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Liberi di perdonare

Il coraggio del perdono

Circa un mese fa mi è capitato di tenere un incontro sul tema della libertà. Presentando ciò che può schiavizzarci dall'interno, ho parlato del rancore e del desiderio di vendetta e di come, al contrario, il perdono sia fonte di vera libertà interiore. Nella discussione successiva diversi interventi hanno ripreso l'argomento. Qualcuno si interrogava sul significato del termine "perdono", qualcuno sulla sua utilità, altri sul come. Quello che segue è un po' il frutto di tale condivisione.


Il risentimento e la rabbia ci tengono legati a doppia mandata a chi ci ha feriti perché, non smettendo di ricordarci quello che ci ha fatto e di popolare la nostra fantasia dei modi per fargliela pagare, la persona in questione continua a tenerci tra le mani, a condizionarci. Essa vive nel nostro intimo attraverso la nostra memoria. Per non avvertire il peso di questa catena possiamo allora mettere in atto diversi meccanismi. Alcuni si anestetizzano dicendo: "Ormai quella persona mi è indifferente", congelando i propri sentimenti anche se tale congelamento raffredderà pian piano la stessa capacità di amare.


Altri pensano di risolvere vendicandosi, parlando male della persona, rendendole pan per focaccia. Al momento questo li fa sentire meglio ma poi si accorgono che, se si sono tolti un cruccio, non si sono comunque resi migliori di chi hanno punito.

I più coraggiosi invece intraprendono il cammino, a volte lungo, del perdono, sentiero di alta montagna che fa sudare ma anche offre aria frizzante e rigenerante. Ma, a questo riguardo, certi punti devono essere chiariti. Perdonare non significa non riconoscere l'errore o l'ingiustizia così come non significa far correre tutto. La sincerità e la verità sono sempre buone basi per iniziare questo cammino.
In secondo luogo perdonare non è tanto una questione di sentimento ma di volontà. Sui sentimenti spesso non abbiamo potere: quando incontriamo chi ci ha fatto del male inevitabilmente si risvegliano il nervosismo e il rancore. Però possiamo decidere di non ascoltare la loro voce, possiamo non permettere al risentimento di scavare nel nostro cuore, di influenzare le nostre azioni.


In terzo luogo il perdono ha bisogno di tempo. Se le ferite sono state gravi e profonde non si può pretendere di perdonare subito. Buona parte delle persone ha bisogno di attraversare il momento della rabbia che serve a togliere il coltello dalla piaga, cioè a prendere le distanze dal feritore. Ma poi questa rabbia non va più alimentata altrimenti corrode.

Se abbiamo risposto alle domande sul cosa significa perdonare e sul perché, ora fermiamoci sul come. Qualcuno afferma che è impossibile perdonare. Io non credo, anche se certamente è molto difficile, soprattutto quando abbiamo sofferto molto. Ci possono essere però degli aiuti.
Innanzitutto vigilare su se stessi: imparare a conoscersi per capire come mai una certa cosa ci tocca tanto. Possiamo essere troppo permalosi, per cui la più piccola critica ci manda in aria. In questo caso la difficoltà a perdonare è dovuta non solo all'offesa ma anche a un nostro modo sbagliato di essere.
Serve anche iniziare un'educazione del cuore che consiste nel non parlare male di chi ci ha colpito, nel non farsi vincere dal pessimismo, nel pensare che nulla è eterno, neppure la nostra sofferenza, nel cercare il bene che potrebbe scaturire da un male.
Aiuta anche ricordarsi che nessuno di noi è perfetto, che a nostra volta abbiamo fatto soffrire altri e che siamo stati e siamo noi per primi dei perdonati. Mettersi nei panni dell'altro è poi un toccasana: tante circostanze possono attenuare la responsabilità personale e dietro alcune azioni potremmo scoprire non tanto pura malvagità ma debolezza.
Infine per il credente l'arma migliore è pregare: per se stessi, al fine di implorare da Dio la forza necessaria, e per chi ci ha buttato a terra. Se con la volontà riusciamo a farlo, pur nella ribellione di una parte di noi, stiamo già perdonando. La preghiera per l'altro apre il nostro cuore, lo rende più tenero e buono. E anche se la persona in questione non se ne accorge, le facciamo un dono che resiste davanti a Dio, che rimane e porta frutto.

 

novembre 2005 lisdha news n 47

10/12/2013