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La forza di Annalisa Minetti

“Da ragazza mi avevano detto che avrei fatto la centralinista perché ero non vedente e che non sarei stata mamma perché ero non vedente. Non ho fatto la centralinista, ma canto e corro, ma soprattutto sono diventata la mamma di Fabio”.

“Tutto è possibile, basta volerlo”. E’ il messaggio che ha continuato a ripetere Annalisa Minetti durante l’incontro svoltosi a Varese nell’ambito del Mese per la vita promosso da un gruppo di associazioni capeggiate dal  Movimento per la vita. Lei, diventata non vedente a causa di una malattia degenerativa piuttosto frequente, la retinite pigmentosa, è l’esempio vivente di  quanto afferma.  Nel 1997  arriva sesta al concorso di Miss Italia, nel 1998 vince il festival di Sanremo,  poi  diventa campionessa paralimpica nella corsa. E qualche anno fa dà  alla luce un bimbo, Fabio.

“Lo sport – sottolinea Annalisa - è l’ultimo strumento di comunicazione che ho usato per raccontare che tutto è possibile. Non dobbiamo aver paura delle difficoltà, perché l’ingegno, nasce dalle difficoltà, e anche il momento di crisi che stiamo vivendo può diventare uno stimolo per cercare nuove soluzioni. E’ nel momento di crisi, infatti, che si dà il meglio di sé. E questa è una cosa che nessun governo ci può rubare. Lo sport per me è una metafora della vita, dove si esprime la volontà, l’impegno, dove si impara, attraverso la passione, a sopportare la fatica, che la difficoltà fa crescere  e che aver paura è l’opportunità di essere coraggiosi.”

Parla di getto Annalisa, rispondendo alle tante domande e sollecitazioni che le vengono dalla platea, con un’attenzione particolare ai giovani.

“Quando stavo perdendo completamente la vista uno psicologo mi ha detto. Fisicamente non ci vedrai più, ma devi decidere se vuoi anche diventare “una non vedente”, o è esserlo solo fisicamente. Allora ho capito che la cecità sarebbe diventata una condizione di vita, ma che non avrebbe condizionato la mia vita”.

E a proposito di diversità: “Non bisogna affannarsi per essere uguali agli altri. Bisogna fare la differenza. Perché nella diversità c’è la vera ricchezza”.

Lancia una stoccatina anche all’intervento della Litizzetto dal palco dell’Ariston, alla recente edizione del Festival di Sanremo: “Non c’è bisogno di urlare da un palco che la Barilla deve mettere nelle sua pubblicità dei bambini down. Io se avessi un figlio down non  lo vorrei nella pubblicità della Barilla, ma vorrei che potesse integrarsi bene nella scuola e nella società.”

E ancora: “Ricordatevi che tutto è difficile prima di diventare facile”. E usando le parole di Alberto Manzi, il maestro della celebre trasmissione televisiva Non è mai troppo tardi, ricordato nella fiction recentemente andata in onda su Rai1: “Se sai fare fa, se non sai fare prova”.

E avverte: “A volte le persone che ti dicono che non puoi fare le cose, lo fanno perché hanno paura che tu faccia le cose che loro non riescono a fare. Da ragazza mi dicevano che avrei fatto la centralinista perché ero non vedente, e che non avrei potuto diventare mamma perché ero non vedente. Invece la centralinista non l’ho fatta: ho imparato a cantare, sono diventata campionessa paralimpica e soprattutto sono diventata mamma di Fabio. Certo non è stato facile c’è stato un momento durante la gravidanza in cui sono entrata davvero in crisi, in cui mi sono detta: forse ho osato troppo.”

Racconta divertita alcuni episodi che la legano a Giovanni Paolo II, come quando doveva salire sul palco in occasione del Giubileo dei disabili e sorse un problema con gli organizzatori sul suo abbigliamento. “Ne parlai con Giovanni Paolo II che diede ragione a me, dicendo che la bellezza andava ammirata”. E ancora ricorda con commozione e ironia il suo primo incontro con il Papa: “Era un uomo profondamente carismatico e quando lo vidi scoppiai a piangere e anche lui si commosse. Io mi inginocchiai per baciargli la mano e lui si avvicinò per baciarmi la fronte, posando le sue mani sulla mia nuca. Io, però in quel periodo avevo le extension, quelle che  venivano cucite da orecchio a orecchio. Sentii che lui toccava questa cucitura ed era sul punto di piangere, perché forse pensava che io avessi un problema alla testa. Compresi e immediatamente gli dissi “No,  si chiamano extension, sono capelli finti cuciti.” Lui scoppiò a ridere. Fu l’inizio di una grande amicizia…”

 

Marcella Codini

Lisdha news n. 81, Aprile 2014

28/04/2014
Annalisa Minetti