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La scoperta di Frate Ave Maria

Rimasto cieco da bambino per un colpo di fucile sparato da un compagno, passò dalle vertigini del non senso ad una vita gioiosa anche grazie all’incontro con don Orione.

La nostra attenzione questa volta si concentra su frate Ave Maria, che ha dato la sua testimonianza di fede poco lontano da Varese, nell’Eremo di Butrio in provincia di Pavia e ci ha fatto compagnia nel viaggio sulle strade del mondo fino al 1964. Una figura che è quindi vicina a noi, un venerabile in attesa della beatificazione che possiamo  non solo immaginare ma anche  vedere, con i nostri occhi, navigando su internet.

Cesare Pisano nacque nel 1900 a Pogli di Ortovero presso Savona. Trascorse serenamente la sua fanciullezza fino a quando, in un giorno qualsiasi, mentre giocava con gli amici, un compagno lo rese cieco sparando con un fucile che tutti pensavano scarico. Cesare fu subito ospitato in un istituto di don Luigi Orione, assistito e confortato da una suora Missionaria della Carità. Il primo periodo, dopo l’incidente, fu di grande sconforto, come si legge nella bella biografia di frate Ave Maria “Si può essere felici” scritta dal confratello Flavio Peloso. La presenta con entusiasmo il cardinale Angelo Sodano affermando.  “Frate Ave Maria, a partire dalla cecità subita a 12 anni, aveva provato le vertigini del non senso, la desolazione della sofferenza e ancor più dell'inutilità. Illuminato dalla fede, dopo l'incontro con don Orione, sperimentò che si può essere felici. In compagnia di Dio divenne la persona più amabile, apparentemente ingenua e priva di problemi, eppure viveva tra tanti fastidi e privazioni, nel completo nascondimento. Il mondo dell'invisibile per lui, cieco, era divenuto componente naturale della vita quotidiana, anzi, la sua realtà quotidiana stessa; gli era divenuto percettibile, ovvio …e ne parlava familiarmente, come noi siamo soliti fare con le realtà percettibili e ordinarie della nostra vita”. Dopo lo sconforto venne quindi la vocazione e la nuova fiducia, da lui riposta soprattutto nella Vergine Maria.

Nel 1923 Cesare Pisano entrò tra gli Eremiti della Divina Provvidenza (ramo religioso maschile fondato da Don Orione), e venne destinato all' Eremo di S.Alberto di Butrio dove, rivestito l'abito religioso, prese il nome di frate Ave Maria.

 

E ora, prima di continuare a parlare di frate Ave Maria, due parole sull’eremo, in quanto luogo dove crebbe la sua vocazione, la cui costruzione è legata a sant'Alberto. Questi nel 1030, andò ad abitare in solitudine lì vicino e guarì miracolosamente il figlioletto muto di un marchese della zona. Il nobile, in segno di riconoscenza, fece costruire una chiesa romanica, dedicata alla Madonna, nella quale sant'Alberto e i suoi seguaci eremiti iniziarono a celebrare l'Ufficio divino. Nacque una comunità e un  monastero che  conobbe grande potenza sia spirituale che temporale: in quel luogo soggiornarono anche Federico Barbarossa e Dante Alighieri. I monaci seguivano la regola benedettina, mantenendo sempre viva la vocazione eremitica. La decadenza iniziò verso la metà del XV secolo e dopo tre secoli di abbandono e di distruzione materiale, nel 1810, con l’avvento delle leggi napoleoniche l'eremo fu soppresso e requisito dal governo. Il secolo scorre nel silenzio e arriviamo al 1900 – proprio l’anno di nascita di frate Ave Maria – quando la cura dell’eremo venne allora affidata a don Orione, fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza, che gli diede nuova vita ripopolandolo e nel 1921 trasformò l'Eremo di Sant’Alberto di Butrio nella casa degli Eremiti della Divina Provvidenza.

 

E vediamo ora come la vita di don Orione si intreccia con quella di frate Ave Maria. Don Orione accolse di persona Cesare al suo arrivo all’eremo e scelse questo speciale nome per il novizio in quanto aveva visto in lui un devoto alla Madonna, che, dopo aver abbandonato la vita mondana, si era ritirato in un eremo per dedicarsi alla vita contemplativa. La profonda vocazione del frate trapela dalle parole pronunciate subito dopo la vestizione religiosa: "Io non ho altro desiderio se non quello di adempiere sempre la santissima volontà di Dio. E’ la sola cosa che mi rende felice".

Negli anni successivi pur nella cecità, il valore spirituale dell'anima di frate Ave Maria trapela dalla sua costante, sorridente e umile bontà. La lunga esperienza meditativa, la saggezza delle sue parole, l'aspetto di chi è rapito da Dio, attiravano la venerazione di tante anime che desideravano incontrarlo per parlargli e “assorbire” la sua luce, per trarre dalla sua conversazione beneficio, conforto e incitamento al bene. E frate Ave Maria accoglieva tutti, senza risparmiarsi. Era vicino e attento al prossimo, come dimostra la sorprendente iniziativa di festeggiare prima il 25esimo e poi il 50esimo anniversario della sua cecità. "Il primo novembre, festa d'Ognissanti, mia sorella cecità corporale compie mezzo secolo – disse in quell’occasione.- Pensando agli inestimabili Beni che mi vennero da lei, invito i miei più cari non a un banchetto, non a un brindisi, ma a una riunione spirituale in qualunque luogo ci troviamo corporalmente, per ammirare in silenzio ciò che ha operato la mano del Signore, che in me ha tolto il meno prezioso per costringermi a cercare e trovare il necessario in grande abbondanza, ciò che è pure il vero ed unico prezioso. Come io avrei saputo con gli occhi aperti alla luce del sole, come avrei potuto capire - materialone com'ero - che vi è una Luce infinitamente più vera, capace di far l'uomo felice anche nella maggiore privazione dei beni terreni?". E nella pergamena di ricordo di quello strano giubileo scrisse: "Convertisti in luce le mie tenebre e in gioia la mia tristezza, sicché la mia luce, l'unica mia gioia sei Tu solo, o Gesù Figlio di Dio!".

 

Dopo aver vissuto per 39 anni una vita riconosciuta straordinaria per santità, preghiera e penitenza, all' inizio del gennaio 1964, viste le precarie condizioni di salute, frate Ave Maria viene trasportato all' ospedale di Voghera, dove muore il 21 gennaio, proclamato santo dal popolo, che accorre in massa ai funerali. La leggenda dice cha, alla sua morte, gli spuntò dal petto un giglio candidissimo, che affondava le radici nel suo cuore e portava sulla corolla, a caratteri d'oro la scritta “Ave Maria”. Questo era il segno della sua santità, ottenuta col materno aiuto di Maria. Le sue spoglie, venerate nell'eremo che lo ha visto diventare santo, sono oggi meta di pellegrinaggio.

“La vita di frate Ave Maria ha il valore di una conferma evangelica – conclude il cardinale Sodano -. Non è un sogno, non è una compensazione psicologica: si può essere felici quando si incontra Dio, quando il suo Spirito, accolto in un cuore umile, diventa presenza interiore che corregge e sorregge, indirizza la nostra povera umanità in una relazione con Dio che riscatta dalla vanità tutte le altre relazioni:  con le cose, con i progetti, con il tempo, con le persone, con noi stessi”.

Chiara Ambrosioni

Lisdha News n 73, aprile-giugno 2012

 

19/12/2013