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Chiara Luce Badano - Oltre la malattia

L’esperienza di Chiara Luce Badano, la diciottenne dichiarata beata lo scorso 25 settembre

Identikit di Chiara Badano, una vita nella luce. Una come te - Chiara Badano, la luce oltre la malattia - Chiara Luce, la ragazza del sì senza riserve - I santi, una sorpresa di Dio - Una Luce nella notte del dolore: questi alcuni dei titoli degli oltre 120 articoli finora apparsi su Chiara Luce Badano, un numero destinato a crescere dopo la beatificazione avvenuta il 25 settembre.

Nata a Sassello, in provincia di Savona, nel 1971 e morta nel 1990, Chiara Luce Badano è stata proclamata Beata il 25 settembre nel Santuario del Divino Amore di Roma; alla sera in Sala Nervi in Vaticano c’è stata “festa” per l’avvenimento, mentre il 26 settembre nella Basilica di San Paolo Fuori le mura si è celebrata una Messa di ringraziamento conclusa dall’Angelus di Benedetto XVI.

Tantissimi giovani da tutta Italia e dall’estero erano presenti a questi due giorni, attraverso un’organizzazione capillare che ha raggiunto tutte le Regioni perché l’occasione non fosse tralasciata da nessuno.

Come mai tanto interesse per questa figura giovanile arrivata alla beatificazione in così poco tempo?

Il segreto sta nella sua vita breve ma intensa, ricca di vitalità, di amore, di amicizie condivise, di gioia di vivere…

Figlia unica di Maria Teresa e Ruggero, che in questi anni sono stati chiamati ovunque a testimoniare la particolarità di questa loro figlia all’apparenza così “normale” ma nella realtà già toccata dalla santità in vita, Chiara Luce ebbe un’infanzia e un’adolescenza spensierate, con un carattere generoso e conciliante e con un’educazione cristiana, passatale dai genitori, solida e aperta agli altri.

La sua è stata una vita normale, fatta di successi e insuccessi. Ha avuto molti amici che trovavano in lei apertura e ascolto.

Intorno ai 10 anni conobbe un gruppo di adolescenti cattoliche di Genova e dei dintorni e cominciò a frequentarle sempre più assiduamente, cercando di vivere assieme “per Gesù”, senza nulla perdere della vitalità giovanile, anzi potenziando le risorse sue e delle amiche. Chiara aveva capito che il Vangelo o andava vissuto o restava lettera morta.

A 12 anni iniziò a frequentare, con questo gruppo, i convegni che si tenevano periodicamente a Roma per le giovani del Movimento dei Focolari e in quelle occasioni confidò alla mamma “di avere riscoperto il Vangelo sotto una nuova luce. Ho capito che non ero una cristiana autentica perché non lo vivevo fino in fondo”.

Si faceva sempre più apprezzare da amici e conoscenti, era attratta dallo sport, si vestiva con cura, faceva lunghe passeggiate nei boschi e si lanciava fra le onde del suo Mar Ligure.

Pur con questo carattere aperto, trovava il modo e il tempo per “tagliare”, per ritirarsi.

In quel periodo cominciò a svilupparsi la malattia che l’avrebbe condotta rapidamente alla fine della vita: a 17 anni, un dolore acuto, mentre giocava a tennis. Le ricerche, poi la diagnosi: un tumore osseo tra i più dolorosi. Alla notizia seguirono 25 minuti di lotta interiore, poi il suo sì a Gesù. Non si voltò più indietro. Ben presto si dileguò ogni speranza di guarigione. Chiara perse l’uso delle gambe. E ad ogni nuova ‘sorpresa’ della malattia: “Per Te, Gesù, se lo vuoi Tu lo voglio anch’io!” 

“La malattia – confidava tempo dopo – è arrivata al momento giusto perché stavo per perdermi”.

Continuava a frequentare le sue amicizie e i giovani di Sassello, ma senza porsi al centro dell’attenzione, senza mettersi in mostra, senza “fare apostolato”: amava e aveva le attenzioni giuste per ciascuno.

I dolori continuavano e non riusciva più a partecipare agli incontri programmati. Eppure tentava di superare la sofferenza per non perdere le occasioni più importanti.

La malattia era terribile: sarcoma osteogenico con metastasi, un tumore dolorosissimo, allora incurabile. Pur non dicendole il nome della malattia, non le fu nascosta la serietà della stessa: accettò senza abbattersi la trafila degli esami, delle ricadute, dei ricoveri; affrontava le prove con docilità, si sottoponeva a lunghe terapie e poi riprendeva la scuola per qualche giorno, quindi tornava a letto per settimane…

Fu sottoposta a un primo intervento chirurgico, seguito da una lunga chemioterapia, che non faceva pesare a chi le stava intorno. Manteneva la speranza di guarire.

Chiese al medico la diagnosi e capì la gravità del suo male, ma dopo aver chiesto a Gesù il perché di questa prova la accettò subito e fino alla fine.

Il decorso della malattia fu rapido: una seconda operazione, dolorosissima. Intanto cresceva il suo rapporto con lo “Sposo”. Fu necessario riportarla all’ospedale proprio nei giorni di Natale (sarebbe stato il suo ultimo Natale); durante la visita ai reparti l’arcivescovo di Torino cardinal Saldarini notò il volto di Chiara Luce e le disse: “Hai una luce meravigliosa negli occhi. Come fai?”. E lei: “Cerco di amare Gesù”.

Dopo una notte difficile, confidava: “Soffrivo molto fisicamente, ma l’anima cantava”.  Chi andava a farle visita col desiderio di darle coraggio, ne usciva sconvolto e cambiato: Chiara contagiava con la sua serenità e pace. Non di rado c’è chi dice d’aver sperimentato il Paradiso.

Uno dei medici, non credente e critico nei confronti della Chiesa: “Da quando ho conosciuto Chiara qualcosa è cambiato dentro di me. Qui c’è coerenza, qui del cristianesimo tutto mi quadra”.

Eppure Chiara non diceva cose straordinarie, semplicemente amava.

A un amico in partenza per una missione umanitaria in Africa consegnò tutti i suoi risparmi dicendo: “A me non servono, io ho tutto”.

Paralizzata a letto, riceveva iniezioni fra le vertebre che attenuassero le insopportabili contrazioni alle gambe. Le cure si rivelavano inutili, il male avanzava e Chiara rifiutava perfino la morfina: “Toglie la lucidità – diceva – e io posso offrire a Gesù solo il dolore. Mi è rimasto solo questo. Se non sono lucida, che senso ha la mia vita?”

Trascorse gli ultimi mesi a casa, in contatto con gli amici tramite il telefono appeso alla testata del letto: nell’immobilità si faceva presente a tutti con messaggi, regalini, cartoline…

A quasi 18 anni un’emorragia inarrestabile: portata in ospedale e salvata in extremis, disse: “Sono stata lì sulla porta ma la porta non si è ancora aperta”. E qualche giorno dopo: “Non versate lacrime per me. Io vado da Gesù a cominciare un’altra vita. Al mio funerale non voglio gente che pianga, ma che canti forte”.

Intanto preparava con la mamma e le amiche “la festa di nozze”, il suo funerale: chiese di confezionare un abito bianco con una cintura rosa, scelse le musiche, i canti, le letture. Si sentiva una fidanzata “prima delle nozze”.

Il 7 ottobre 1990 alle 4 del mattino per Chiara Luce fu il momento dell’arrivo, a cui si aggiunse l’ultimo dono, l’espianto delle cornee attraverso le quali due giovani vedono.

2000 persone parteciparono ai funerali, convinte di partecipare alle esequie di una santa.

La sua fama si diffuse rapidamente e per iniziativa del Vescovo di Acqui Terme Monsignor Livio Maritano, che aveva seguito Chiara nella malattia e aveva celebrato il funerale, venne aperto il processo di beatificazione: l’11 giugno 1999 Chiara Luce venne dichiarata “Serva di Dio”, il 3 luglio 2008 venne dichiarata “venerabile” e il 15 dicembre 2009 Benedetto XVI promulgò il “decreto del miracolo”, ultima tappa verso la beatificazione.

La sua testimonianza è significativa per i giovani, sottolinea Monsignor Maritano: c’è bisogno di santità anche oggi.

Chiara Luce, una santa dei nostri giorni, di soli 18 anni.

Alma Pizzi

Lisdha News n 67, ottobre-dicembre 2010

 

03/12/2013