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Il ricatto del debole

Il punto di vista lucido e chiaro di Zendali ci presenta un modo nuovo e appassionante per affrontare il rapporto non solo con la persona disabile, ma anche con i figli e gli amici e in ogni relazione che ci sta a cuore.

Normalmente siamo pronti a  schierarci dalla parte dei deboli e questa è un cosa giusta e buona, e anche facile dal punto di vista ideale. Molto più difficile essere in relazione con loro. Essere in relazione con i più deboli è molto più difficile, perché implica trovare la giusta misura di una relazione che spesso non si colloca alla pari, specialmente quando si constata che l'altro non riesce ad assumere la responsabilità piena del proprio agire: chiede una relazione alla pari, ma di fatto non ha consapevolezza delle proprie responsabilità, assumendo un comportamento che mette in pericolo il bene comune. 

Questo atteggiamento lo si riscontra soprattutto nei figli adolescenti, che chiedono autonomia, fiducia, sovranità ma poi non riescono a comportarsi di conseguenza, facendo scelte che spesso mettono in difficoltà la famiglia o l'intera comunità. In questi casi i genitori sono messi a dura prova e la sfida diventa molto impegnativa. Come posso in quanto genitore vivere positivamente questa sfida, se non ricominciando ogni volta che la relazione si rompe? Quante volte? Il vangelo mi dice settanta volte sette, in pratica sempre. Però ogni volta si ricomincia sulla base di una nuova consapevolezza che la rottura mi costringe ad acquisire, in una continua dinamica di perdono e riconciliazione che diventano gli elementi fondamentali della lotta interiore con se stessi per ricostituire una nuova relazione che rinnova la fiducia, offre autonomia e permette la sovranità. E' in questa lotta per la relazione che si concentra la fatica dell'essere genitore, sposo, compagno di cammino, fratello di vita. Senza lasciarsi prendere dallo sconforto di non sentirsi all'altezza del compito, perché la sfida fondamentale sta nel vincere l'orgoglio di sentirsi nel giusto; e lasciarsi quindi prendere dal vortice della misericordia che spinge a dire ti voglio bene. Siamo diversi, non sono d'accordo con te, ma ti voglio bene. A questo punto il silenzio che subentra alla rottura diventa fecondo e permette di riorganizzarsi per essere pronti a non perdere l'occasione per riprendere la relazione appena se ne intravede la possibilità. 
In questo senso il conflitto può essere un'occasione per avanzare verso una relazione più profonda, più consapevole, che permette di percepire momenti di comunione.

Questa lotta per la relazione è uno strumento necessario per stabilire relazioni alla pari; posso incontrare persone forti che tendono a dominare o persone fragili che tendono a sottomettersi, ma il mio impegno resta nella direzione del non dominare né essere dominato, ma di camminare insieme gli uni accanto agli altri raccontando le consapevolezze che acquisisco nelle esperienze che faccio. 

Posso anche incontrare persone forti che si lasciano dominare da persone fragili, finendo per fare come quei genitori che in nome della libertà di educazione restano tiranneggiati dai loro piccoli. 


«Bisogna saper discernere l'abuso di potere esercitato da persone che si dicono fragili ma che, alla fine, impongono la loro dominazione su una relazione, su una famiglia o su una comunità intera: è il potere dei deboli, spesso tirannico. Tutto il gruppo finisce per piegarsi alle loro esigenze, per paura di farli crollare; è essenziale uscire da una falsa compassione che può provocare profonde perturbazioni nella relazione» (Simone Pacot L'evangelizzazione del profondo ed. Queriniana pag.  126). 


In questi casi, persone deboli cercano inconsapevolmente di imporsi con le loro fragilità, trascinando nelle loro difficoltà senza uscita chi cerca di aiutarle. 
Capita spesso con i genitori anziani e malati di vivere relazioni, in cui si pretende dai figli una vicinanza e una attenzione continua senza mai essere soddisfatti delle cure ricevute. Queste relazioni fondate sul ricatto che fanno leva sull'amore mal vissuto possono portare in vicoli ciechi. «Onora tuo padre e tua madre» (Dt 5,16). Rispettare il proprio padre e la propria madre, non vuol dire che ci si debba sottomettere ai progetti o ai desideri che essi hanno per noi; né riempire i loro vuoti, essere il loro tutto; né evitare loro qualsiasi sofferenza; né lasciarsi asservire da un ricatto affettivo; né rimanere nella dipendenza. 
Rispettare il proprio padre e la propria madre, consiste nell'accettarli così come sono, attraverso la loro storia, le loro ferite; nel non obbligarli a cambiare, a diventare quello che noi desideriamo che essi siano, nel concedere loro il diritto di vivere la loro strada e a dare a noi il diritto di vivere la nostra, nel lasciare che ci amino alla loro maniera. Non disprezziamoli, non neghiamoli, non respingiamoli, non distruggiamoli, non vendichiamoci. Sapendo rispettarli sarà più facile lasciarli in modo giusto».ibid pag.101) 

Dai figli, ai genitori, ai compagni di vita comunitaria, ai colleghi di lavoro, ma mi sentirei di dire in ogni relazione che mi sta a cuore, non posso fare a meno di considerare l'altro una persona, una persona che non posso dominare e dalla quale non posso essere dominato, ma con la quale posso camminare insieme, lottando per una relazione di fiducia, autonoma e sovrana, in cui all'altro non posso chiedere più di quanto la sua consapevolezza mi possa dare.

È fondamentale quindi costruire una relazione alla pari, nell'ambito della quale chi la vive possa sentire riconosciuta la pari dignità e anche chi è più debole si senta spronato a manifestare le proprie risorse. E un ambito nel quale le relazioni sono vissute in pienezza può diventare terreno sul quale costruire la Pace.

Giampiero Zendali



17/11/2013