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“Non sono depressa… Sono solo stanca!”: baby blues e depressione post partum

La nascita di un bambino dovrebbe essere un evento pieno di gioia: ci ha messo quei nove mesi a farsi vedere in 3D, magari alla visita morfologica ha fatto pure il dispettoso e ha coperto la faccia per lasciare ancora un po’ il dubbio su “a chi somiglia” (aiuto: quando nascono assomigliano tutti a rospetti rossi, nelle prime 36 ore dire che somigliano alla zia o al nonno è un insulto di proporzioni epiche…), la mamma ha anche affrontato un parto con un travaglio simile per difficoltà alla compilazione in solitaria con pagamento annesso del 730, ma… hey! Ora ci siamo. Faccia a faccia, microsoggetto che riteneva divertentissimo muoversi come Alien nel pancione versus macrosoggetta che finalmente può mangiarsi un panino al salame crudo annaffiato di birra scura (e guai a chi si metta fra lei e il panino, esistono casi documentati di puerpere che hanno azzannato, ignare nella loro beatitudine, il braccio della suocera o della sorella).

Scherzi a parte: la nascita di un bambino è un evento che è sempre stato, giustamente, contornato di gioia e positività. E’ una nuova vita che arriva e comincia il suo viaggio per scoprire il mondo: cosa può esserci di più positivo e bello di questo? Il fatto che può essere che non sempre ci si senta “così” positive. La sensazione, una volta tornate a casa e trovandosi ad affrontare la nuova realtà della vita col neonato, che non si riesca a farcela. Non così. Non da sole.

Seconde le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, tra il 50 e l’80% delle donne che partoriscono vivono il cosiddetto baby blues o maternity blues. Si tratta di un momento in cui, trovandosi di fronte al proprio bambino, le mamme si sentono inadeguate, hanno paura della novità che il piccolo rappresenta e si chiedono se saranno davvero in grado di prendersi cura di lui nel migliore dei modi, hanno sbalzi di umore repentini e tendenza alla malinconia, con stati di ansia e un senso di mancanza e di tristezza generale, aggravati dal fatto che invece “dovrebbe sentirsi” al settimo cielo per la gioia di avere finalmente fra le braccia il proprio piccolo.

Il baby blues (termine che letteralmente significa “malinconia del bambino” o “della maternità”) si manifesta generalmente fra il terzo e il sesto giorno dal parto e nella maggioranza dei casi non ha una durata troppo lunga (si varia da una settimana a circa dieci/quindici giorni circa). Le cause fisiche sono certamente imputabili alla brusca fluttuazione degli ormoni post gravidanza e parto, ma influisce moltissimo anche l’ambiente che circonda la mamma e il neonato. Tante donne si trovano lontane da una rete familiare che possa aiutarle a superare il momento di paura e ansia iniziale e ridimensionare il senso di inadeguatezza della mamma nei confronti del piccolo, aiutandola a prendersi cura di lui senza sostituirsi a lei: in questo caso, solo il dialogo chiaro e aperto con il compagno può aiutare a trovare la soluzione più adeguata, per evitare che da baby blues estremamente comune e gestibile si passi a una depressione post partum vera e propria.

Riconoscere la depressione quando “ci sei dentro” è estremamente difficile. Riconoscere la depressione post partum è probabilmente ancora più difficile, proprio perché spesso la mamma che ne soffre prova dei sensi di colpa terribili perché tutti le dicono che “dovrebbe essere” felice, che è “fortunata”, che “ha tutto quello che potrebbe desiderare”, che “è solo stanchezza, ma poi passa!”… Non è sempre così.

La neomamma si trova a sentire ancora più forte il senso di inadeguatezza (starà davvero facendo bene? Il bambino è adeguatamente seguito? Non è che avrebbe dovuto impegnarsi di più nell’allattamento al seno, invece di passare al biberon dopo solo tre settimane di tentativi? E se avesse ragione la zia/suocera/mamma/sorella esperta, che non è così che deve seguire il piccolo?), il senso di tristezza, paura e ansia si aggravano e si radicano, la mamma può vedere come un estraneo il proprio bambino, addirittura rifiutarlo, arrivando a non provare assolutamente nulla per lui. Il tutto si associa ai più comuni sintomi depressivi, come disturbi del sonno (che possono nascondersi facilmente sotto l’etichetta: “il piccolo piange… devo svegliarmi per allattarlo/cambiarlo”), sbalzi di umore (che verranno probabilmente imputati agli ormoni ancora ballerini), appetito eccessivo o, al contrario, assente (spiegabile come “non dormo, ovvio che non mi viene nemmeno fame…” o, al contrario, “sto allattando, è ovvio che ho fame!”), mancanza di interesse, deficit di attenzione: ognuno di questi segnali può essere nascosto con estrema facilità, poiché spessissimo invece di parlarne con qualcuno la mamma si trova a nascondere la situazione, perché si vergogna di essere triste in un momento in cui invece dovrebbe essere felice e grata, si vergogna di non essere capace di fare quello che alle altre mamme sembra riuscire così facile. Poi… andiamo! Lei è solo stanca, è chiaro, è lampante, è certamente una situazione transitoria che finirà presto, deve solo abituarsi… e poi non è mica pazza, lei! Non le serve parlare con qualcuno, è proprio fuori discussione…

 Non è raro che anche i suoi familiari più stretti non si rendano conto che un problema esiste e non lo riconoscano, o non lo vogliano riconoscere per evitare lo stigma da “malattia mentale”, da “mamma pazza” ma la depressione è una brutta, bruttissima bestia (la definizione più comune e calzante è “un cane nero che non ti molla mai”) e quando colpisce in un contesto tanto delicato è ancora più importante captare i primi segnali e aiutare la donna, per evitare conseguenze ancora più devastanti.

L’unica terapia possibile per una donna in depressione è proprio una terapia di sostegno psicologico, che però ancora viene vista come qualcosa di estremamente negativo, stigmatizzante: non si accetta l’idea di non poter essere la mamma perfetta che si immaginava di dover essere, e nello stesso tempo è ancora più difficile mandare giù l’idea di dover “andare da uno psicologo”, dover seguire una terapia, forse anche prendere dei farmaci e, molto semplicemente, l’idea di essere depresse a causa dell’evento che più si è atteso negli ultimi mesi. Un’ironia feroce che colpisce ben 1 donna su 8, stando alle stime dell’OMS.

La forma più grave e devastante di depressione post partum è rappresentata dalla psicosi, una vera e propria patologia questa volta, che porta la mamma a stati allucinatori gravi nei quali può sentire voci o avvertire presenze, avere sbalzi di umori estremamente marcati, preoccupazioni eccessive e irrazionali per il bambino, deliri. La psicosi colpisce una donna o due ogni mille parti e può sfociare nel suicidio o nell’infanticidio o in entrambi, come alcuni recenti casi di cronaca hanno ricordato. L’unica cura in questo caso è farmacologica e psichiatrica, a volte associata al ricovero in una struttura protetta.

Cercare aiuto è difficile? Non così tanto. L’O.N.Da (Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna) ha molto a cuore la questione della prevenzione del baby blues e della depressione post partum e ha creato il sito www.depressionepostpartum.it dove si possono facilmente trovare i recapiti di tutti i centri di sostegno presenti sul territorio nazionale, e dove il messaggio dominante è uno: le donne non sono sole.

Accanto ad articoli di esperti, consigli su come riconoscere la depressione e come affrontarla, ci sono lettere e post di donne che hanno sofferto o soffrono di depressione e portano la loro esperienza perché possa aiutare anche altre donne come loro.

Del resto, è quello il messaggio chiave: le donne non sono sole.

 

Dana Della Bosca

29/10/2016