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Guerra tra poveri

Davanti a tante richieste d’aiuto c’è in chi ha bisogno la tentazione di dire no, di dire che ci sono già quelli come lui che non vanno trascurati per occuparsi di altri. E’ un modo di pensare naturale, ma è anche ragionevole?

Tor Sapienza, quartiere povero di Roma, novembre 2014. Gruppi di abitanti esasperati dalla miseria decidono di protestare. Contro chi? Contro i padroni, seguendo l’indicazione di Marx per la lotta di classe? No. Contro il Comune, seguendo l’idea che lo Stato sociale dovrebbe garantire a tutti una vita decente? No. Attaccano un centro per rifugiati che ospita una cinquantina di ragazzi africani più sfortunati di loro.

Guerra tra poveri. Solo un episodio singolare? No, un episodio emblematico. Da tempo in Italia il bersaglio dei poveri sono altri poveri: non solo i rifugiati, ma anche i rom per esempio. Ci sono fatti eclatanti come quello di Tor Sapienza, dove i poveri attaccano i loro “nemici” con sassi e bastoni. Ma c’è anche una più diffusa ostilità pronta a trovare sfogo nel voto per chi promette di cacciare i rom o di bloccare i barconi dei profughi.

Perché? Non è difficile trovare una spiegazione. Gli “altri” poveri appaiono dei nemici perché possono portar via il poco lavoro che c’è, e perché assorbono le poche, già insufficienti risorse dello Stato sociale.

Persino un disabile può vedere in un rifugiato un nemico nel momento in cui scopre che per mantenere quel rifugiato lo Stato spende più di trenta euro al giorno mentre a lui che è italiano e disabile arriva di meno.

                       

Davanti a questo scenario drammatico ci vuole lucidità. Anzitutto, dobbiamo dircelo con franchezza: il nostro non è uno Stato decente. Perché i vecchi se lo ricordano: quando nell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta – che aveva molte meno risorse di quella di oggi – arrivarono dal sud a centinaia di migliaia i “terroni” in cerca di fortuna, i democristiani dell’epoca – che erano spesso maneggioni e mangioni, ma avvertivano di avere dei doveri sul piano della giustizia – misero in campo un formidabile piano di edilizia popolare che riuscì a dare una a casa a tutti. Oggi vediamo gli errori che furono commessi allora – quel costruire giganteschi quartieri solo per i poveri destinati a diventare squallidi – ma non possiamo non ammirare quello sforzo. E oggi? C’è qualcuno nelle istituzioni che ha il coraggio anche solo di annunciare iniziative per dare una casa a tutti? Davanti all’infinito numero di famiglie italiane e straniere in attesa nelle liste per l’assegnazione dei pochissimi alloggi disponibili, c’è un qualche governante che ha il coraggio di dire che non si può andare avanti così, che bisogna definire piani adeguati per farla finita con questa vergogna?

 

Poi, certo, bisogna fare i conti con i limiti delle risorse. Però, dobbiamo anche saper vedere gli sprechi evidenti. Lo Stato spende più di trenta euro al giorno per mantenere per mesi richiedenti asilo e rifugiati. Bene, perché non ci chiediamo se è proprio necessario spendere tutti questi soldi per strutture di accoglienza di vario tipo (gli stranieri non vedono un euro)? Facciamo un gioco facile facile: proviamo ad immaginare quanti di quelli che finiscono nelle strutture preferirebbero ricevere loro, direttamente, venti euro al giorno; proviamo anche ad immaginare quanti stranieri preferirebbero vivere in una famiglia che ricevesse venti euro al giorno per ospitarli, invece che in una struttura di accoglienza. Si potrebbe quasi dimezzare la spesa con risultati migliori. (Certo, alcune strutture sarebbero necessarie, perché c’è chi ad esempio arriva dopo traumi tali da rendere almeno per qualche tempo impossibile una vita senza vera e propria assistenza, ma quanti invece vivrebbero meglio, si inserirebbero meglio cavandosela da sé o ospitati in famiglie?).

 

Dette queste cose, resta il fatto che in una qualche misura in ogni società, specialmente se i poveri sono molti, e la nostra è una società destinata ad avere molti poveri, è difficile dare a tutti le opportunità e le forme di assistenza che possono apparire “giuste”, “conformi ai diritti”.

Ma non è lottando poveri contro poveri che si può migliorare la situazione. Guardiamo al mondo attorno a noi: dove vediamo ad esempio un maggior rispetto dei diritti dei disabili? Guarda a caso, dove anche i disoccupati sono trattati meglio e dove meglio sono accolti i rifugiati.

Perché da questo punto di vista le istituzioni sono come le persone. Chi tra noi è accogliente o anche solo rispettoso del povero, lo è più o meno allo stesso modo nei confronti dello straniero o  del rom o del malato di mente. E lo stesso vale per le istituzioni, esiste una logica. Non casualmente, per fare un esempio estremo, il nazismo concepì il disegno di eliminare insieme disabili, ebrei e zingari: perché per motivi diversi non erano i più funzionali allo sviluppo e allora dovevano morire. I bambini erano invitati scuola a calcolare quanto costava un malato di mente e a valutare quante cose più utili si sarebbero potute fare investendo quelle risorse a favore dei sani. Ogni mondo deve avere una sua coerenza: o si accettano e si aiutano anche coloro che appaiono non, o comunque meno funzionali – poveri, malati, fuggiaschi, nomadi – oppure no.

Perché c’è chi non vuole i profughi? Perché per lo meno per mesi, ma a volte anche per anni sono un costo, perché a volte sono, anche al di là di questo, problematici se non fastidiosi. Ma non è forse questo genericamente il ritratto della persona in difficoltà? Non potrebbe valere ad esempio in qualche modo anche per parecchi disabili almeno in alcuni momenti della loro vita?

Riflettano coloro che sono (in vario modo, per le più varie ragioni) poveri prima di dire che qualche altro povero diverso da loro deve andarsene, si chiedano almeno se così dicendo non propongono una logica destinata prima o poi a valere anche contro di loro, non lavorano per un mondo nel quale non ci sarà posto neanche per loro.

Riflettano, così da non trovarsi a subire una sorta di maledizione che si potrebbe raccontare così, parafrasando un celebre aforisma di  Bertold Brecht:

Dissero di no agli zingari, e io che non ero zingaro e avevo bisogno d’aiuto fui d’accordo, perché pensai che così avrebbero dato qualcosa a me. Poi dissero di no ai profughi, e io che non ero profugo e avevo bisogno d’aiuto fui d’accordo, perché pensai che così avrebbero dato qualcosa a me. Poi dissero di no ai malati di mente, e io che non ero malato di mente e avevo bisogno d’aiuto fui d’accordo, perché pensai che così avrebbero dato qualcosa a me. Poi, finalmente, chiesi io d’avere aiuto. Ma mi guardarono e mi dissero: «Ma che vuoi? Ma non hai capito? Noi non aiutiamo».

13/07/2015