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I bes e la nuova circolare. Verso un abbandono dei piani personalizzati?

Una recente circolare definisce non più necessario il ricorso al piano personalizzato per gli studenti con bisogni educativi speciali. Come si spiega tale inversione di tendenza? E come dovranno le scuole rispondere ad essa?

I piani personalizzati hanno «appesantito l’attività scolastica». Non c’è «la necessità di ricorrere a documenti che attestino la problematicità del “caso”» ossia si «di redigere Piani Didattici Personalizzati».

Questo è quanto si legge in una circolare del 17 maggio scorso. Affermazioni decisamente perentorie. E che possono sorprendere se si pensa che in questi anni il ministero ha spinto le scuole nella direzione opposta, ossia quella di redigere un piano personalizzato ogni qual volta vi sia un bisogno educativo speciale, usando l’acronimo correte: BES.

La circolare suona perciò come una sorta di contrordine. Abbiamo esagerato, sembra dire il ministero, è tempo di fare marcia indietro.

Sulla carta questa circolare potrebbe avere effetti notevoli. L’obbligo di predisporre un piano personalizzato è previsto dalla legge solo nel caso degli studenti certificati come disabili. Già nel caso di quelli con  disturbi specifici di apprendimento, ovvero DSA, la legge n. 170 del 2010 parla di una didattica personalizzata ma non espressamente di piani; solo nelle relative “linee guida” si parla di piano personalizzato peraltro definendone l’adozione una mera possibilità. Quanto poi agli altri studenti con particolari problemi scolastici – di apprendimento, comportamentali ecc. – finora si è fatto ricorso ai piani personalizzati semplicemente su indicazione del ministero.

E adesso? Non si tratta di una questione da poco. Anche in termini quantitativi. Se consideriamo la composizione delle classi nella scuola italiana vediamo di regola non più di un disabile certificato e invece anche due o più studenti con DSA o con altri bisogni educativi speciali. Tutti quanti con il loro piano personalizzato. E il prossimo anno che succederà? Saranno solo i disabili certificati ad avere un piano?

Ma che cosa ha condotto al contrordine ministeriale? E che cosa è in gioco nella sostanza?

Gli insegnanti incontrano senza dubbio difficoltà nell’elaborazione di tutti questi piani personalizzati, specie quando non si tratta di un disabile certificato e dunque non c’è il docente di sostegno a farsi carico in primis del lavoro.

Significativamente in questi anni vi è stata nella scuole la ricerca affannosa di “modelli” preconfezionati. Sembra un paradosso, trattandosi di una didattica personalizzata. Ma è stato proprio così; e il modello spesso non è stato pensato come mero schema di massima bensì come un piano quasi pronto con solo da “crocettare” qua e là scegliendo tra opzioni predefinite. Ma anche così resta la fatica di docenti ai quali già in generale in questi anni si chiede sempre di più in termini di predisposizione di documenti, progetti, piani ecc. col rischio di sottrarre risorse alla didattica di base. E poi oltretutto spingersi lungo la via del piano preconfezionato è per definizione impossibile oltre una certa soglia se si tratta di personalizzare: il ricorso a un modello non può esimere i docenti dallo studio del caso, né può superare la necessità spesso di definire molte indicazioni didattiche ad hoc.

Alla difficoltà degli insegnanti nel far fronte all’adozione di molteplici piani personalizzati si riferisce la circolare quando considera tali piani causa di appesantimento dell’attività scolastica.

Nella circolare si accenna poi a un’altra ragione che giustificherebbe una marcia indietro rispetto al moltiplicarsi dei piani personalizzati: il fatto che tali piani per loro natura contribuiscono a rendere la persona agli occhi di tutti “diversa”. Vecchia questione, anche il docente di sostegno del resto può non essere gradito perché evoca con la sua presenza la “diversità” dello studente.

C’è infine una terza pensabile ragione del contrordine ministeriale, cui non si fa riferimento nella circolare ma è facilmente immaginabile. E cioè che col piano personalizzato la scuola si autolimita, indica misure, modalità, criteri ecc. che poi deve concretizzare-rispettare. Ovvio. Ma anche pericoloso. Perché poi se gli insegnanti non seguono il piano e bocciano i genitori possono fare ricorso e vincere. E in concreto accade che il piano non sia seguito. Perché ci sono docenti che, anche a causa di una partecipazione poco attenta al procedimento di formazione, poi le previsioni del piano se le dimenticano. E perché è talora difficile e faticoso lezione dopo lezione e verifica e dopo verifica effettivamente rispettare le indicazioni del piano.

Ma detto tutto questo, qual è per le scuole il modo giusto di porsi davanti al contrordine ministeriale? Farla finita con i piani personalizzati salvo i casi di obbligo di legge?

Si tratta di scegliere. La circolare è esplicita sul punto: se non c’è obbligo di legge, non c’è la necessità di fare ricorso ai piani personalizzati, e ci sono secondo il ministero buone ragioni per non farlo, però la decisione è rimessa alle scuole.

Ma le ragioni di cui sopra sono davvero tali da spingere a un abbandono dei piani personalizzati?

Come è chiaro, e come viene più volte ribadito nella circolare, non è in discussione il fatto che la didattica debba essere personalizzata in caso di BES. Si discute solo dell’opportunità di basare nei singoli casi concreti tale didattica su un specifico piano personalizzato.

Ma se le cose stanno così, allora ha poco senso rinunciare all’adozione del piano per evitare di  rendere la persona “diversa” agli occhi degli altri. Se si considera l’esperienza concreta poniamo di un ragazzo dislessico nella scuola, si vede bene che la sua “diversità” agli occhi di insegnanti e compagni emerge quando è dispensato da certe attività o quando le sue verifiche sono diverse da quelle degli altri, non in relazione al documento-piano in quanto tale. E’ la personalizzazione ad essere eventualmente problematica, non il relativo documento.

Ma ha poco senso anche rinunciare all’adozione del piano per non appesantire l’attività scolastica. Perché la fatica che a ciò si lega non riguarda certo il procedimento (delibera del consiglio di classe, firme e simili), bensì la sostanza di un lavoro di personalizzazione che richiede osservazione del caso, discussione, confronto con la famiglia e con i servizi che eventualmente seguono il ragazzo e infine l’elaborazione di un mix organico di misure, modalità, criteri ecc.   Ma se tutto questo comunque deve essere fatto, che senso ha eliminare il documento?

Quanto, infine, al rapporto tra piani personalizzati e possibilità di ricorso, il problema è reale, ma la risposta non può essere l’abbandono dei piani! Tornare all’indefinitezza solo perché a mettere le cose in chiaro poi bisogna fare sul serio sarebbe avvilente.

L’impressione però a questo punto, ripensandosi all’enfasi della circolare sulla pesantezza del ricorso ai piani, è che si ipotizzi un abbandono in molti casi dei piani proprio per avere una minor definizione del progetto di didattica personalizzata. Ciò non solo e non tanto per la questione dei ricorsi, ma per semplificare il lavoro di personalizzazione, così duro col suo richiedere, come si è ricordato, osservazione del caso, discussione, confronto con la famiglia e con i servizi e infine l’elaborazione di un mix organico di misure, modalità, criteri ecc.

Avremmo certo allora così meno pesantezza.  Ma è questo ciò di cui c’è bisogno oggi nella scuola a fronte dei tanti alunni con bisogni educativi speciali?

C’è stata e c’è una fatica delle scuole nel definire e attuare i piani personalizzati. Ma c’è stato e c’è anche un grande impegno a livello di studio e di confronto. E si può riscontrare anche un seppur lento crescere delle competenze di tutti i docenti legato proprio anche al lavoro che richiedono i piani.

Rinunciare ai piani personalizzati, salvo che nei casi di obbligo di legge, significherebbe in sostanza rinunciare a tale impegno e ai suoi frutti.

C’è poi certo anche il caso sopra citato del docente che si dimentica delle previsioni del piano. Ma lavorerebbe meglio quel docente, sarebbe più attento alle esigenze degli studenti con bisogni educativi speciali, se per loro un piano non ci fosse?

Si auspica perciò che le scuole, consapevoli del valore dei piani, e prima ancora del valore del lavoro legato alla loro elaborazione continuino ad avvalersene come essenziale elemento di una strategia di personalizzazione dell’istruzione.

24/06/2018