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200 anni ma non li dimostra

Nel duecentenario dalla sua nascita, il mondo intero ha dedicato a Louis Braille, morto a soli 43 anni di tubercolosi, conferenze, mostre, scritti e manifestazioni. Anche se l'introduzione di nuove tecnologie ne hanno sicuramente limitato la portata, il sistema da lui creato risulta ancora ampiamente utilizzato.

In un freddo giorno di gennaio del 1809 nasceva in Francia un bambino che avrebbe fatto molto parlare di sé. Figlio di un sellaio, il piccolo Louis divenne cieco a soli tre anni in conseguenza di un grave incidente avvenuto mentre maneggiava incautamente gli arnesi da lavoro del padre.

La sua vita, trascorsa per lo più fra la miseria e la disciplina rigorosa che caratterizzavano l’Istituto Regio per i giovani ciechi di Parigi - ente che dava alloggio e istruzione ai giovani non vedenti di Francia - non è la vita di un eroe. Tuttavia, eroica è la tenacia con la quale Louis, avido di apprendere, ha instancabilmente ricercato e poi messo a punto un sistema che, permettendo ai ciechi un più facile accesso al mondo della cultura, potesse migliorare la loro sorte e la loro integrazione sociale. Infatti, è a questo adolescente, fragile e caparbio, che si deve un’invenzione tanto semplice quanto rivoluzionaria: il metodo di scrittura e lettura a rilievo che consente ai non vedenti di tutto il mondo di scrivere, leggere, studiare musica e far di conto.

 

Il Braille è un sistema costituito da sei punti, che, combinandosi in modi diversi, originano lettere, numeri e note musicali, andando a comporre simboli convenzionali propri, diversi dalla scrittura normale. I sei puntini si distribuiscono in uno spazio ben definito e, se li si utilizza tutti, danno origine ad un rettangolino in rilievo formato da due punti di base per tre di altezza.

La “a” corrisponde, così, ad un puntino solo, posizionato in alto a sinistra di questo ipotetico rettangolo, e non ha alcuna corrispondenza con la lettera “a” dell’alfabeto usato dai vedenti. Non solo. La “a” è la “a” e basta: non esistono segni diversi né per il corsivo, né per lo stampatino, né per lo stampatello. Esistono, invece, una serie di indicatori che, posti davanti alla lettera o alla parola, ne definiscono il tipo di carattere rispetto alla scrittura cosiddetta in nero, cioè quella per i vedenti. Spesso i segni coincidono: ad esempio, la “a” indica il numero “1” se la si fa precedere da un “marcatore”, ovvero da un segno specifico che ha la funzione di distinguere le lettere dalle cifre.

Nello scrivere a mano con l’utilizzo di un punteruolo e di una tavoletta apposita, bisogna poi prestare particolare attenzione: infatti, bucando il foglio dal retro, vanno invertiti sia il senso di scrittura, sia il verso di ogni segno, poiché, girando il foglio per leggere, ciò che è scritto a destra finisce col trovarsi a sinistra e viceversa.

Oggi, nei paesi cosiddetti avanzati, questo non è più il principale modo di scrivere per i non vedenti: infatti, il computer ed il Braille informatico a otto punti hanno affiancato la scrittura tradizionale con la tavoletta Braille o con la speciale macchina da scrivere a sette tasti (sei più lo spaziatore). Nonostante ciò, il sistema Braille, sopravvissuto nel tempo, non può affatto considerarsi in fase di declino ed è tutt’oggi ancora utilizzato con ottimi risultati.

Lisdha News n 67, ottobre-dicembre 2010

 

 

 

18/12/2013