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Alberto Maggi - "I miei 75 giorni tra la vita e la morte"

"Negli anni cinquanta era il sesso, ora il grande tabu è la morte." Alberto Maggi, auto del libro "Chi non muore si rivede", ci racconta la sua esperienza di malattia con ottimismo e un pizzico di ironia e ci rassicura: "Ci sono esperienze umane, che possono sembrare pietre che schiacciano, ma se vogliamo possono diventare pane, alimento che comunica e rafforza la vita".

Lo leggono medici ed infermieri che lo consigliano agli ammalati e lo leggono gli ammalati che lo consigliano agli infermieri e ai medici. Sembra che abbia il dono di rasserenare e perfino un effetto terapeutico. E’ il libro “Chi non muore si rivede” frutto dell’esperienza di malattia ad un passo dalla morte fatta dal teologo e biblista padre Alberto Maggi, considerato da molti nel mondo cattolico una voce profetica, da altri accusato di “eresia”.

“Stavo scrivendo un libro proprio sulla vita e sulla morte – racconta Maggi - il titolo era “L’ultima beatitudine”, la morte come pienezza di vita, il libro era completo, finito, ma sentivo che mancava qualcosa, mancava la mia esperienza del morire. Improvvisamente nel 2012, ho avuto un grave malessere, la “dissezione dell’aorta” qualcosa di brutto, terribile, e in quell’occasione ho provato l’esperienza del morire. Mi mancava il fiato, ma, stranamente, paradossalmente, non c’era in me né ansia, né angoscia, ma solo un misto di curiosità ed euforia.”

Così Alberto Maggi descrive la genesi del volume che racconta l’esperienza di quei 75 giorni tra la vita e la morte. Momenti drammatici, ma raccontati sempre con un umorismo che stupisce e rasserena. A partire dal trasporto in ambulanza dopo il malessere che lo aveva colpito: “Sono venuti a prendermi con un’ambulanza, poi vista la gravità ne hanno chiamato un’altra più attrezzata, con medico ed elettrocardiogramma e il trasbordo è avvenuto proprio nei pressi di un cimitero. Quando ho visto le tombe, ho detto “Accidenti che fretta, siamo già arrivati!”

Il libro è dedicato al personale medico, sanitario, ausiliare del reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Ancona dove è stato ricoverato. “Io non conoscevo, se non per somme linee, l’attività di un medico, di un infermiere, e in quei 75 giorni l’ho potuta osservare. Per molti di loro non è un mestiere, ma una vocazione. Completamente dediti al malato dimenticano la loro vita, la loro famiglia. Faccio solo un esempio per far vedere che cos’è la sanità quando funziona. La notte del primo intervento, una notte di grandi dolori, sentivo una mano che mi accarezzava la testa: era un’infermiera. Non era tra i suoi compiti accarezzare la testa di un malato, ma mi ha fatto più bene quella carezza che le flebo di antidolorifici.”

Messaggio ricevuto. Così un medico radiologo, dopo aver letto il libro racconta: “Le assicuro che da oggi non effettuerò più una Tac senza prima aver guardato in volto il paziente, avergli regalato un sorriso ed essermi informato sulle sue condizioni”

Colpisce la serenità con cui padre Maggi racconta anche i momenti più difficili. Come quando si è trovato a rassicurare i medici venuti ad informarlo dei rischi dell’intervento che stavano per eseguire: “Primo rischio – mi hanno detto - ci sono buone probabilità di rimanere sotto i ferri. Allora io ho risposto: “Non c’è problema, ci rimane la mia parte biologica, ma la vita interiore, quella che si chiama eterna continuerà per sempre, quindi sperimenterò in pienezza la vita eterna”. Il secondo rischio: uscire paralizzato agli arti inferiori. “Anche questo non è un problema, ho visto che la mia attività la posso continuare anche stando su un letto, non solo non viene diminuita anzi viene potenziata, perché le persone percepiscono il vissuto dall’esperienza concreta.” Quindi sono entrato in sala operatoria pienamente sereno. Il titolo del libro è il saluto che ho fatto all’equipe medica: “Ragazzi, tranquilli, chi non muore si rivede”.

E il suo letto d’ospedale diventa un luogo privilegiato di incontro: “Quello che temevo si sta avverando… addio vacanza! Ogni giorno di più il personale medico, infermieristico, ausiliare viene nella mia stanza per parlare di problemi di fede, esistenziali, del Vangelo… questo è bello: se il mio ricovero serve a restituire serenità a qualcuno, ne vale davvero la pena.”

 

Padre Maggi, “Chi non muore si rivede” si è diffuso a macchia d’olio nell’ambiente ospedaliero e non solo. A cosa pensa sia dovuto questo successo?

Il libro non nasce come tale. E' una raccolta dei messaggi che quotidianamente mettevo su Facebook per continuare a comunicare e condividere con le persone il momento che stavo vivendo. Per cui si avverte l'immediatezza del momento, il dolore e l'allegria, lo sconforto e la felicità, le lacrime e il riso. Mi sono mostrato nella mia più completa fragilità e ho capito la verità dell'affermazione di S. Paolo: “Quando sono debole è allora che sono forte". Ho vissuto con questo spirito l'avventura ospedaliera, e molte persone vi hanno trovato la serenità e la fiducia per vivere situazioni difficili dell'esistenza.

 

L’ironia con cui affronta anche i temi più delicati della malattia e della morte è una caratteristiche del suo carattere o un dono della fede?

Probabilmente fa parte del mio Dna, di quel che mi hanno trasmesso i miei genitori, persone sempre allegre e felici anche nei momenti di difficoltà e di preoccupazione. I miei mi hanno insegnato a saper sorridere di ogni cosa. Mentre gli altri genitori minacciavano i bambini dicendo loro che arrivava il lupo cattivo, i miei mi insegnavano che se incontravo il lupo cattivo gli dovevo fare un bel sorriso, così quello restava disorientato e gli spuntavo la sua arma più forte: la paura. Poi certamente la fede mi ha mostrato le radici di questo atteggiamento nei confronti della vita: la fiducia totale nell'azione di Dio nella mia esistenza.

 

Sembra che per lei che non ci sia esperienza umana, per quanto dolorosa, che non possa essere trasformata in occasione di crescita e di pienezza, qual è il segreto per riuscire a fare questo?

Gesù ci garantisce che se un figlio ha fame il padre non gli dà una pietra, ma del pane. Ci sono situazioni della vita che possono sembrare pietre che schiacciano, invece, se vogliamo, sono pane, alimento che comunica vita e rafforza la vita. Per cui anche una malattia, anche se grave, può essere vissuta come un momento di grazia. Siamo frutto di un unico straordinario progetto d'amore e tutto quel che accade serve a realizzarlo. Sapendo questo anche i momenti più difficili e dolorosi si vivono diversamente, serenamente. In ogni situazione della vita c'è sempre il Padre accanto, quel Padre che sussurra: Non ti preoccupare... fidati di me!

 

Che cos’è per lei la felicità?

Prima di ammalarmi affermavo che ero così felice che mi invidiavo da me... dopo l'esperienza della malattia affermo che son così felice che... il Padreterno mi invidia! La felicità, Gesù ce lo insegna, non consiste in quel che si ha, ma in quel che si dona, per cui può essere piena e completa già in questa esistenza. Pur con tutti i miei limiti, debolezze, imperfezioni, ho cercato di fare della mia esistenza un dono d'amore per gli altri, e questo ha fatto nascere in me una felicità crescente e incontenibile. Felicità che non dipende dai momenti della vita: oggi va tutto bene sono felice e domani le cose vanno storte sono triste. No, la felicità è uno stato d'animo continuo e crescente, indipendente dalle circostanze della vita.

 

In quei 75 giorni, la sua stanza di ospedale, da luogo di sofferenza si è trasformata in occasione di confronto e di ascolto: “Ascolto senza dare consigli, anche quando mi vengono richiesti. Quando la persona si sente ascoltata con amore, con partecipazione, trova in sé le risposte che cerca”. Nella realtà, noto che purtroppo difficilmente le persone sanno resistere alla tentazione del dare consigli... Che cos’è per lei l’ascolto?

Sarebbe presuntuoso da parte mia pensare di poter dare consigli a persone che conosco appena, e sarebbe anche pericoloso. No, non do consigli perché le risposte le persone le hanno dentro di loro. Quando vengono ascoltate con partecipazione e si accorgono che l'interlocutore le guarda con amore tenero senza alcun giudizio, si aprono e trovano nel loro intimo più profondo la risposta. Questo è importante perché se accettano i consigli di altri saranno sempre instabili perché uno consiglia in un modo e l'altro in un modo diverso... ma quando la risposta nasce dal proprio intimo questa è solida e duratura. Per me l'ascolto è quindi accogliere la persona che ho di fronte con occhi di innamorato per farla sentire tanto amata.

 

Scrive: “Prima le persone si confidavano, ora si denudano senza alcun pudore. Vedono che di fronte a loro non hanno un padre spirituale o una guida, ma solo un ammalato, fragile fisicamente e debole. Così sembra caduta una barriera e si aprono che mai mi era accaduto prima”. Facciamo di tutto per essere sani e forti e poi scopriamo che la malattia e la debolezza possono diventare una risorsa...

Non ho mai cercato di mostrarmi diverso da quel che sono e ho sempre riso dei miei limiti e difetti che non ho mai nascosto o camuffato. Ma ora nella malattia c'era la fragilità del corpo, la precarietà dell'esistenza (non si sapeva se sarei vissuto il giorno seguente), ero nella più completa debolezza e fragilità fisica, morale e psichica. Ero un bisognoso e non uno che poteva dare. Così le persone non hanno trovato alcuna barriera, non si trovavano di fronte un padre spirituale o un teologo, ma una creatura alla fine della vita. Questo ha aiutato le persone ad aprirsi come non mai...

 

Veniamo al tema della morte. Lei ha affermato in diverse occasioni che la morte nella nostra società è un vero e proprio tabu….

Come negli anni cinquanta lo era il sesso, parola impronunciabile e realtà nascosta. Così ora la morte viene nascosta (si muore da soli in un reparto di ospedale), e neanche si pronuncia. E' raro trovare in un annuncio funebre la parola "morte", ma: è mancato, è spirato, si è spento, ha concluso la sua vita, è tornato alla casa del Padre... mai che si dica semplicemente: E' morto! Oggi si nega la mortalità delle persone. Anche nel caso di ultracentenari, si deve sempre trovare un motivo per la morte: un raffreddore, un errore medico, mai che si dica che si muore perché siamo mortali.  Credo che oggi bisogna sconfiggere questo tabu della morte.

Spesso i familiari evitano che il parente morente sappia delle sue reali condizioni. Come prete mi è capitato tante volte di vivere momenti assurdi. E’ un classico. Entro nella stanza dell’ammalato. Mi chiede “Padre, chiuda la porta!” Mi siedo, mi prende la mano “Sa che sono alla fine, non faccia capire niente alla mia famiglia, sennò si impressionano”. Vi volete mettere d’accordo? Finirla con questa commedia? Si nega il fatto del morire espropriando la persona del momento più importante. Invece la persona deve essere accompagnata dall’affetto di tutti i cari. Se guardiamo le stampe e le foto del secolo scorso si vede che al capezzale del morente era pieno di persone, anche bambini che ora non vengono ammessi perché sennò si impressionano. Si deve morire accompagnati dall’affetto dei propri cari, non intubati o isolati in qualche sala di ospedale.

 

La paura della morte è forse la più grande paura dell’uomo, tanto che spesso finisce per diventare una schiavitù che imprigiona tante energie di vita, eppure lei dice che quando si è sentito vicino alla morte ha provato  un misto di curiosità ed euforia…

Gesù non ci ha liberato dalla paura della morte. Questo è compito dei filosofi, dei maestri della spiritualità. Gesù ha fatto qualcosa di più: ci ha liberato dalla morte stessa. Ha assicurato che la morte non solo non interrompe la vita ma introduce in una dimensione nuova piena e definitiva dell'esistenza. Gesù lo ha assicurato: chi vive e crede in lui non morirà mai, non farà l'esperienza della morte. Quando sull'ambulanza che mi trasportava all'ospedale sentivo che stavo morendo, non ho provato né ansia né paura ma solo curiosità ed euforia e una crescente felicità. L'unico pensiero che ho avuto è stato: tra qualche istante muoio.. che cosa posso fare? E così ho atteggiato il mio volto a un ostentato sorriso, perché volevo che quanti avrebbero visto il mio cadavere dicessero: Guarda quanto è stato contento di morire!

Marcella Codini

10/07/2015