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In Lombardia taglio dei contributi per l'assistenza ai non autosufficienti

Nel 2017 in Lombardia molti non autosufficienti si sono visti tagliare i contributi per l’assistenza. La vicenda induce a diverse considerazioni su diritti e risorse e sulle responsabilità di politici e amministratori

Fino al 2016 in Lombardia le persone colpite da alcune patologie gravissime beneficiavano di un assegno di cura regionale di mille euro mensili più un bonus assistenziale del comune che poteva raggiungere gli ottocento euro. Ma nel 2017 la Regione ha escluso la possibilità di aggiungere all’assegno il bonus, e così per quelle persone la situazione è decisamente peggiorata. La Regione ha spiegato la cosa con la scelta del Governo di ampliare l’ambito delle patologie che danno diritto al contributo – includendo ad esempio le demenze – senza però adeguare le risorse del relativo fondo nazionale.

Una vicenda come questa può indurre a molte riflessioni. La prima, più banale, è che spesso riconoscere diritti significa in realtà ridurre la tutela. Noi a volte ci facciamo prendere dall’idea che riconoscere diritti sia la soluzione, trascurando il fatto che invece possono sorgere poi tensioni di vario tipo: in questo caso ad esempio, aumentando i beneficiari dell’aiuto l’amministrazione si è trovata ad avere meno risorse per ciascuno di essi.

La vicenda poi mostra bene la nostra povertà di risorse. I bisogni di assistenza crescono per varie ragioni, ci vorrebbero più risorse, ma non ci sono. Fino a qualche anno fa le risorse crescevano perché, per dirla nel modo più semplice, c’erano più giovani e si sviluppavano sempre nuovi modi per accrescere la produttività del loro lavoro. Così l’Italia era sempre più ricca e c’era perciò la speranza di riuscire a soddisfare adeguatamente i bisogni, anche quelli di assistenza. Ma oggi lo scenario è del tutto diverso: per varie ragioni è già motivo di soddisfazione se l’Italia non si impoverisce. In questi anni per molti bisogni di assistenza si è approfittato dei flussi di donne straniere disponibili a svolgere lavoro di cura per poco. E questo ci dice bene quanto ci siamo impoveriti.

Davanti a tale scenario, che non pare al momento modificabile, credo che politici e amministratori dovrebbero avere anzitutto il coraggio della verità. Evitare promesse ingannevoli, evitare anche il silenzio, evitare poi quell’aria soddisfatta che spesso vediamo sui loro volti, e dire invece la verità: che siamo relativamente poveri, che non ci sono le risorse per rispondere adeguatamente a tutti i bisogni, non ce la facciamo. Dire la verità non risolve i problemi, ma crea le condizioni di base per fare poi tutti insieme quel che si può nel modo migliore.

Accanto a quello della verità, l’inadeguatezza delle risorse per l’assistenza richiama poi il tema della responsabilità. Quando lo Stato, la Regione o il Comune dicono di non avere fondi per soddisfare un certo bisogno, chi ha quel bisogno, specie se la situazione è davvero drammatica come nel caso  di chi ha bisogno di continua assistenza, replica sempre più o meno, e così è avvenuto anche nella vicenda da cui siamo partiti: «Ma è mai possibile che con tutte le risorse che si sono nei bilanci non si trovino fondi per noi?». E in linea di principio chi parla così ha sempre ragione. Perché è chiaro: da qualche parte fondi sufficienti ci sono. Ma il punto è che se le risorse sono scarse dare significa togliere: posso dare le risorse che servono per l’assistenza dei non autosufficienti ma devo toglierle poniamo al fondo per sostenere l’imprenditorialità giovanile o a quello per la realizzazione di nuove linee della metropolitana.

Ecco allora la grande questione della responsabilità. Politici e amministratori dovrebbero assumersi davanti ai cittadini con chiarezza le proprie responsabilità (i cittadini dovrebbero pretenderlo, prima di ogni altra cosa!): «Diciamo di no a questa esigenza perché preferiamo dire di sì a quell’altra».

Anche questo, come il dire la verità sulle risorse insufficienti, di per sé non risolve i problemi, ma è un necessario punto di partenza, specie in una democrazia, per poi fare nel tempo per quanto possibile le scelte più giuste.

Verità. Responsabilità. C’è poi ancora un’altra riflessione che la vicenda mi induce a fare. Al di là dei discorsi di carattere generale sulla ricchezza generale che non cresce, spesso in queste vicende vediamo famiglie in difficoltà anche perché negli ultimi anni si sono impoverite; e questo è un problema nel problema. Qualcuno potrebbe liquidare la cosa dicendo che è ovvio che se non c’è nel complesso crescita della ricchezza qualcuno si arricchisce e qualcuno si impoverisce. E’ la vita!  Ma sarebbe una risposta troppo banale. Quello che abbiamo visto in questi anni nel nostro Paese è stato l’impoverirsi di decine di milioni di persone, mentre alcuni milioni di italiani sono diventate invece assai più ricchi.  Dentro un contesto statico abbiamo visto insomma la ricchezza sempre più concentrarsi in relativamente poche mani. Così sempre più gente si è trovata a dover chiedere sempre più aiuto allo Stato per far fronte a situazioni drammatiche. Perché è chiaro: la ricchezza può anche concentrarsi in poche mani, ma i bisogni di aiuto restano ben distribuiti.

E’ uno scenario drammatico, che troviamo in verità in Italia come in molti altri paesi dalla Germania agli Stati Uniti. Il popolo deve pretendere da governanti e amministratori nuove, più efficaci politiche ridistributive della ricchezza e delle opportunità. Sappiamo bene quante trappole si nascondono nei progetti ridistributivi, ma qualcosa deve essere fatto se non si vuole che la situazione diventi insostenibile.     

02/10/2017