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Il carcere da un altro punto di vista

I detenuti non solo solo malvagi, ma artisti, poeti e uomini di grande sensibilità.

Scorrono i giorni che compongono la sesta decade della mia vita, faticosi, come sempre. La grinta per affrontarli è infatti diminuita, ansie ed inquietudini aumentano, in parte dovute al periodo storico che stiamo vivendo dove in ogni ambito tutto è incerto, non chiaro, scivoloso.  Nel cuore però ho ancora tanta voglia di vivere, di accogliere quelle novità che annunciano  cambiamenti positivi. Un esempio per tutti: lo scorso 25 marzo guardavo risorgere un Papa Francesco stanchissimo mentre entrava sulla  papamobile nello stadio San Siro accolto da circa ottantamila tra genitori, catechisti e tantissimi giovani in festa. Ho pensato a quanto veniamo soffocati dalle tenebre fitte che i mezzi di comunicazione ci propinano ogni giorno.  Forse dovremmo leggere in questo scompiglio generale non la fine catastrofica del mondo, ma il suo nuovo inizio, quelle doglie del  parto di una Nuova Creazione libera dalla schiavitù della corruzione, di cui parla San Paolo nella sua Lettera io Romani (8, 22 -27). Probabilmente molti di noi non  la vedranno su questa terra ma in Cielo, sicuramente la  vedranno i nostri figli e i nostri nipoti...

Quando l'angoscia ci toglie il respiro, sforziamoci, dunque,  di cambiare punto di vista. Vorrei provare cominciare a realizzare questo obiettivo, raccontandovi l'incontro che lo scorso 4 marzo ho avuto con i detenuti del carcere di Varese, grazie al cappellano don Giuseppe e ad  Emanuela, un'amica volontaria. Accompagnata da Gianluigi entro nell'austero edificio  costruito  nel 1893, più volte rimodernato, ma tuttora insufficiente e tetro, nonostante l'azzurro con cui sono tinteggiate alcune pareti, mentre altre sono in fase di ristrutturazione. Mi è stato chiesto di raccontare la mia vita ad una quindicina di detenuti attenti, immobili. Dopo la mia esposizione  dico loro di chiedermi quello che volevano. Ne è nata una conversazione interessante, non banale che dimostrava il loro grande rispetto, sensibilità e capacità di sapersi mettere nelle “mie scarpe”, ciò che spesso non accade parlando con le persone cosiddette per bene. Mi sono sentita  a casa anche perché qualcosa ci accomuna, restare tra le pareti domestiche,  molte ore.  Al termine dell'incontro, alla richiesta di sapere che cosa ne pensassi di loro, mi è venuto spontaneo  rispondere: Mi  piacerebbe uscire a mangiare una pizza insieme e  conoscervi meglio. Prima di andarmene, mi  hanno voluto regalare un bellissimo crocefisso composto da  quattro mani che si stringono, costruito da loro laboratorio. In carcere, inoltre vive anche chi ha un cuore da poeta come Angelo. Ecco la sua ultima poesia:

“La bella stagione”.

I primi caldi e la voglia di stare fuori, i colori, i profumi e i sapori della  natura e della vita. È primavera conclamata e arriverà l'estate tanto aspettata e desiderata.

Alle belle donne piace vestirsi leggere ed essere ammirate ai bimbi piacciono le passeggiate al parco e i voli in altalena ai prati verdi piace essere gradevolmente calpestati alle margherite farsi contare i petali e dar speranza ai cuori delle persone timide a cui un m'amanonm'ama non farà certo sparire i sogni dell'amore.

 E ai carcerati? Cosa piace della primavera ai carcerati? I muri? Le sbarre o i cortili cementati? Con quanti stati d'animo si può vivere la primavera e l'estate...”

Nella mia mente risuonano le parole di De André: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”!  Sì, Fabrizio aveva ragione! Bisogna proprio cambiare punto di vista.

02/10/2017