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La Cina e noi

Con il suo impetuoso sviluppo economico la Cina incomincia davvero a fare paura. Interi settori produttivi sembrano destinati a soccombere. Pare di essere all’inizio di un declino inarrestabile. Ci sono vie ragionevoli per reggere la competizione del nuovo gigante?

Compri una maglia? E’ cinese. Un trapano? Cinese anche quello.

Mentre scrivo queste pagine molti genitori (io compreso) stanno acquistando quel che serve ai figli per iniziare l’anno scolastico. Borse, astucci, pennarelli… Bene: quasi tutto è made in China.

D’altra parte, una delle notizie importanti d’agosto è stata che il prodotto interno lordo cinese ha superato quello giapponese.

Per un’amplissima gamma di prodotti la Cina è ormai la fabbrica del mondo.

 

Loro producono. Noi compriamo. Potrebbe sembrare un’ottima (per noi) divisione del lavoro. Ma è chiaro che non può essere così. Loro producono. Bene: e noi che cosa produciamo? E soprattutto: che cosa produrremo visto che loro producono sempre meglio e sempre di più sottraendoci ogni giorno spazi commerciali? Ogni anno il Pil cinese cresce del 10% e in quel dieci per certo in più ci sono molte merci che altrimenti avremmo prodotto noi (basti pensare a quel che sta succedendo nel settore del tessile e delle calzature).

 

E poi c’è l’India. Se ne parla meno, ma anche l’India cresce a un ritmo di poco inferiore al 10% (il che, si noti, significa che ogni 6-7 anni l’economia raddoppia). In India si producono sempre più merci e poi sempre più servizi che si tratti di call center o di elaborazione dati per le banche o le assicurazioni. L’americano telefona per avere chiarimenti su come funziona l’aggeggio elettronico (magari ancora con marchio Usa) che ha appena comprato e dall’India un indiano (in perfetto inglese) gli risponde.

In proposito ha visto quest’estate una notizia che può aggiungere preoccupazione a preoccupazione: un gruppo indiano che gestisce call center sta cercando personale per una grande espansione e lo sta cercando negli Usa perché prevede che nei prossimi anni i lavoratori americani del settore costeranno meno di quelli indiani! Terribile: i giovani occidentali starebbero diventando dei poveretti buoni per lavorare per gli indiani a condizioni inaccettabili per un lavoratore indiano.

A questo punto mi viene in mente la triste profezia di un professore universitario appena diventato nonno: “Vedo mio nipote e penso che magari da grande gli toccherà emigrare in Cina o in India a fare il cameriere nelle case dei nuovi ricchi”.

 

Certo, le previsioni fatte sulla base delle tendenze in atto possono rivelarsi errate. I lettori con almeno quarant’anni ricorderanno probabilmente i tempi in cui si vedeva crescere l’economia giapponese e si contavano gli anni mancanti al sorpasso dell’economia Usa che avrebbe reso il Giappone la prima potenza economica del pianeta. Poi la crescita del Giappone si è bloccata ed è addirittura iniziata in quel paese una lunghissima fase recessiva che continua tuttora.

Tuttavia al momento non ci sono ragioni forti per pensare che la crescita di Cina e India rallenterà nei prossimi anni. Anche la crisi in atto che tanto ha pesato e sta pesando sull’economia europea e su quella Usa non ha praticamente avuto impatto sull’economia cinese e quella indiana che hanno continuato anzi a crescere come se la crisi non ci fosse. Certo, la Cina pagherà per il micidiale squilibrio demografico determinato dal vincolo del figlio unico, ma fra vent’anni! Almeno fino ad allora è ragionevole pensare che l’economia cinese e quella indiana continueranno a crescere più o meno sui ritmi attuali.

 

E allora resta, angosciosa, la domanda: che cosa produrremo noi?

C’è chi dice: riduciamo il costo del lavoro e così resteremo competitivi.

Potrebbe funzionare: se il datore di lavoro paga meno il dipendente e/o paga meno tasse può vendere a prezzi più bassi e quindi difendersi meglio da una concorrenza come quella delle merci cinesi che fa del prezzo basso il fattore chiave del successo.

Sì, potrebbe funzionare. Però il prezzo sarebbe terribile: vorrebbe dire imporre ai figli una condizione economica peggiore di quella dei loro padri essendo il reddito minore e, o più ridotti servizi pubblici (in conseguenza del minore prelievo fiscale).

Può una società ragionevolmente accettare un simile prezzo per mantenere i livelli produttivi?

 

E allora? E allora ci sono solo due risposte ragionevoli, non alternative tra loro, alla domanda “Che cosa produrremo?”

La prima. Potremo produrre come e più di oggi quello che “loro” (i cinesi, gli indiani e gli altri emergenti) non possono produrre.

Quando sono all’estero ad esempio trovo quasi sempre radicata nella mente dei miei interlocutori stranieri l’idea che il cibo italiano sia il migliore in assoluto. Poi magari ne consumano poco perché è caro, perché è difficile da trovare, perché non sanno bene come cucinarlo… Però è impressionante il mercato potenziale che sembra delinearsi. Di certi prodotti alimentari sembra che se riuscissimo, mantenendo la qualità, a produrne il doppio o il triplo rapportandoci bene con il mercato potremmo vendere tutto comunque. Ma è solo un esempio tra i tanti possibili. In anni recenti l’Italia è stata al top della produzione nei settori più diversi dai materiali sintetici al cinema. E’ ragionevole pensare che abbiamo perso in poco tempo ogni possibilità di essere i migliori i questi campi? E quale sarebbe la tara misteriosa e irredimibile colpevole di un simile tracollo? O non è invece più ragionevole pensare che il potenziale ancora ci sia, solo bloccato da fattori individuabili e contrastabili?

 

La seconda risposta è forse anche più banale della prima. Potremo produrre anche quello che pure i cinesi producono purché con costi più bassi.

Qualcuno a questo punto dirà: “Ma come? Se non si riduce il costo del lavoro non si può produrre a costi più bassi”.

E invece è possibile. Qualcuno ricorderà la Balilla, la vecchia mitica auto di prima della guerra. Una banale utilitaria, eppure in termini reali costava molto di più di un’utilitaria attuale. Perché si pagavano salari più elevati o tasse più alte che oggi? No, al contrario, il costo del lavoro era decisamente più basso. E allora perché costava di più?

La parola magica è “produttività”. Dietro una Balilla c’erano molte, molte più ore di lavoro di quelle che ci sono oggi dietro una Panda. Ecco: è possibile ridurre i prezzi senza ridurre i salari (anzi mari addirittura accrescendoli) se il lavoratore riesce a produrre di più. E’ il segreto dell’industria tedesca, che pare reggere la concorrenza molto meglio della nostra: forse che in Germania il costo del lavoro di un metalmeccanico è più basso che da noi? No, è più alto. Eppure le loro Audi e le loro Bmw reggono bene la concorrenza. Il segreto è che i lavoratori tedeschi nel tempo in cui in Cina riescono a fare un’auto ne fanno due, tre, quattro… e migliori.

 

Ma ce la faremo? Difficile dare una risposta. Più facile forse dire che cosa ci manca per farcela. Fondamentalmente due cose (fortemente legate tra loro): motivazione e competenza.

Molti, troppi dei nostri giovani sognano di lavorare da Mc Donald's perché pensano a un lavoro poco impegnativo oppure sognano di aver successo con qualche “furbata” (farsi selezionale per il Grande fratello, farsi amico qualche politico e cose del genere).

E’ necessario invece, ed è una sfida per tutta la società, riscoprire il fascino del successo legato al fare bene cose buone e difficili (il che presuppone, ovviamente, anche la fatica che costa diventare e restare competenti).

Ma non bastano gli auspici. Bisogna creare le condizioni. Un esempio banale: se abbandono il canale dove c’è un furbo che punta aver successo recitando sé stesso con faccia simpatica e scelgo quello dove c’è un attore che sta cercando di comunicarmi qualcosa di importante faccio solo il mio bene? No: premio la qualità, dico concretamente che vale la pena di impegnarsi per fare bene cose buone e difficili. E dicendo così creo le condizioni perché altri si impegnino per essere bravi attori (magari anche quel furbo che punta ad aver successo recitando sé stesso con faccia simpatica).   

Ennio Codini

Lisdha News n 67, ottobre-dicembre 2010

18/12/2013