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“Feti nati” o persone?

Secondo due bioeticisti gli stessi criteri che consentono di abortire un feto dovrebbero essere applicati anche alla soppressione di un bambino appena nato.

Alcuni giorni fa ho ricevuto una segnalazione da una mia amica la quale mi invitava a leggere un articolo apparso sulla rivista scientifica inglese The Journal of medical ethics scritto da due scienziati italiani, dal tiitolo “After-birth abortion: why should the baby live?”

I due bioeticisti, Francesca Minerva e Alberto Giubilini, sostengono in pratica che gli stessi criteri che consentono di abortire un feto dovrebbero essere applicati anche alla soppressione di un bambino appena nato (o come dicono gli autori: a un feto nato). Infatti, secondo il punto di vista di questi due esimi “filosofi”, un "feto nato" non è una persona, esattamente come non è una persona un feto nella pancia della madre. Se dunque i genitori o i medici ritengono che questa futura persona vivrebbe una vita non degna di essere vissuta dovrebbero avere il diritto legale di sopprimerla.

Sono stato sconcertato da queste affermazioni perché mi hanno portato alla mente un periodo tragico della nostra storia: la seconda guerra mondiale.  Quando nei campi di sterminio si eliminavano non solo gli ebrei ma anche i disabili perché la loro esistenza, secondo questa ideologia, non era degna di essere vissuta, non erano veri uomini perciò dovevano essere soppressi.

Ma lo sconforto ancor più grande è che oggi queste convinzioni serpeggiano ancora a filo d’acqua, per di più in ambienti scientifici e culturali di una certa elevatezza  come testimonia l’articolo dei due scienziati inglesi. 

Credo che la dignità umana sia intoccabile a tutte le persone. All’uomo deve essere riconosciuto questo valore nel preciso momento della sua nascita, se non prima. Infatti  cessa di essere un feto nel momento in cui viene alla luce e inizia ad essere una persona in qualunque condizione sia fisica e mentale in cui si trova. Nessuno può distruggergliela.  Un  genitore non può sopprimere quella persona dopo averla partorita. Lei è già distinta dalla madre sia pur dipendente, anche se in futuro avrà delle limitazioni cognitive.

Il problema è piuttosto come aiutare i suoi genitori che nei primi momenti si trovano confusi ed angosciati per questo  gravoso evento caduto improvvisamente dal cielo coinvolgendo, nel dolore tutta la famiglia. Qui comincia il nostro compito. Dobbiamo essere loro a fianco, passo per  passo, per dissipare le loro paure, sia le istituzioni che i singoli individui. Dobbiamo fare in modo che si accorgano delle inadempienze, fargli sentire il nostro calore umano e la nostra disponibilità per non farli sentirli più soli.

L’Associazione Volare Alto, che opera da anni su questo territorio, ha questo preciso intento: di camminare a fianco dei genitori e figli disabili per riuscire a dare una vita dignitosa a tutti. Proprio a tutti.

 

Giancarlo Ferrari

Vice-Presidente Volare Alto

Lisdha news n.74, luglio-settembre 2012

19/11/2013