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Avatar

Anche un film spettacolare può offrire spunti di riflessione. Siamo davvero sempre pronti a fare quel che è giusto anche se non ci conviene? E qual è la giusta misura dell’impatto dell’uomo sulla natura?

A metà febbraio in Italia più di cinque milioni di persone avevano già visto Avatar.

Quando un film raggiunge un pubblico così vasto diventa una sorta di patrimonio comune della cultura di un paese; e allora, al di là di ogni discussione sul suo valore artistico, vale la pena di interrogarsi sulle idee che propone.

Nel caso di Avatar le idee forti sono due.

 

La prima può essere così sintetizzata: se c’è un contrasto tra ciò che è giusto e quel che conviene al gruppo di cui faccio parte devo seguire la giustizia costi quel che costi.

Di per sé si tratta di un’idea certo non nuova – la si trova tra l’altro in un’infinità di film – e che potrebbe anche per questo apparire banale. Però per come viene proposta nel film merita qualche riflessione.

Nella storia si immagina che gli uomini raggiungano nel 2154 il lontano pianeta di Pandora per sfruttare ricchi giacimenti minerari e che a tal fine si debbano distruggere ampi spazi di foresta dove vive una popolazione aliena: i Na’vi.

Ma è impossibile convincere i Na’vi a lasciare la foresta con la quale sono in simbiosi sicché non potrebbero vivere altrove. Gli uomini allora “devono” ricorrere alla forza: si tratta di distruggere l’immenso albero che è la casa dei Na’vi.

Per la maggior parte degli uomini su Pandora questo non è un problema: se è necessario sfruttare i giacimenti e i Na’vi si oppongono i Na’vi vanno scacciati e se questo richiede la distruzione della loro casa si farà così  e se qualcuno non ci sta è un traditore.

Si noti bene: quegli uomini non vengono assolutamente presentati come dei classici malvagi da film; sono invece persone comuni, capaci anche di sentimenti generosi. Sono gente che se gli si chiedesse così in generale “E’ giusto distruggere un popolo pacifico per prendere i suoi beni” risponderebbe: “No, certo che no”. Ma se in concreto è necessario sfruttare i giacimenti…  

Vediamo così all’opera uno schema mentale in verità molto comune: in linea di principio si affermano determinati ideali ma "al dunque" la condotta è dettata esclusivamente dall’interesse della “parte” alla quale apparteniamo a prescindere dal rispetto di quegli ideali.

Nei casi più estremi la persona nemmeno riesce a concepire che ci possa essere un contrasto tra ciò che conviene alla propria parte e ciò che è giusto. In altri casi invece riesce a concepire la cosa ma poi confeziona ragionamenti anche astrusi per mettere tutto “a posto”.

Vedere lo schema all’opera può indurci a riflettere. Non ci è mai capitato di pensare che quel che conviene al nostro partito o alla nostra azienda, al nostro Stato o alla nostra categoria professionale è per ciò solo giusto?   

 

Ma c’è di più. Nella storia narrata le miniere di Pandora non sono un investimento qualsiasi, sono invece necessarie a un’umanità ormai disperatamente a corto di risorse. Ecco che allora chi sceglie di seguire i propri ideali e non la “convenienza” accetta di veder andare in rovina il suo mondo.

Questo è un punto importante.

Nel film la cosa risulta appena accennata anche perché alla fine i buoni superstiti decidono di restare su Pandora per vivere con i Na’vi.

Però il tema è drammatico. E’ possibile che sostenere la giustizia comporti la nostra rovina. Secondo i casi la nostra rovina politica o economica o addirittura la nostra morte. E’ possibile ad esempio che a un certo punto io mi renda conto che una legge sicuramente giusta sul piano del bene comune potrebbe mettere in crisi il settore economico nel quale lavoro. Dovrei sostenerla? Secondo la logica del film sì.

Negli Usa dopo l’attentato alle Torri gemelle si è seguita una logica opposta. Si è giunti alla tortura per sventare nuovi attentati. E’ forse giusto torturare? Di per sé no, si è detto, ma non possiamo rischiare la rovina del nostro paese per rispettare la giustizia.

 

Nel film è molto netta l’idea dell’autonomia della giustizia da ogni interesse di parte.

In una scena drammatica e toccante il protagonista, che ormai sta con i Na’vi, si ritrova a pregare il loro dio perché li aiuti nell’imminente battaglia. Ma una Na’vi lo rimprovera dicendogli che non si può pensare che dio stia dalla nostra parte. I Na’vi sono ben convinti di star facendo la cosa giusta ma comunque e anche alla vigilia della battaglia mantengono fermo, rigido il proprio schema: una cosa è il nostro interesse, un’altra cosa è la giustizia; possono coincidere, ma non è detto; se chiedi a dio di aiutare la tua parte, sbagli approccio.

A voler fare sul serio, quella che il film propone più che un’ovvietà etica è una dura disciplina mentale che può condurre a esiti drammatici.

 

La seconda idea forte del film – più comunemente rilevata dalla critica – è che solo nell’armonia con la natura vi può essere salvezza.

Nel film è costante la contrapposizione tra gi uomini che hanno distrutto il loro mondo e cercano di distruggere anche Pandora perché sono incapaci di armonia con la natura e i Na’vi che invece vivono un tale armonia.

E’ apprezzabile il fatto che nel film l’idea di armonia con la natura non sia presentata in modo troppo ingenuo. I Na’vi ad esempio uccidono gli animali per nutrirsi della loro carne.

Si riconosce che, per dirla con Leopardi, la natura è matrigna. Non c’è pace: anche il quieto bovino che vediamo brucare in un campo in quel momento in realtà sta strappando e distruggendo migliaia di creature viventi.

E non può che essere così. I Na’vi vivono in armonia con la natura nel senso che limitano il dominio e la distruzione alla misura strettamente necessaria per vivere, mentre gli uomini fanno del controllo e della distruzione della natura una strategia illimitata.

Garantito un minimo di realismo, l’approccio dei Na’vi non può non affascinarci.

Perché ormai siamo stanchi.

Negli ultimi secoli  il dominio dell’uomo sulla natura ha assunto forme estreme; le mucche nelle stalle sono “macchine da latte” così come molti fiumi sono stati totalmente piegati all’esigenza di produrre energia elettrica. E la distruzione va avanti attaccando gli ultimi santuari. L’Amazzonia di quando ero bambino, quell’immensa distesa verde interrotta solo da grandi fiumi, ora è traversata da una rete di strade.

E ci guardiamo intorno e ci sentiamo poveri e soli. Con sempre meno risorse in un mondo sempre più brutto dove addirittura diventa sempre più difficile pensare la bellezza.

Sarà una sciocchezza, ma mi ha colpito: al di là di ogni aspetto musicale l’ultimo festival di Sanremo era visivamente brutto. Io guardavo quella scenografia spettrale (eppur tanto elogiata) fatta di un mix di rosso e nero che avrei trovato adatto al più per un qualche festino diabolico e poi guardavo i cantanti e la conduttrice con quegli abiti (volutamente?) disarmonici e quei corpi e quei volti che anche per effetto del trucco sembravano per lo più pronti per una commedia sgangherata se non per un film dell’orrore e ripensando ai colori, ai vestiti, ai volti del festival di quando ero bambino mi chiedevo: non sarà che stiamo diventando incapaci di produrre bellezza? E poi ripensando proprio ad Avatar ancora mi chiedevo: non sarà che questo dipende, anche, dal fatto che stiamo tramutando il mondo da scenario di incomparabile splendore non costruito da noi e capace di suggerirci sempre nuove idee di bellezza in un nostro prodotto che in quanto tale non può più dirci nulla?

 

Però, al di là del fascino iniziale, l’idea proposta dal film di una limitazione del dominio e della distruzione della natura alla misura strettamente necessaria appare problematica.

Qual è la misura strettamente necessaria? Nel film l’impatto dei Na’vi sull’ambiente di Pandora è minimo ma si tratta di poche persone che vivono in un immensa foresta. Loro possono non praticare l’agricoltura ma molti miliardi degli uomini che popolano oggi il pianeta morirebbero in poco tempo se l’agricoltura fosse abbandonata.

Quindi noi dobbiamo cercare una misura che non può essere quella del film. E si tratta di una misura decisamente difficile da definire.

Per almeno due ragioni. La prima è che è difficile stabile che cosa ci è necessario. Per esempio: l’auto è necessaria? Non è essenziale alla sopravvivenza, però ci da vantaggi che ci appaiono decisamente importanti. Però ha un impatto forte sull’ambiente. E allora?

La seconda ragione che è che il nostro impatto sull’ambiente è molto complesso. Tanti sono gli elementi; alcuni anche sorprendenti. Solo da poco tempo ad esempio abbiamo compreso che i grandi allevamenti bovini sono più “pesanti” per l’ambiente di interi settori industriali.

Non ci sono soluzioni semplici. Tutti siamo chiamati a riflettere.

A partire comunque dalla tesi e dalla domanda che dobbiamo ricavare dal film: dominio e distruzione della natura devono essere nella misura strettamente necessaria, qual è tale misura?             

  

 Ennio Codini 

Lisdha News n 65, aprile-giugno 2010

18/12/2013