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Oliviero Bellinzani - Un uomo con le ali

L’alpinista speciale Oliviero Bellinzani si allena nella sua Valcuvia per entrare nel Club 4000 del Cai. Tanti sogni realizzati e da realizzare… con una gamba sola. “Io non mi sento un uomo senza una gamba, ma un uomo e un alpinista con una gamba”.

E’ il 5 febbraio 1977. Un giovanotto è in moto sulla strada verso la Valcuvia. Vive in provincia di Milano ma appena può raggiunge i luoghi dove ha trascorso gran parte dell’infanzia, dalla nonna materna a Brenta. Quel giorno il ventiseienne Oliviero Bellinzani lo ricorderà per sempre:

«E’ una data che non posso dimenticare. Tra Cittiglio e Laveno, un volo in moto e i miei sogni…sgretolati e scomparsi in un attimo».

Per Bellinzani è una vita da ricominciare.

«All’ospedale mi sono risvegliato con una mandibola fratturata e una gamba in meno, ma nessuna voglia di rassegnarmi alla semplice sopravvivenza. Appena mi è stato possibile sono tornato a cercare ciò che amavo di più: l’andar per montagne».

 

- Fino a quel momento, l’unica difficoltà per immergersi nella natura era quella di salire in moto per fuggire da Milano

«Vero. Il mio desiderio di ricominciare a vivere cozzava con la “dipendenza”. Stampelle e protesi. Ma soprattutto chi avrebbe avuto la voglia di portarmi in giro per aiutarmi a coltivare la mia passione?».

 

- Una passione che ha spazzato via il primo amore: l’atletica leggera.

«Da ragazzino ero un gran talento nell’atletica leggera. A livello scolastico ho ottenuto ottimi risultati. Forse mi è solo mancato qualcuno in grado di “educare” le mie doti naturali».

 

- E chi ti ha insegnato il camminare in montagna con una gamba sola?

«E’ una frase che ripeto stesso: chi ragiona con due gambe non può insegnare a chi ne ha una sola. La mia prima uscita dopo l’incidente è stata un calvario con una legnata finale. Ho convinto mio padre e due amici ad accompagnarmi ai piedi del monte Nudo. Un 1235 mt in Valcuvia che avevo salito più volte, anche di corsa. Non so come, ma sono arrivato in cima. Poi, per non ripercorrere il sentiero di salita mi sono avventurato in un’alternativa che comprendeva una cresta piuttosto semplice se fatta con la gambe, da brividi se affrontata con le stampelle. Mio padre mi era davanti e di fianco pronto eventualmente a prendermi al volo. Scendendo sul sentiero caddi quattro o cinque volte. All’arrivo alla macchina ero stravolto ma felice. Quella sofferenza mi aveva comunque dato la risposta che cercavo. Con l’allenamento e gli ausili giusti potevo continuare ad andare in montagna».

 

- Parlavi di legnata…

«Al ritorno a casa trovai ad attendermi mia madre che guardandomi con un’espressione sconsolata mi disse: “non te ne sono già capitate abbastanza?”».

 

- Nonostante tutto questo “ottimismo” che ti circondava non ti sei arreso.

«Al contrario. Il mio primo sport è stata la corsa. Nei miei pensieri c’è sempre stata la ginnastica. Anelli, sbarre, cavallo. Sogni e pensieri che miscelati con la voglia di riscatto e la determinazione mi hanno portato a camminare e poi grazie a Giovanni Ponti del Cai di Gallarate, dai primi anni del ‘90 anche ad arrampicare».

 

- Hai “domato” Monte Bianco, Grand Capucin, Cervino, Pizzo Badile e una lista interminabile di 4000 metri. Sogni ancora?

«Guai se non lo facessi. Il sogno di oggi è quello di entrare a far parte del Club 4000 del Cai che comprende gli alpinisti che hanno salito almeno 30 vette superiori ai 4000 mt. Sono a buon punto».

 

- La tua cima più alta?

«I 4765mt del Monte Bianco saliti in solitudine. Anche se parlare di solitudine sulla via per la vetta del Monte Bianco fa un po’ sorridere. C’è più traffico che in tangenziale! »

 

- C’è una cima tra quelle che hai raggiunto che ti ha dato preoccupazioni. Paura di non farcela?

«Tutte. Ogni vigilia di una salita o di una gara mi assale il pensiero di non essere all’altezza. Spero nel cattivo tempo o altro per giustificare una mia rinuncia. Poi, al mattino, preoccupazioni e pensieri svaniscono. Testa bassa e via che si va. Ed ogni volta è una gioia immensa. Vetta o gara che sia».

 

- Ami la natura ma da un po’ di tempo arrampichi anche in palestra.

«Ho conosciuto il Direttore Tecnico della Lezard di Tradate, Gianfranco Ranzato. Tesserarmi alla Fasi (Federazione Arrampicata Sportiva Italiana) è stato praticamente automatico. In palestra o all’aperto anche l’arrampicata sportiva mi permette di affinare la tecnica e perché no, misurarmi con altri atleti in gare e dimostrazioni».

 

- Però i tuoi ripetuti appelli ai giovani amputati di avvicinarsi all’alpinismo sono caduti nel vuoto.

«Come quelli con cui, per diversi anni, cercavo compagni di avventura. E’ comprensibile. I genitori sono naturalmente portati a proteggere i propri figli. Figuriamoci gli amputati. Lo sono stati anche i miei con me. E’ un peccato. Ciò che offre l’alpinismo o anche il semplice escursionismo è la base dell’attività motoria: camminare, saltare e correre. Impari a muoverti, a cadere. Insomma, è quanto di più completo un giovane, amputato e non, può praticare».

 

- A proposito di giovani. Ogni anno sono 30.000 i giovani che in seguito ad incidenti stradali diventano disabili. Informazione e sensibilizzazione sembrano tempo perso.

«Assolutamente no. Quando incontro gli studenti lo dico e lo ripeto: nessuno vi deve legare o limitare il vostro entusiasmo. L’importante è che siate consapevoli in ogni momento di ciò che state facendo. E raccomando ai docenti di saper riconoscere e sviluppare i talenti».

 

- La tua storia racchiude insegnamenti che nella scuola sono andati sbiadendo…

«Dici? Io non voglio essere un esempio per nessuno. Solo mi piacerebbe essere utile a chi vorrebbe ripercorrere ciò che ho vissuto io. Vorrei poter dire ad un amputato di non perdere tempo ed energie nel commiserarsi o pensare ai propri limiti. Io non mi sento un uomo senza una gamba. Io sono un uomo e un alpinista con una gamba. Non si può combattere le barriere culturali se poi ce ne costruiamo una su misura. Ci sono passato e so di cosa parlo. Oggi ho 56 anni e ancora non conosco i miei limiti. Continuo a cercarli. Avrei dovuto passare gli ultimi trent’anni della mia vita a ripetermi cosa e come fare senza provare?».

 

- In questo non ti sembra determinante la cura del momento in cui, guariti dall’incidente,  dall’ospedale si rientra a casa?

«Assolutamente si! Io ringrazio all’infinito l’Ospedale di Varese. Medici e infermieri. E non dimentico quel medico dell’Ospedale di Cittiglio che vedendomi arrivare in quelle condizioni disperate urlò a colleghi e collaboratori di trasferirmi con urgenza al Reparto di Rianimazione di Varese altrimenti non avrei potuto farcela. Strutture, uomini e donne a cui devo la vita. Tutto il resto è stato un lungo e difficile “fai da me”. Una parola, un’informazione, un supporto psicologico. Ricordo ancora il mio ingresso nel laboratorio dell’Inail di Budrio (Bo). Era il 1977. Dovevano prendermi le misure per la mia prima protesi di legno. Nessuno mi rivolse la parola. Mi sembrò tutto molto freddo ed io mi sentii un mobile da riparare. Successivamente le cose migliorarono. Trovai aiuto e conforto. Ma quel primo impatto fu davvero deprimente. Oggi è diverso. Assistenza e ausili sono decisamente diversi. Ma il momento di cui stiamo parlando è un passaggio vitale».

 

Buona vita all’uomo con una gamba. E chi vuole arrampicare con lui: uomoconleali@alice.it.

 

Roberto Bof

Lisdha News n 73, aprile-giugno 2012

03/12/2013