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Ius soli: tanto rumore per nulla?

Dopo il naufragio del progetto di riforma basato sullo ius soli, è tempo di guardare oltre per una buona riforma della cittadinanza

Negli ultimi mesi si è molto discusso di una riforma della cittadinanza ispirata al criterio dello ius soli, cioè all’idea che l’acquisto si leghi alla nascita nel territorio anche quando i genitori sono stranieri. Il relativo progetto però non è stato approvato prima dello scioglimento delle camere. Questione chiusa?

L’idea di introdurre lo ius soli ha suscitato e suscita forti passioni a favore e contro. Con lo ius soli, si dice, i figli degli immigrati nati in Italia avrebbero “i diritti” ed entrerebbero a far parte a pieno titolo della comunità. Per i favorevoli questa sarebbe una conquista di civiltà, per i contrari invece si tratterebbe di un errore. Ancora una volta la solita contrapposizione. Da un lato i “buonisti”, per i quali la parola d’ordine è accoglienza. Dall’altro coloro che invece dicono di voler difendere anzitutto gli interessi degli italiani, che non sono poi sempre così cattivi come gli avversari li dipingono, tra loro ci sono molti poveri, molti disabili anche, che si sentono abbandonati e guardano con comprensibile sconcerto all’affannarsi di alcuni politici e intellettuali per dare diritti agli immigrati e ai loro figli.

Ma dobbiamo essere lucidi. La prima cosa da sapere è che già con la legge in vigore gli immigrati e i loro figli stanno acquisendo la cittadinanza italiana. Sono ormai ogni anno centinaia di migliaia gli stranieri che diventano italiani. Chi vuole – e sono la maggior parte – alla cittadinanza ci arriva. La legge attuale non ferma nemmeno i temuti integralisti islamici.

La seconda cosa da sapere è che ai bambini figli di immigrati i diritti sono già in generale riconosciuti. Scuola, cure mediche, assistenza… Secondo la Costituzione questi bambini e ragazzi vanno equiparati ai coetanei italiani. Può succedere che ci siano discriminazioni, ma sono di regola illegittime (e non basta certo avere la cittadinanza per essere al riparo da discriminazioni illegittime). E poi quasi sempre le discriminazioni colpiscono quelli che sono qui da poco e che comunque non potrebbero beneficiare di un acquisto iure soli come quello del progetto di cui si è discusso previsto solo per i figli degli stranieri con diritto al soggiorno permanente.

Tanto rumore per nulla allora? Sì e no. Non si tratta di riconoscere diritti ai bambini e ai ragazzi. Non si tratta di dare la cittadinanza a persone che altrimenti non l’otterrebbero.  Non si tratta nemmeno di frenare o incentivare i flussi migratori. Qualcuno l’ha sostenuto nell’ardore della polemica, ma come si fa a pensare che un sedicenne africano decida di mettersi marcia verso l’Italia perché attratto dall’idea che i figli che dovesse avere una volta ottenuto il diritto al soggiorno permanente nascerebbero italiani?

Però abbiamo bisogno di una riforma della cittadinanza. Tutti noi ne abbiamo bisogno: cittadini, immigrati, figli di immigrati. Perché la cittadinanza si lega strettamente all’integrazione. E nell’Italia di oggi non è che le cose a questo proposito vadano nel migliore dei modi, ci sono invece e ci saranno difficoltà, anche perché abbiamo vissuto e viviamo un’immigrazione di persone che vengono da paesi spesso molto diversi dal nostro. Molti immigrati non hanno mai conosciuto la democrazia come noi la intendiamo (vale per i cinesi come anche per parecchi africani e arabi). Molti immigrati vengono da paesi dove la tradizione religiosa è molto diversa dalla nostra (si pensi ai tanti che arrivano da paesi dove l’Islam è la fede prevalente). E questo incide anche sul contesto nel quale crescono i loro figli. Ecco che allora una buona legge sulla cittadinanza dovrebbe favorire l’integrazione, valorizzare quanto di buono già si fa a riguardo, promuovere ulteriori iniziative. Invece la legge in vigore dice semplicemente agli immigrati e ai loro figli nati qui: «Aspettate, che infine poi ve la daremo questa cittadinanza». Agli immigrati si chiede di attendere, se extracomunitari, almeno dieci anni per fare domanda e poi attendere ancora l’esito di un procedimento che può durare anche tre o quattro anni. Ai loro figli nati qui si chiede di attendere fino alla maggiore età per poi fare domanda. Ma che senso ha una legge che propone la semplice attesa? Che non valorizza nulla, che non promuove nulla?

Nel progetto di riforma che non è stato approvato, accanto allo ius soli che ha catalizzato l’attenzione c’era una buona idea quanto al valorizzare, quella di legare l’acquisto della cittadinanza per i figli degli immigrati nati in Italia o giunti a seguito di ricongiungimento alla frequenza scolastica. In effetti già in passato si è chiesto alla nostra scuola di “fare gli italiani”, dopo l’unità, quando eravamo sì tutti dal Piemonte alla Sicilia italiani ma drammaticamente diversi per cultura.  E’ oggi è anzitutto sulla scuola che possiamo e dobbiamo puntare per l’integrazione delle nuove generazioni. Ecco che allora legare l’acquisto della cittadinanza da parte dei figli degli immigrati alla frequenza scolastica con magari addirittura un conferimento nella scuola potrebbe valorizzare quanto nella scuola già si fa per l’integrazione e promuovere ulteriori sviluppi.

Ma anche l’acquisto della cittadinanza da parte degli immigrati adulti dovrebbe essere riconsiderato valorizzando specificamente azioni dello straniero nell’ottica dell’integrazione e introducendo elementi capaci di promuoverla. Per fare un esempio: non è difficile immaginare che dando rilievo alla frequenza di corsi di educazione civica si promuoverebbero occasioni importanti per mettere in relazione l’immigrato con le regole e i valori propri della comunità.

Si dovrà quindi in futuro, al di là delle polemiche sullo ius soli, riaprire un serio dibattito in vista di una riforma della disciplina della cittadinanza.            

17/01/2018