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Scommettiamo sulla gioia

Oggi non è facile parlare di gioia, si rischia di essere fraintesi, di essere considerati superficiali. Tutti però possiamo constatare un dato di fatto: la gioia manca.

Oggi non è facile parlare di gioia, si rischia di essere fraintesi, di essere considerati superficiali. Tutti però possiamo constatare un dato di fatto: la gioia manca. Spesso i nostri volti sono spenti, cupi, induriti. Sperimentiamo che non solo le malattie sono contagiose, ma anche la tristezza. Molti intendono la gioia come quel sentimento frizzante che nasce dall'aver ricevuto una buona notizia o una eredità improvvisa, dall'aver portato a termine un progetto importante o dall'essersi innamorati.In questi casi viene intesa come qualcosa indotta dall'esterno, da una situazione favorevole che quando viene a mancare condanna all'infelicità.
Ma la gioia è solo questo o è, per così dire, uno stato dell'anima, ben diverso dallo stato d'animo? Viene dal non avere problemi o ha altre fonti sorgive? È qualcosa che ci cade dall'alto o è anche frutto del nostro impegno?
Leggendo s. Paolo nella lettera ai filippesi troviamo queste parole: "Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora: rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini" (Fil 4, 4). Il suo è un imperativo, un comando. Ma si può imporre la gioia? Come sentimento sicuramente no. Però si può preparare il terreno perché metta radici. Dovremmo incominciare a chiederci perché ci manca. I motivi possono essere tanti. Talvolta le situazioni di vita sono così "corrosive", ci destabilizzano talmente da affossare ogni speranza.
Altre volte c'è una parte di noi che non vuole essere serena, quasi volessimo punirci per colpe o errori che non ci perdoniamo. Dimentichiamo l'importanza del voler bene a noi stessi, da non confondersi con l'egoismo. In altri casi non ci si vuole rappacificare con la propria storia e si vive di "se avessi fatto", "se non mi fossi sposato?". Oppure non viviamo il presente perché schiavi del passato o del timore per il futuro.
Alcune persone non vogliono accettare gli aspetti negativi legati inevitabilmente alla loro condizione di vita e alle loro scelte o non affrontano difficoltà psicologiche, relazionali, accontentandosi di tirare a campare. Anche la mancanza di ideali, di valori alti per cui impegnarsi, spegne la gioia. Più ci accontentiamo di una vita mediocre più ci intristiamo, perché l'uomo non è fatto per volare basso.
Cosa allora può dipendere da noi? Cominciamo a renderci conto che la nostra vita non dovrebbe essere un insieme di doveri da compiere ma un insieme di "atti di amore". Quello che abbiamo da fare, lavorare, studiare, occuparci di altri, iniziamo a farlo bene, con cura, senza continue lamentele. Abituiamoci a sorridere, non guardando di continuo, preoccupati, il nostro ombelico.
Smettiamo di lasciarci affogare dalle acque della paura che gli altri ci propinano, ben sapendo che la nostra vita è nelle mani di Dio, prima che nelle mani degli uomini. E troviamo il coraggio di fidarci di più, di affidarci a Lui prima che ai calcoli e alle certezze umane. So che non è facile da credere, ma la preghiera vera, costante, libera, è una grande fonte di serenità. Impariamo poi ad amare a partire dalla piccole cose, perché i grandi discorsi fanno troppo comodo.
Conosciamo tutti il detto di Cristo riportato da s. Paolo: "C'è più gioia nel dare che nel ricevere" (At 20, 35). E allora perché vogliamo quasi rubare la gioia, vogliamo che gli altri ci rendano felici? Pretendiamo che tutte le nostre esigenze siano esaudite, che nulla ci manchi. Pretendiamo anche l'affetto. Diceva un filosofo: "Per sapere quanta felicità una persona può ricevere nella vita basta sapere quanto è capace di donarne" (Schopen-hauer).
La gioia nasce dal saper perdere qualcosa, dall'essere "generosi" di se stessi. Non è quindi frutto dell'assenza di preoccupazioni, non è tanto un sentirsi bene dentro, ma è una condizione dell'anima che ama. Ed essa può convivere anche con la fatica del vivere, con i "buchi" che l'esistenza reca con sé. Termino allora con le parole di R. Follereau, l'apostolo dei lebbrosi: "Non avete bisogno di girovagare per il mondo senza sosta per trovare la vostra gioia. La gioia è nel bene che fate, nel buon umore che diffonderete, nel sorriso che donerete, nelle lacrime che asciugherete".  

 

Lisdha news n 50 -luglio 2006 

10/12/2013