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Lavoro, non per soldi ma per la Vita

Dalle donne una spinta ad un modo nuovo di vivere l’impresa.

“Mio fratello è morto in un incidente sul lavoro, travolto da un camion.” Con un sms, Nadia, una carissima amica missionaria in Camerun, mi annuncia questa tragedia. Penso a lei, che deve affrontare un viaggio faticoso, da sola, per tornare a casa, alla sua famiglia. Penso all’Italia, Repubblica fondata sul lavoro, tradita da scelte economiche che ne hanno stravolto la caratteristica principale, la laboriosità. Sì, il mondo del lavoro è molto malato: disoccupazione, precariato, morti bianche, il malcostume ormai divenuto regola comune di non onorare i debiti.

E Sergio, un amico falegname, con la concretezza tipica dei nostri artigiani, mette subito a nudo la causa di questo sconquasso: “Dobbiamo tornare a produrre non solo per far soldi, ma per realizzare progetti che aiutino la gente a crescere in sapienza, non solo a consumare!” Il lavoro deve tornare ad essere considerato un atto creativo, quasi come un parto, che comporta fatica, dolore, ma eleva l’uomo  alla dignità essere libero, non merce da usare. Forse non è un caso che proprio dalle donne e dall’agricoltura, là dove la Vita affonda le sue radici, giungano forti segnali di speranza… Infatti stanno crescendo le aziende agricole gestite da imprenditrici che, grazie ad inventiva e lungimiranza, riescono a diversificare gli obiettivi d’impresa, promuovendo agriturismi, fattorie didattiche,  progetti di inserimento per disabili, percorsi educativi per i bambini, e a raggiungere risultati anche superiori a quelli dei “colleghi” maschi.

L’augurio per l’anno che si apre davanti a noi è che anche in altri settori imprenditoriali si assista ad un simile fermento di idee.

Allora, la morte del fratello di Nadia e di tutti i suoi compagni caduti, il dolore di quelle famiglie non sarà stato vano e l’Alba di un Giorno Nuovo sarà più vicina.

04/11/2016