roma, ma la grande città non faceva per lui e dopo un paio di anni era tornato a casa, probabilmente sicuro che anche lei avrebbe fatto la stessa scelta, che in ogni caso sarebbe tornata a fare quello che avrebbe dovuto fare: sposarlo e accudirlo. Del resto, erano stati fidanzati per tanti anni, agli occhi del paese lei era già sua moglie, doveva tornare.

E invece lei, dopo undici anni, lo lascia. Durante le feste di Natale, Milena osa lasciarlo, perché l’amore è finito, perché la sua vita è un’altra, perché ha capito che non è l’uomo giusto per lei.

Per Marcello è inaccettabile.

La raggiunge a Roma, sotto casa sua. Dopo infinite telefonate e sms, dopo un’intera notte sotto casa di Milena, il 6 gennaio, lei accetta di incontrarlo di nuovo, un’ultima volta, per un ultimo chiarimento. Non è tranquilla, crede di conoscerlo a sufficienza, sa che non è mai stato un uomo violento, mai ha alzato le mani in undici anni, ma lo stesso è una situazione strana. Milena chiama il suo comandante a Velletri e lo informa di quello che sta succedendo; segue il suo consiglio di incontrarlo in un luogo affollato o in strada, consiglio che probabilmente contribuirà a salvarle la vita, cerca di rassicurarlo che non le servirà che lui venga come supporto.

L’incontro con Marcello, nella macchina di lui, si rivela un dialogo a senso unico: lui ha già deciso di punirla, per ciò che ha osato fare, e non c’è nulla che lei possa fare per fargli accettare la sua decisione. Risponde come un automa, insiste per salire in casa: il suo atteggiamento la spaventa. Lei corre fuori dalla macchina, riguadagna il portoncino: non riesce a chiuderlo per un istante, viene scaraventata di nuovo fuori, è attonita perché non lo ha mai visto fare una cosa simile. Poi, lo vede tirare fuori la pistola, lo sente dire “O mia  o di nessuno”.

E poi lo sparo. Gli spari, che quasi la uccidono, che lesionano il midollo e i polmoni.

Poi una voce che grida “Fermo!”, altri spari, e il suo carnefice cade a terra, mentre qualcuno la chiama, le ripete di restare sveglia, di non mollare.

E’ il suo comandante, che aveva deciso di ignorare le sue rassicurazioni e l’aveva raggiunta lo stesso.

“Dopo una cosa del genere, in ospedale, l’unica cosa che ti importa è che sei ancora viva”, dice Milena. “C’era ancora la speranza che le lesioni non fossero così gravi, non ne sapevo ancora niente, in realtà.” All’inizio, la notizia che non avrebbe più camminato è passata in sordina: nonostante tutto, ce l’aveva fatta. Nonostante tutto, il mostro non aveva vinto. Era viva.

Al centro riabilitativo, la realtà ha cominciato a rivelarsi. “Mi hanno spiegato che il midollo, una volta che è lesionato, non si può rigenerare, non c’è niente da fare. E che non avrei davvero più camminato. Ma il centro riabilitativo, l’ospedale, sono comunque realtà protette. E’ dopo, è quando esci che ti scontri con la realtà vera, con la società, che è la prima a discriminarti. Guardi solo le barriere che ci sono! Per fortuna io avevo la mia famiglia, a cui appoggiarmi, e c’era il mio comandante, che poi è diventato mio marito. In una situazione del genere, ti trovi a scegliere: o ti metti a letto e fai la malata, o ti prendi la seconda vita che hai e cerchi di viverla al meglio. Io ho scelto di vivere.”

 

Ora Milena ha due splendidi gemellini di due anni: com’è fare la mamma “a rotelle”? Lei ride, ha una bellissima risata, e risponde: “E’ difficile, sono due e della stessa età, con uno forse sarebbe meno impegnativo. Al mattino vanno al nido e io lavoro, al pomeriggio ho chi mi aiuta e poi c’è mio marito. Adesso è il momento peggiore, perché vogliono esplorare, si fanno male, magari si nascondono in posti in cui io non posso arrivare… ma cresceranno, e allora le preoccupazioni saranno certamente diverse.” Ride ancora.

 

Al momento, lavora con un contratto a tempo determinato presso il Comune di Roma, e ha accettato un posto presso l’Associazione Italiana Tabaccai, offerto grazie alla trasmissione televisiva Amore Criminale, alla quale aveva partecipato: “Senza quella trasmissione, probabilmente ora sarei ancora disoccupata. Io non cerco un posto di lavoro perché sono diventata disabile. Io ce l’avevo, un posto di lavoro e stavo facendo un corso per questo, ma mi hanno mandata via.”  Dopo essere rimasta paralizzata in seguito all’aggressione che ha subito (e per la quale il suo ex è stato condannato a 11 anni e 8 mesi di carcere, dei quali ha scontato 7 anni; ora è fuori ed è tornato a Stornarella, senza mai dire o fare qualcosa che assomigliasse al pentimento), Milena è stata infatti riformata dall’Arma. La sua voce è piena di amarezza: “Venendo a mancare l’idoneità fisica, mi hanno mandata via. Per colpa di una legge, che secondo me si sarebbe potuta interpretare in altro modo, non sono stata nemmeno ammessa ai ruoli civili. Ho anche fatto appello al Capo dello Stato, ma non è servito a niente. E’ stata questa la cosa più difficile da accettare.” Poi aggiunge: “Una senatrice ha presentato un’interpellanza in Parlamento. Io continuo a sperare.”

 

Ma ha ancora voglia di lottare. Continua a raccontare instancabile la sua storia perché sia di aiuto ad altre donne, perché le sproni a denunciare subito, immediatamente, alla prima avvisaglia. Per non diventare vittime di uomini che credono di possederle come oggetti. Anche perché, se si sopravvive, ci si ritrova da sole: “Io ho potuto contare sulla mia famiglia, ma non ho potuto contare sullo Stato. Le vittime rimangono sole. Non capisco come non si riesca a fare qualcosa realmente, cominciando magari con corsi nelle scuole, che insegnino una mentalità diversa, per poi arrivare alle leggi. Le leggi che sono state fatte, tutto il parlare del femminicidio… in realtà sono solo facciate, non servono a nulla, non risolvono nulla: non c’è certezza della pena, non c’è tutela per le vittime, per chi denuncia… non c’è nulla. C’è solo indifferenza e io l’ho vissuta.”

 

Ma non si è fatta abbattere e Milena, oggi, è una “donna, disabile, mamma, lavoratrice… La mia vita è diversa da quella che era, io sono diversa da quella che ero. Ho cercato di crearmi una vita il più normale possibile.”

 

Dana Della Bosca

 

LIsdha news n 80, Gennaio 2014 

 

 

05/02/2014