Home / DI COSA PARLIAMO / Salute / Al servizio dei malati con Varese con te

Al servizio dei malati con Varese con te

Intervista a Laura Magnoni, volontaria di Varese con te, associazione che fornisce sostegno ai malati terminali di tumore.

 Questa volta, sono io che ricevo visite. La Signora Magnoni giunge puntualissima presso la mia abitazione di Varese in una gelida mattinata di dicembre. Alta, magra, scattante, sguardo severo ma affascinante che cautamente si schiude in un tenero sorriso: è qui. Conosce già la nostra rivista e si rende disponibile a “raccontarsi”.

 

- Grazie per essere venuta. Come sa, il suo nominativo mi è stato segnalato da una lettrice del Lisdha news che mi ha parlato con ammirazione di lei e del suo impegno sociale. Le testimonianze di vita raccolte in questa rubrica sono tutte molto importanti e la sua, di malata che si dedica ad altri malati, credo che sia ancora più stimolante… Mi racconti qualcosa sulla sua infanzia.

«Intanto, sono venuta al mondo in un modo alquanto singolare: la mia cara mamma Angelina, scomparsa all’inizio degli anni ‘80, nel lontano 1935, quando si trovava all’ottavo mese di gravidanza, al suo ingresso nella nostra villetta di Civate, è stata letteralmente travolta da Pupi, il nostro amatissimo cane: immediatamente, a seguito di questo affettuoso incontro-scontro, sono nata io. Subito dopo essere stata ripulita ed allattata, sono stata collocata in una culla tra i pini del nostro giardino. Inutile dire che tra me e Pupi si è immediatamente instaurato un legame particolarmente intenso ed, in generale, posso dire di riuscire a costruire un rapporto davvero splendido con tutti i cani!».

 

- Ha sempre vissuto a Civate?

«Quella era la nostra residenza estiva. In realtà, a quell’epoca, la mia famiglia risiedeva a Milano. Poi, sia per i continui spostamenti di mio padre Lino, che lavorava come ispettore presso la Montecatini, sia successivamente per motivi di studio e poi di lavoro, ho vissuto in varie zone d’Italia, tra cui Pisa, Legnano, Roma e Varese».

 

- Motivi di studio…

«Ho studiato presso l’Istituto delle Figlie del Sacro Cuore di Gesù, fondato da S. Teresa Eustachio Verzeri. Mia mamma aveva a sua volta studiato presso uno dei collegi di quest’ordine e, quando, all’età di quattordici anni, era rimasta orfana di madre, aveva trovato nella superiora, Madre Nazzarena, una seconda mamma. Le era rimasta molto affezionata al punto da affidarmi a lei per l’educazione. Così, quando Madre Nazzarena si spostava da un collegio ad un altro, io avevo ricevuto il permesso di seguirla, trasferendomi insieme a lei. Ho studiato nei collegi di Este, Bassano del Grappa e Grotta Ferrata: da subito, dunque, mi sono abituata a viaggiare».

 

- Dopo le superiori?

«Nel ‘54, dopo aver completato le magistrali ed aver superato l’esame complementare statale per l’accesso all’università, mi sono iscritta alla Cattolica di Milano, conseguendo, al termine del corso di studi, la laurea in pedagogia »

 

- Certamente, è stata brava, ma anche molto fortunata a poter frequentare l’università in quegli anni in cui, spesso, per le ragazze era già un traguardo iscriversi al liceo…

«Certamente. In Cattolica, poi, mi sono trovata benissimo. Si era anche creato un particolare “feeling” con Padre Agostino Gemelli che, a quel tempo, era il mio professore di psicologia! ».

 

- Poi?

«Dopo la laurea, ho frequentato, sempre presso l’Università Cattolica del S. Cuore, un corso biennale per l’insegnamento ai disabili psichici e, nei due anni successivi, ho completato un corso di specializzazione per l’insegnamento alle persone sordo-mute presso l’Istituto statale dei sordo-muti di Milano».

 

- Complimenti! Vedo anche che l’interesse per “le persone con problemi” è stato sempre presente nella sua vita e che ha potuto compiere gli studi adatti.

«Infatti. Successivamente, nel 1964 -anno in cui mio padre Lino è andato in pensione - ho vinto il concorso per l’abilitazione all’insegnamento alla scuola elementare e mi sono trasferita con i miei a Roma. Ho insegnato prima a Velletri, poi a Nettuno ed infine a Roma, presso la scuola elementare sita nel quartiere denominato “Borghetto degli Angeli”. Si trattava di una zona parecchio disagiata ed il mio incarico era quello di insegnare nelle “classi differenziali”, come allora si chiamavano. Erano classi composte da un massimo di dieci alunni, tutti con problemi caratteriali o disabilità psichiche».

 

- E come è giunta a Varese?

«Nel 1974 ho vinto il concorso per l’insegnamento all’estero. Avevo un’ottima conoscenza del francese che avevo anche studiato anche alle magistrali e dello spagnolo che avevo studiato all’università. Così, ho ottenuto di poter insegnare presso la Scuola Europea di Varese che faceva capo al comando della scuola italiana presso il Ministero degli Esteri. E’ stata un’esperienza bellissima! Ero titolare di una cattedra presso la scuola elementare ed, inoltre, nel pomeriggio, insegnavo italiano ai bambini stranieri e “activité d’éveil”: si tratta di una materia che non esiste nella scuola italiana, in sintesi è uno spazio nel quale i bambini della stessa classe, ma di diverse sezioni (italiana, francese, tedesca, etc.) si ritrovano per fare delle attività varie, molto spesso di tipo manuale. Alla scadenza del periodo previsto, sono poi tornata ad insegnare nella scuola statale».

 

- Sempre a Varese?

«Sì. Mi ricordo che la direzione didattica mi aveva collocato nella scuola elementare di Casbeno in una classe ove doveva inserirsi una bimba affetta da diabete. Questa bambina era terrorizzata all’idea di andare a scuola e, soprattutto, dall’eventualità di essere emarginata. Credo che effettivamente non ci fosse altra persona più indicata di me per spiegare alla classe cosa fosse il diabete e, così, svelando ciò che da ignoto poteva far paura, ho fatto crollare ogni forma di sospetto nei confronti di questa malattia e, soprattutto, della bimba che poi è stata accolta da tutti a braccia aperte! Quello è stato, purtroppo, il mio ultimo anno d’insegnamento: in seguito, infatti, sono stata costretta ad andare in pensione anticipatamente per motivi di salute…».

 

- Di cosa soffriva?

«Di una forma grave di afonia che è durata per quasi due anni e di cui non si è mai conosciuta la causa. Il dottor Donnini, otorino di Varese, che mi ha curata al meglio, sospettava all’inizio che si trattasse addirittura di un tumore».

 

- Mi è stato riferito che lei è anche affetta da diabete

«Nel 1968, durante gli anni trascorsi a Roma, ho contratto una banale bronchite. Mi sono, quindi, recata dal medico di base che mi ha prescritto delle iniezioni di antibiotici. Un giorno, dopo che il medico mi aveva praticato la terza iniezione, ho avuto uno shock anafilattico. Immediatamente, mi è stato somministrato del cortisone e la crisi si è risolta. Tutto sembrava come prima. In seguito, però, ho incominciato a soffrire di improvvisi giramenti di testa, debolezza e trovavo beneficio nel mangiare una caramella o qualcosa di dolce».

 

- Non si è sottoposta a delle analisi?

«Ho fatto le analisi di routine che vengono espletate in questi casi: l’esame del sangue e quello delle urine. I medici hanno riscontrato un elevatissimo tasso di glucosio nell’urina; tuttavia, dato che sussistevano alcuni dubbi circa l’esatta diagnosi, ho preferito approfondire la faccenda. Mi sono, così, recata presso il centro specializzato in diabetologia che faceva capo ai Cavalieri di Malta. Lì sono stata seguita davvero benissimo! Sono stata nuovamente sottoposta alle analisi del sangue e delle urine ed, inoltre, hanno proceduto alla determinazione della “curva da carico”. Si tratta di un esame che serve a determinare il tasso di glicemia (ovvero, la concentrazione di zucchero nel sangue) e l’eventuale presenza di glucosio nell’urina (glicosuria) ad intervalli prefissati. Questa volta non v’era dubbio alcuno circa la diagnosi: diabete mellito scompensato».

 

- Chissà che preoccupazione… Come è cambiata la sua vita da allora?

«Certamente, il diabete mellito (patologia che affligge il metabolismo e che consiste essenzialmente nell’incapacità da parte dell’organismo, per carenza di insulina, di utilizzare adeguatamente il glucosio che deriva dagli alimenti) obbliga chiunque ne sia affetto ad un cambiamento nello stile di vita, oltre che comportare una certa dose di ansia per la paura di crisi ipoglicemiche o iperglicemiche. Inoltre, vi sono possibili complicanze a carico degli occhi, dei reni, del cuore e delle arterie periferiche, oltre che del sistema nervoso».

 

- Nel suo caso, quali sono le maggiori problematiche?

«Oltre all’assunzione quotidiana di determinate dosi di insulina (quattro iniezioni al giorno, di cui le prime tre subito dopo colazione, pranzo e cena e la quarta alla sera tardi prima di coricarmi), soprattutto nel passato, i frequenti episodi di coma ipoglicemico, quasi sempre coincidenti con l’inizio del ciclo mestruale e che si verificavano nelle prime ore del mattino, intorno alle quattro. Quando si dorme, infatti, non ci si accorge dei segnali che l’organismo invia (stanchezza, giramenti di testa, etc.) e non si possono neppure prevenire le crisi ipoglicemiche con i test che l’ammalato pratica su se stesso durante la giornata per verificare i valori della glicemia e con l’assunzione eventuale di determinati cibi. Per fortuna, la mia famiglia mi ha sempre aiutata e sostenuta! Oggi, con l’esperienza acquisita, riesco ad avvertire e comprendere molto meglio i segnali che mi invia il mio organismo e, ad esempio, quando mi gira la testa e verifico che la glicemia si sta abbassando troppo, mangio alcuni crackers. Inoltre, esistono migliori farmaci e delle apparecchiature tascabili (test Euroflash) semplici da usare, ma abbastanza sofisticate che permettono di testare in pochi minuti il valore della glicemia -cosa impensabile fino a metà degli anni “70. Pensi che all’epoca, in Italia non esistevano neppure le siringhe sterili che oggi possiamo facilmente acquistare in farmacia. Pertanto, dal momento che dovevo praticarmi quotidianamente quattro iniezioni anche in orari in cui ero fuori casa per lavoro, mi ero rivolta ad un sacerdote amico di famiglia che mi procurava le siringhe sterili tramite lo Stato Vaticano che le importava dagli Usa!»

 

- Complicanze particolari?

«Soffro di polinevrite diabetica agli arti inferiori, il che comporta una riduzione nella sensibilità e nella motilità degli arti; inoltre, vi sono ulteriori complicazioni derivanti da allergie a medicinali e piante che interferiscono con i valori della glicemia».

 

- Nonostante tutto questo, Lei ha la forza ed il desiderio di aiutare gli altri…

«Sono stata praticamente da sempre in contatto con la Caritas e dopo il pensionamento, ho deciso di dedicare del tempo al volontariato. Nella seconda metà degli anni ottanta, ho collaborato con la Caritas varesina e con don Ernesto Mandelli nell’ambito di un progetto a favore dei malati di Aids. Ci recavamo a casa dei malati dopo averli conosciuti in ospedale per prestare l’assistenza materiale e morale di cui avevano bisogno. E’ stata una bella esperienza durata circa cinque anni!»

 

- Poi, è arrivata “Varese con Te”

«Si. Nel dicembre del 1992 è ufficialmente nata l’Associazione volontaria per l’assistenza integrata domiciliare gratuita ai malati di tumore in fase avanzata “Varese con te” su iniziativa del Presidente del Rotary Club Varese Verbano, iniziativa cui hanno aderito con entusiasmo i soci del Rotary Club Varese e dell’Inner Wheel, oltre al Soroptimist Club, alla Caritas ed alla Lega Italiana contro i Tumori. Il responsabile della Caritas locale dell’epoca, che mi conosceva bene, mi ha subito proposto di dare un contributo in prima persona ed io non mi sono tirata indietro. All’inizio, svolgevo le mansioni di coordinatrice dei volontari e di addetta alla segreteria dell’équipe medico-infermieristica. Attualmente, mi occupo solo della segreteria: sono presente nella sede di Via S. Michele Del Carso n. 161 (telefono 0332/810055) dal lunedì al venerdì (9 - 12) per parlare con chiunque si voglia rivolgere a noi (in genere, si tratta di familiari di malati terminali di tumore), presentando le attività dell’associazione, raccogliendo sfoghi o richieste di aiuto unitamente ai dati del malato e della sua famiglia che, in seguito, trasmetto alle infermiere dell’associazione».

 

- Quale sostegno offre questa associazione?

«Intanto, ribadisco, per chiunque fra i lettori avesse necessità, che si tratta di un aiuto completamente gratuito. Presso la nostra associazione, opera un’équipe specializzata composta da tre medici specialisti e due infermiere professionali, oltre ad un gruppo di volontari appositamente preparati per fornire il sostegno richiesto grazie ad un corso obbligatorio di formazione della durata di circa due mesi incentrato soprattutto sulla “relazione d’aiuto”.

In genere, dopo il primo contatto con i familiari del paziente, raccolti i dati anagrafici, quelli inerenti la patologia, unitamente alle specifiche richieste formulate dagli interessati, contattiamo il medico di famiglia per concordare una visita congiunta presso il malato, visita cui presenzia anche un medico ed un’infermiera della nostra associazione. Analizzata la situazione, si definisce concordemente una linea di azione. Le nostre infermiere (che si alternano fra mattina e pomeriggio) si recano a casa dei malati tutti i giorni; l’intervento di uno dei nostri medici specialisti avviene su richiesta dell’infermiera e sempre previo coordinamento con il medico di base. Ciascun volontario, poi, dà all’associazione la propria disponibilità per n. 2 giorni alla settimana per n. 2 ore ogni volta. Nel complesso, i volontari coprono con la loro attività di sostegno vario ai malati ed alle loro famiglie l’intero arco della giornata (9-18)».

 

- Davvero una splendida testimonianza di concreta solidarietà!

«Certamente, già il nome dato all’associazione “Varese con Te” esprime il desiderio di tutti coloro che aderiscono all’iniziativa, ma anche dell’intera città di Varese, di esserci, di stare accanto a questi malati ed alle loro famiglie nei momenti bui della sofferenza. Oltre all’efficienza ed all’umanità nell’assistenza prestata, è giusto riconoscere un ulteriore merito alla nostra associazione: quello di aver contribuito a diffondere la conoscenza e l’utilizzo delle cosiddette cure palliative, le uniche possibili rispetto a malati terminali che sperimentano nel proprio essere l’atrocità del dolore ed insieme i limiti della scienza che non può offrire loro prospettive di guarigione».

 

Salutiamo e ringraziamo Laura e tutti coloro che si spendono gratuitamente per il loro prossimo e ci auguriamo che il sostegno anche economico che rende possibile questa straordinaria attività non venga mai meno.

 

                                                                                               Maria Cristina Gallicchio

 

 

ASSOCIAZIONE PER L’ASSISTENZA MEDICA INTEGRATA DOMICILIARE GRATUITA AI MALATI DI TUMORE IN FASE AVANZATA (ONLUS)

Per informazioni ed iscrizioni:

Via S. Michele del Carso, n. 161 – 21100 Varese -  Tel. 0332/810055 – Fax 0332/431053

 

 

 

29/10/2014