Home / RUBRICHE / Tra le righe / Articoli / Binari in più

Binari in più

Divampano i contrasti a proposito della Tav in Val di Susa. L’alternativa è davvero tra tutela dell’ambiente e sviluppo? Servono quei binari allo sviluppo del Paese?

Senza i valichi e i trafori ferroviari alpini avremmo avuto un’Italia migliore? Probabilmente no. Quei collegamenti sono stati essenziali per lo sviluppo economico. E un’Italia con meno sviluppo economico nel XX secolo non sarebbe stata un paese migliore.

Certo, se pensiamo a com’erano i territori prima che i binari trafiggessero il Sempione o passassero il Brennero, vediamo luoghi più belli ed anche probabilmente con un migliore equilibrio ambientale. Ma a far passare i binari c’è stato più guadagno che perdita; e poi, quanto alla bellezza, le ferrovie e le autostrade comunque hanno deturpato solo una piccola parte delle Alpi.

E i costi? Sì, certo, quelle opere sono costate molto; ma se consideriamo oggi quei costi vediamo che i benefici comunque li si misuri sono stati cento volte superiori.

E c’erano anche allora i contrari a queste cose. Il treno stesso al suo apparire aveva suscitato orrore in alcuni e inquietudine in molti, apparendo pericoloso e devastatore. Ma oggi non diciamo invece che è ecologico?

Alla fine nella loro storia per come noi oggi la vediamo finora, i binari hanno sì provocato danni e hanno anche specificamente rovinato alcuni territori particolari, ma molto maggiori benefici hanno apportato ai popoli d’Europa sicché si può dire che lo svantaggio di alcuni è stato causa di un vantaggio e non piccolo per molti.

E allora perché mai dovremmo dubitare della bontà dell’idea di realizzare una nuova linea ad alta velocità e ad alta capacità in Val di Susa? Non è semplicemente questo un frammento di quell’andare avanti della storia verso un maggiore progresso? Oltretutto, non si dice forse che persino localmente lì nella valle vi sarebbero benefici andando i treni merci sulla nuova linea a sostituire i ben più inquinanti tir? Non è stata questa ad esempio la politica sviluppata in Svizzera negli ultimi decenni con il consenso di tutti? Sostituire i tir con i treni.

Perché non dovremmo semplicemente liquidare le proteste in Val di Susa come un mix di pregiudizi locali – o comunque di localismo esasperato – e di quell’anarchismo latente che porta molti giovani e anche meno giovani a cercare ogni occasione per opporsi al potere?

E poi, non è già tutto deciso? E non è stato tutto deciso dopo lunghi negoziati? E non è forse vero che anche in democrazia c’è un tempo per decidere, ma c’è poi un tempo per fare le cose, senza fermarsi sempre a discutere di nuovo?

Oltretutto, in questo caso il vincolo della spesa è meno rilevante che in altri perché qui c’è pronto un ingente finanziamento europeo.

E tra l’altro quel finanziamento ci dice che della bontà dell’opera sono convinti non solo a Roma – dove, cosa rara in Italia, da tempo concordano sul punto la destra e quasi tutta la sinistra – ma anche a Bruxelles, dove non è che buttino i soldi dalla finestra (specie oggi e specie così tanti) solo per soddisfare capricci dei politici italiani. Dobbiamo immaginare che sbaglino tutti?

 

Ma poi mi chiedo: che cosa resta delle Alpi? Al tempo del traforo del Sempione o del valico del Brennero i luoghi dello spartiacque erano vasti spazi incontaminati e considerando il complesso di una catena in quota selvaggia quei binari erano uno sfregio sì, ma paragonabili al segno che può fare con un coltellino un turista sulle pietre della piramide di Cheope. Ma adesso, di tutta quella natura appena segnata dal tocco leggero degli alpeggi, che cosa è rimasto? Vado a Cervinia e vedo una città. Vado in Val Formazza e fatico a trovare luoghi dove non si veda un traliccio elettrico o il muro di una diga o una conduttura. E ovunque strade, dalle autostrade a quelle ordinarie sempre più larghe fino a quelle sterrate che trovi all’improvviso a squarciare il prato dove fino a poco prima passava un gentile sentiero. E poi cave – perché la gente deve pur lavorare. E poi piste da sci e impianti di risalita – perché il turismo è importante. Che cosa resta delle Alpi?

Non è forse vero che mentre ancora cent’anni fa sulle Alpi la natura selvaggia era un bene abbondante adesso è invece un bene sempre più raro? E se è più raro, non va forse valutato con più attenzione se vale la pena di sacrificarlo ulteriormente?

Però resta il fatto che il nostro sviluppo è sempre stato legato alle ferrovie e oggi la ferrovia appare anche un’alternativa ecologica al trasporto su strada. E allora, come si fa a dire no a un’opera che oltretutto viene presentata come importante su scala europea?

Ma poi penso alle discussioni di qualche decennio orsono a proposito del quinto centro siderurgico che si voleva realizzare a Gioia Tauro. Un investimento gigantesco per un impianto gigantesco che, si diceva, avrebbe arricchito il Sud e tutta l’economia nazionale. Poi non se n’è fatto nulla; e oggi diciamo che è stata una fortuna, perché non c’era più futuro per la siderurgia su quella scala in Italia; perché il legame dello sviluppo con l’acciaio si andava attenuando specie con riguardo allo sviluppo possibile in un paese come il nostro.

Perché penso a Gioia Tauro? Perché qualche tempo fa ho letto un’intervista a Bill Gates dove il nostro criticava la propensione di molte istituzioni europee a investire in nuove grandi infrastrutture per il trasporto merci. Ma per trasportare che cosa? - si chiedeva. I beni “nuovi” sui quali puntare per un ulteriore sviluppo specie in Occidente non hanno bisogno di questo – diceva Gates.

Ecco, nell’Italia di oggi i treni merci potrebbero essere come già da tempo è l’acciaio, qualche cosa di cui non c’è bisogno di averne molto di più, perché lo sviluppo possibile non ne ha bisogno.

Ma perché? In sintesi assistiamo ad una dematerializzazione dello sviluppo possibile e desiderabile. Si venderanno in futuro in Italia più libri e più giornali? Forse, molti ci sperano, ma se accadrà sicuramente i libri e i giornali in più non saranno di carta, saranno in formato elettronico e i libri e i giornali in tale formato, diversamente da quelli di carta, non viaggiano sui treni merci. Si venderanno in futuro in Italia più auto di quelle che si vendevano dieci anni fa? Speriamo di no. Si venderà in futuro più benzina? Speriamo di no. Avremo in futuro migliori cure per il cancro? Forse, molti ci sperano, ma se accadrà non serviranno per questo più treni merci. Avremo in futuro più cantieri edili? Speriamo di no. Avremo in futuro case più efficienti? Forse, molti ci sperano, ma se accadrà non serviranno per questo treni merci, come non serviranno treni merci per supportare un eventuale, possibile e auspicabile aumento delle comunicazione scritta a distanza che certo non avrà bisogno di più lettere da trasportare con i tir e i camion ma solo di migliori reti di trasmissione elettronica.

Qualche tempo fa ho comprato un nuovo televisore. Rispetto al mio vecchio quello nuovo aveva un peso e un ingombro pari a un quarto. Non solo. Il televisore l’ho comprato nel web: niente visita al negozio. Quindi: per portare nei magazzini la stessa quantità di televisori è sufficiente un quarto dei vagoni ferroviari o dei tir necessari dieci anni fa. Non solo: è sempre meno necessario costruire col cemento spazi commerciali (cosa per cui servono treni e tir) potendosi comprare on line spendendo meno.

E allora mi chiedo: considerato anche il fatto che la linea ferroviaria attuale in Val di Susa potrebbe consentire il trasporto di più merci di quante ne transitano ora, vale la pena di realizzare gigantesche opere per affiancagliene un’altra con maggiore capacità? Non sarebbero solo dei costosi e deturpanti binari in più? E non sarebbe un errore così clamoroso e drammatico da far dire che sì, abbiamo deciso, ma non è mai troppo tardi per ripensarci?

 

Poi però mi domando: ma come può il mio ragionamento essere giusto, se tante persone oneste, assennate e in generale più competenti di me in campo economico sostengono il contrario?

E così dubito dei miei dubbi temendo che qualche cosa mi sfugga.

Ma poi mi viene un sospetto. Qual è l’età di molti dei fautori della Tav? Sessanta, settant’anni. In che mondo sono cresciute queste persone? Nell’Italia del boom economico, quando sviluppo voleva dire più motorette, più utilitarie, più strade, case nuove nelle periferie delle città, più frigoriferi, più lavatrici, tutte cose per le quali ovviamente servivano più treni merci e più camion. Non sarà che semplicemente queste persone, pur oneste, assennate e competenti, pensano quasi istintivamente alla crescita economica con nella mente l’immagine di quello che c’è stato quand’erano giovani? Non sarà che, pur non potendo non vederla, sottovalutano la smaterializzazione dello sviluppo?

Dieci anni fa ero convinto che la Tav fosse necessaria. Oggi, dubito. 

Ennio Codini

Lisdha News n 73, aprile-giugno 2012

18/12/2013