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Servizio psichiatrico del Verbano - Un ponte tra follia e normalità

Meno ricoveri e di minor durata, un approccio integrato tra farmaci e psicoterapia, così si cura oggi la malattia psichiatrica che nel tempo ha cambiato fisionomia. Ne parliamo con i responsabili del servizio psichiatrico del Verbano, una delle strutture più efficienti e all’avanguardia della Lombardia.

Se la disabilità fisica è un grosso problema di cui pure ormai si discute senza tabù, la malattia psichica è ancora purtroppo, a volte, fonte di emarginazione e, certamente, se ne parla troppo poco. Eppure, si sa che circa la metà della popolazione sviluppa nel corso della propria vita problematiche di tipo psicologico, quindi il tema dei servizi di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione psichiatrica presenti sul territorio dovrebbe essere considerato di fondamentale e comune interesse. D’altro canto, per fortuna, si è ben lontani dai tempi della Legge Giolitti del 1904 istitutiva dei manicomi, che sanciva che dovevano essere custodite e curate nei manicomi “le persone, per qualunque causa affette da alienazione mentale, quando pericolose per sé e/o per gli altri o di pubblico scandalo” e che l’ammissione degli alienati nei manicomi poteva essere chiesta oltre che da parenti, tutori o protutori  anche “da chiunque altro nell’interesse degli infermi e della società”. Tale legge “custodialista”, che attribuiva la vigilanza sui manicomi pubblici e privati e sugli “alienati” curati in casa privata al Ministero dell’Interno ed ai Prefetti, assimilava la persona affetta da malattia mentale ad un delinquente condannato per reato, privandola dei diritti civili e prevedendo l’iscrizione dell’internamento nel casellario giudiziale! La cura, poi, se prevista, era soltanto obbligatoria poiché l’interesse dello Stato era precipuamente volto a tutelare la società rispetto alla pericolosità dell’alienato. Possiamo, dunque, immaginare senza fatica - al di là del dato normativo, peraltro contrastante con i principi della Costituzione Italiana di successiva promulgazione - quali e quanti abusi si siano commessi  sotto il cappello di questa legge e quante persone anche sane, semplicemente perché sgradite a qualcuno o considerate “diverse”, siano state rinchiuse per tutta la vita in queste vere e proprie carceri, dalle quali era praticamente impossibile fuggire!

Grazie alla Legge Mariotti del 1968, importantissima anche se poco conosciuta, si è fatto un notevole balzo in avanti con l’istituzione dei Servizi di igiene mentale, ovvero le prime strutture di assistenza e cura extra-ospedaliera, e la previsione della volontarietà del ricovero che doveva quindi avvenire dietro richiesta del malato e su autorizzazione del medico di guardia e con finalità di accertamento diagnostico e di cura.

Ma il salto di paradigma è avvenuto nel 1978 con la Legge Basaglia, che ha portato una vera e propria rivoluzione non solo sancendo l’obbligo della chiusura ed il divieto di costruzione dei manicomi ed istituendo specifici Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, ove accertamenti e trattamenti sanitari dovevano essere volontari, ma soprattutto cancellando le parole “alienati di mente” e tutto ciò che nella Legge Giolitti creava per il malato mentale una condizione assimilabile a quella di colpevole di reato.

Oggi, la situazione delle persone affette da disturbi mentali è, grazie a Dio, profondamente mutata: in seguito alla Legge 833/1978 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale che ha assorbito anche il contenuto della Legge Basaglia ed a successive normative, possiamo affermare che, per quanto riguarda la salute mentale e la presa in carico di soggetti affetti da disturbi psichici, ci troviamo innanzi ad un sistema articolato ed avanzato organizzato su base regionale a cui i cittadini possono con fiducia affidarsi.

Ne parliamo con il dr. Isidoro Cioffi, direttore dell’Unità Operativa di Psichiatria del Presidio del Verbano e strutture territoriali e con il dr. Marco Piccinelli, responsabile del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura e del Day Hospital dell’Ospedale di Cittiglio.

 

-  Potreste brevemente descriverci l’organizzazione del sistema psichiatrico?

«Dopo la promulgazione della Legge Basaglia, inglobata in quella istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, ciascuna Regione ha provveduto autonomamente a disciplinare con proprie leggi l’organizzazione dei servizi deputati alla salute mentale. Per quanto riguarda i bisogni del territorio a nord della Provincia di Varese, sono state istituite due Unità Operative di Psichiatria (Uop): quella del Presidio di Varese e Strutture Territoriali e quella del Presidio del Verbano e Strutture Territoriali, entrambe coordinate dal Dipartimento di Salute Mentale (Dsm). Del Presidio del Verbano fanno parte due Ospedali: l’Ospedale Causa Pia Luvini di Cittiglio e l’Ospedale Luini Confalonieri di Luino. Ciascuna Uop articola la propria attività nelle seguenti strutture: Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (Spdc), Day Hospital (Dh), Centro Psico Sociale (Cps), Centro Diurno (Cd), Comunità Riabilitativa a Media Assistenza (Crm), Comunità Protetta ad Alta Assistenza (Cpa) e Comunità Protetta a Media Assistenza (Cpm)».

 

- Che cosa è l’Housing sociale?

«Si tratta di un appartamento protetto nel Comune di Cassano Valcuvia che può ospitare sino a quattro persone in condizioni di sofferenza psichica. La finalità è quella di consentire a queste persone una migliore qualità di vita, sviluppare una maggiore autonomia personale e promuovere l’integrazione con la comunità circostante».

 

- In generale, le prestazioni sono gratuite?

«Tutte le strutture sono gratuite, comprese le Comunità Protette ed il Centro Diurno, poiché paga la Regione Lombardia. Presso il Cps pagano il ticket solo quei pazienti che hanno contatti sporadici. Per quanto riguarda invece l’Housing sociale, versa una quota il paziente o la sua famiglia, sennò interviene il Comune di residenza ed, in ogni caso, esiste un sostegno economico da parte dall’Adiapsi (Associazione Difesa Ammalati Psichici)».

 

- Cosa s’intende esattamente per disabilità psichica e quali sono i criteri diagnostici per determinarla?

«Diciamo che già nella diagnosi di patologie psichiatriche è insito un determinato grado di disabilità, che poi può essere solo temporanea (come, ad esempio, in alcuni casi di depressione) o persistente. Ai fini della diagnosi, si tiene in conto, infatti, sia di fattori oggettivi, sia della percezione soggettiva del paziente rispetto al proprio stato di salute. A tal fine, hanno rilevanza le limitazioni rispetto allo svolgimento delle attività quotidiane di cura personale, di studio, di lavoro ed alla capacità di relazionarsi con gli altri. I criteri diagnostici impiegati sono quelli della Classificazione Internazionale dei Disturbi elaborata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Per quanto riguarda, invece, la determinazione del grado di invalidità ai fini delle eventuali esenzioni e delle indennità riconosciute dallo Stato Italiano, esistono delle apposite tabelle elaborate dal Ministero della Sanità che risalgono al 1992».

 

- Statisticamente, quali sono le problematiche più frequentemente riscontrate nelle persone che si rivolgono alla vostra struttura?

«Beh, in passato, il disturbo cardine che veniva curato era la schizofrenia. Oggi, solo quattro ricoveri su dieci riguardano pazienti con diagnosi di schizofrenia, il resto avviene per altre tipologie di disturbi. In particolare, sono in aumento i ricoveri per disturbi affettivi, nevrotici, di personalità, quelli da abuso di sostanze ed e le demenze. Grazie all’evoluzione nelle terapie ed alla fruttuosa collaborazione con i servizi territoriali e le strutture residenziali e semiresidenziali, c’è stata nel tempo una progressiva riduzione sia nel numero sia nella durata dei ricoveri: secondo le statistiche, nel 2010, ben il 50% dei ricoveri si è concluso entro 12 giorni, il 25% dei ricoveri ha avuto una durata compresa fra 12 e 21 giorni e dunque solo un quarto dei ricoveri è durato oltre 21 giorni. Si tratta di percentuali fra le migliori in tutta la Lombardia. Inoltre, è diminuito nel tempo anche il numero dei pazienti con ricoveri ripetuti».

 

- E dopo le dimissioni dall’ospedale, cosa succede?

«Dipende dal tipo di patologia. Per i pazienti meno gravi, in genere, vi sono solo dei contatti ambulatoriali presso il Cps. Gli altri più gravi - che rappresentano però la minoranza - possono essere seguiti con degli interventi socio-riabilitativi associati a terapie farmacologiche oppure inseriti nelle Comunità o nel Centro Diurno. Terminato il percorso riabilitativo, poi, possono fare ritorno nelle famiglie di provenienza; oppure, se ciò non è possibile per questioni oggettive o per evitare che si reinneschino pattern disfunzionali, c’è l’opportunità dell’Housing sociale. Inoltre, un educatore si occupa di seguire queste persone ai fini del loro re-inserimento lavorativo».

 

- La famiglia è comunque importante…

«Sì, certo, la famiglia, pur nella sofferenza e nell’eventuale disfunzionalità, resta fondamentale al punto che è considerata ”co-terapeuta”. Una volta, in un’ottica lineare, si tendeva a considerare il paziente come vittima della sua famiglia, oppure viceversa, si dipingeva la famiglia quale vittima del malato. La nostra ottica, al contrario, è circolare: riteniamo che entrambi, famiglia e paziente, siano in grande sofferenza e vadano aiutati. Sin dal 1981, infatti, abbiamo utilizzato la terapia sistemico-familiare che si svolge ancora oggi presso il Cps di Laveno. Esistono anche due gruppi di mutuo auto-aiuto di familiari: uno a Laveno e l’altro a Luino».          

 

- Quali sono le maggiori difficoltà che si riscontrano oggi nelle famiglie dei malati?

«Certamente, una grande sofferenza interiore e la preoccupazione per il “dopo di noi”; a volte, poi, alcuni malati possono essere anche violenti… In ogni caso, per fortuna, nel tempo, si è registrata una maggiore propensione ad “uscire allo scoperto” e a chiedere aiuto. Lo dimostra l’enorme partecipazione che si è avuta ad un incontro sul disagio psichiatrico incentrato sulle paure dei pazienti e dei loro familiari che si è svolto agli inizi dello scorso mese di aprile, cui ha preso parte anche l’artista Alba Parietti: circa quattrocento persone hanno affollato la Sala Duse di Besozzo che non riusciva neppure a contenerle tutte, in un clima molto bello ed emotivamente coinvolgente. Il pubblico, composto anche da persone malate e loro familiari, è intervenuto più volte con domande ed anche testimonianze, forse stimolato dal racconto toccante ed intimo della Parietti che, presentando il suo libro “Da qui non se ne va nessuno”, ha parlato del rapporto con sua madre, una grave psicotica, e dello zio che ha trascorso la maggior parte della sua vita adulta in manicomio».

 

- Secondo voi, c’è un rapporto tra l’uso oggi sempre più diffuso di droghe anche sintetiche e l’insorgenza di patologie psichiatriche?

«Certamente. E’ stato, ad esempio, dimostrato scientificamente il legame tra l’impiego di cannabis e l’insorgenza di psicosi. Anche per questo, rispetto alla estrema tolleranza che ha caratterizzato gli anni sessanta, settanta ed anche ottanta, oggi, da parte della comunità scientifica, si tende sempre più a mettere in guardia le persone contro i rischi derivanti dall’uso di droghe leggere. Tra l’altro, bisogna dire che il tasso di cannabinoidi presente negli spinelli oggi è molto più elevato di un tempo. La piaga più devastante, comunque, è rappresentata dalle droghe sintetiche: innanzi tutto, è praticamente impossibile riuscire ad impedirne il commercio e dunque l’uso poiché sono facilmente reperibili anche via internet e, anche quando alcune vengono identificate e messe al bando, subito ne vengono sintetizzate delle altre. In secondo luogo, i kit utilizzati nei laboratori non sono idonei a testare e riconoscere tutte le droghe sintetiche poiché limitati alla identificazione solo di alcuni principi attivi, peraltro più diffusi in passato; infine, è chiaro che non conoscendo queste nuove sostanze sintetiche, si hanno enormi difficoltà a capirne gli effetti e soprattutto a proporre le terapie adeguate».

 

- E l’esposizione ripetuta a videogiochi molto violenti sin dalla tenera età può influire negativamente sulla salute psichica?

«Anche qui, esistono delle ricerche scientifiche che provano che l’esposizione a videogiochi  violenti cambia, a livello di attivazione delle aree cerebrali, i pattern di attivazione di fronte a scene violente, nel senso che vengono eliminate le emozioni e si crea un corto-circuito verso l’azione, la quale entra in gioco senza alcuna valutazione critica. Pertanto, certamente si può affermare che si ha un forte impatto sui bambini di questo uso-abuso di videogiochi tutti imperniati sulla violenza!»

 

- Quale è il ruolo dei farmaci nel trattamento delle malattie mentali?

«Il nostro è un approccio integrato: l’intervento farmacologico ha pari dignità di quello psicologico-psicoterapico e di quello riabilitativo-risocializzante. Inoltre, i programmi sono sempre personalizzati in base alle specifiche problematiche ed esigenze dei pazienti. Questi sono molto ben seguiti: presso il Spdc di Cittiglio è previsto ogni giorno, al mattino, un incontro privato tra il singolo paziente e lo psichiatra che lo ha in carico, dopodiché si svolge una riunione fra medici ed infermieri in cui, integrando i diversi punti di vista, si fanno le opportune valutazioni dei diversi casi e si definiscono le migliori strategie da adottare. Ciascun paziente ha quindi il suo psichiatra di riferimento e beneficia di un clima accogliente, in cui privacy e rispetto sono fondamentali.  Il programma personalizzato messo a punto dopo il ricovero, soprattutto per i casi più gravi, prevede l’intervento integrato di molte e diverse figure professionali e si basa su un notevole ventaglio di strutture territoriali».

 

- Ho visitato nel 2010 la Mostra da voi organizzata presso il Chiostro di Voltorre dove erano esposti dei bellissimi quadri di persone affette da malattie mentali… che meraviglia!

«Sì, erano lavori di nostri pazienti e tra l’altro fra i casi più gravi. Nell’ambito delle molte attività di riabilitazione, vi sono dei gruppi di risocializzazione, dei gruppi di attività corporea e dei gruppi di attività espressive; questi ultimi prevedono dei laboratori di pittura, animazione teatrale, danza, canto corale e musicoterapia. Abbiamo ben tre Ateliers di Artiterapie e i  lavori realizzati, anche di notevole pregio artistico, sono stati nel tempo esposti nell’ambito di diverse mostre organizzate fra l’altro presso i Musei di Varese, Palazzo Reale a Milano, il Lingotto di Torino. Nella Mostra Addio Anni 70 promossa dal Sindaco di Milano Pisapia e dall’Assessore alla cultura Boeri, che si terrà a Palazzo Reale dal 31 maggio al 2 settembre, saranno esposte assieme ad opere di pittori noti anche alcuni lavori realizzati presso il laboratorio di Artiterapie del Centro Diurno Luvino di Luino: l’ingresso è gratuito e siete tutti invitati!»

 

- Certo che dai tempi della Legge Giolitti, se ne è fatta di strada…

«Sì. Al fine di creare una sempre maggior integrazione fra società e persone con disturbi psichici, scongiurandone così la stigmatizzazione, poi, abbiamo anche organizzato degli stage di ragazzi della quarta liceo provenienti da varie scuole. Inoltre, organizziamo presso le scuole delle giornate informativo-emozionali nell’ambito delle quali si affrontano con i ragazzi le problematiche relative ai disturbi psichici in un clima sereno e per nulla angosciante. Per il futuro, poi, vorremmo implementare dei Gruppi di “Peer education” presso le scuole superiori di diversi istituti: si tratta di gruppi  gestiti da uno studente, in precedenza formato presso di noi, che fa da opinion-leader e che può quindi, meglio degli adulti, trasmettere ai suoi coetanei ciò che ha appreso sul “mondo della malattia psichica”».

 

- Complimenti! Di punti di forza nella vostra realtà ne vedo davvero molti … c’è qualcosa di cui avreste bisogno per svolgere ancora meglio il vostro lavoro qui?

«Grazie. In effetti, riconosciamo che oggi possiamo offrire interventi qualificati da parte di operatori ben preparati in contesti accoglienti e non spersonalizzanti per i pazienti, interagendo anche con le loro famiglie ed avvalendoci di una rete di efficienti strutture presenti sul nostro territorio di riferimento. Per quanto riguarda il reparto di psichiatria presso l’Ospedale di Cittiglio, siamo in attesa della realizzazione di alcune opere di ristrutturazione degli ambienti e del cortile esterno utilizzato dai pazienti. Se poi si riuscisse ad assumere qualche operatore in più sarebbe davvero perfetto, ma ci rendiamo conto che di questi tempi l’aspetto economico-finanziario sia cruciale…»

 

- In sintesi, qual è il messaggio che volete lanciare ai nostri lettori?

«Vorremmo rassicurarli in primis sul fatto che, in caso di disturbi psichici, ci si possa rivolgere con fiducia alle strutture oggi presenti sul territorio. Ma è fondamentale sottolineare che i nostri sforzi  sono diretti, oltre che alla cura dei malati, a bypassare lo stigma verso la malattia mentale: vogliamo creare un “ponte” tra follia e normalità grazie alla diffusione di una maggior conoscenza dei problemi, di un atteggiamento di apertura e di disponibilità allo scambio ed in ultima analisi attraverso la cultura e l’arte quale linguaggio universale che attraversa le menti ed i cuori di tutti gli uomini al di là delle diversità!»

 

Maria Cristina Gallicchio 

Lisdha news n 74, luglio-settembre 2012

21/11/2013