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Fuga dal matrimonio

Sposarsi e vivere insieme per tutta la vita sta diventando esperienza di pochi. Si dice che le ragioni siano economiche. Ma forse lo scenario è più complesso e chiama in causa tutti noi.

Gli ultimi dati sono impressionanti. Ancora poco tempo fa a Milano si celebravano circa 6500 matrimoni l’anno, oggi si arriva a mala pena a 4mila. D’altra parte sempre a Milano i divorzi sono circa 1500 l’anno. Se aggiungiamo che per vari motivi non poche separazioni, pur definitive, non sono poi seguite da divorzio, abbiamo che a Milano un matrimonio su due di fatto si chiude con una rottura. Certo, Milano non è l’Italia, ma di norma in queste cose segnala bene la tendenza. E la tendenza è chiara: sempre più persone decidono di non sposarsi e molto spesso comunque il rapporto matrimoniale si conclude con una rottura. Si può ben parlare per la società nel suo complesso di una fuga dal matrimonio. Quel tipo di rapporto di coppia ‘per tutta la vita’ che ancora pochi anni or sono coinvolgeva quasi tutti gli adulti sta rapidamente diventando cosa per pochi.

Difficile vedere in questo un dato positivo. Le rotture – dei matrimoni come delle convivenze – sono quasi sempre accompagnate da sofferenza dei partner e, se ci sono, dei figli. D’altra parte, l’idea dell’amore ‘per sempre’ resta profondamente radicata nella nostra cultura.

E allora si discute dei possibili rimedi. Per quel che riguarda il calo dei matrimoni oggi va di moda una spiegazione economica: sposarsi costa – in particolare costa procurarsi un alloggio – e dunque in questi anni di difficoltà economiche… Segue di solito l’auspicio per interventi a favore delle giovani coppie: sgravi fiscali, contributi per l’acquisto della casa ecc.

La spiegazione non mi convince. In questi ultimi anni la situazione economica non è migliorata ma nemmeno peggiorata. D’altra parte, se guardiamo la storia del Novecento vediamo che l’economia ha avuto fasi di crescita ma anche periodi di stasi e anche di vero e proprio declino ma la gente ha continuato a sposarsi: non c’è mai stata, nemmeno nei momenti più difficili, una fuga dal matrimonio paragonabile a quella attuale.

Alcuni aggiungono: il problema è che chi si sposa vede ridursi il proprio livello di benessere per un complesso di difficoltà economiche e organizzative. Può essere vero in molti casi ma mi chiedo: non era così anche una volta? E poi: non è forse vero che il problema si pone anche per chi lascia i genitori per divenire single o convivente? E allora perché cresce il numero di chi sceglie di vivere solo o di convivere a scapito del numero dei matrimoni?

 

A mio parere c’è, sia per il non sposarsi che per la tendenza a ‘rompere’, una spiegazione di tipo economico, ma diversa: se guardiamo a che cosa è cambiato per la coppia tipo nel corso del Novecento e in questi ultimi anni vediamo che è costantemente cresciuto il tempo del lavoro a scapito del tempo della famiglia. Sovente i partner lavorano entrambi e a tempo pieno e sono anche pendolari. Risultato: escono di casa alle otto, se non prima, e rientrano dopo le sei di sera, non di rado dopo le sette. Considerato che bisogna anche dormire e che la televisione e oggi, sempre più spesso, la navigazione in internet, richiedono i ‘propri’ spazi, abbiamo che il tempo della relazione familiare nei giorni normali si riduce, se va bene, a un paio d’ore oltretutto segnate dalla fatica del risveglio e dalla stanchezza del fine giornata: difficile sviluppare legami forti e stabili in un simile contesto.

Pesano poi fattori culturali. Il matrimonio da qualche tempo non gode di una buona immagine. Da Ibsen a Bergman la letteratura e il cinema hanno fatto a gara a raccontare la vita della coppia coniugata come ‘inferno’ e lentamente i messaggi sono divenuti un sentire diffuso. E soprattutto è avvenuta una cosa strana: il racconto del male nel matrimonio è divenuto racconto del matrimonio come male. Ogni forma di convivenza umana così come la solitudine può essere un ‘inferno’, lo sappiamo, ma a proposito del matrimonio si è diffusa l’idea che il male sia intrinseco, legato alla struttura.

Ci sono stati, infine, cambiamenti più generali della nostra mentalità contrari al matrimonio. Il principale mi sembra questo: è mutato l’orizzonte temporale. Ancora pochi anni or sono era normale vivere avendo come riferimento la propria sorte nei decenni successivi se non addirittura il futuro dei propri figli. Per non parlare del riferimento alla vita eterna. Oggi le persone – e i giovani soprattutto – sovente vivono come se avessero davanti pochi anni di vita o addirittura vivono solo per il presente. E’ chiaro che in un simile contesto il matrimonio può risultare un corpo estraneo in quanto avventura di lungo periodo.

 

Ecco che allora la difesa del matrimonio si lega a scelte quotidiane che tra l’altro appaiono tali da migliorare più in generale la nostra vita e le prospettive future.

Dobbiamo dare il giusto peso all’esigenza di recuperare spazi per la relazione con gli altri esseri umani (al di fuori delle logiche economiche); in concreto dobbiamo essere attenti a tenere sotto controllo i tempi del lavoro e dello svago solitario che nel nostro mondo tendono ad espandersi ‘in automatico’.

Dobbiamo riscoprire e proporre ai nostri figli se non il riferimento alla vita eterna almeno quello all’intera presumibile durata della nostra vita terrena e in più un qualche senso di responsabilità per quelli che verranno dopo di noi. Questo appare essenziale non solo per il matrimonio ma in generale per la vita umana, perché guardare solo al presente o comunque al futuro prossimo può facilmente portare i singoli e l’umanità alla rovina.

C’è poi il problema specifico dell’immagine del matrimonio. Qui siamo chiamati tutti a uno sforzo intellettuale, ossia a mettere ordine in quel guazzabuglio di idee che vanno dal sogno dell’amore eterno alla percezione dei ‘legami’ come trappola per ridisegnare e proporre alle nuove generazioni i contorni di un matrimonio che valga la pena di vivere. C’è chi pensa che a riguardo siano importanti le leggi; ma io credo che in questo momento non ci sia tanto bisogno di nuovi leggi quanto appunto di un ripensamento della vita da parte di ognuno. 

Ennio Codini

Lisdha news 56 - gennaio 2008

29/10/2014