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La moschea della discordia

Molti temono le moschee, altri proprio non le vogliono. I motivi per dire di no sembrano tanti. Ma sono anche convincenti?

La campagna elettorale per la scelta del sindaco di Milano è stata dominata dalla questione della moschea. I fautori della Moratti hanno detto agli elettori: se volete una moschea a Milano votate Pisapia; se invece non la volete votate Moratti.

Succede comunque anche in altri comuni che lo scontro politico si concentri sul dilemma “moschea sì, moschea no”.

La ragione di tutto questo è chiara. La questione della moschea diventa l’occasione per far emergere il tema caldissimo dell’immigrazione mussulmana.

 

Ma il rapporto tra immigrazione mussulmana e moschee è più complesso di quello che molti pensano.

C’è ad esempio chi pensa: “Vorrei che arrivassero meno mussulmani e quindi meno moschee ci sono e meglio è”. Ma è assurdo. Desiderare che arrivino meno mussulmani o anche che non ne arrivino affatto è ovviamente legittimo. Ma non c’è nessun motivo per pensare che la presenza di una moschea aumenti l’immigrazione. A Roma c’è una grande moschea, a Milano no; ma l’immigrazione mussulmana è più forte a Milano che non a Roma. Più in generale, se guardiamo a dove si dirigono i flussi migratori dai paesi mussulmani vediamo che non c’è alcun legame con l’esistenza o meno di moschee. Contano le opportunità di lavoro, anzitutto; conta anche la vicinanza rispetto al proprio paese d’origine; contano anche alcuni altri fattori; ma la presenza o assenza di moschee proprio no. Del resto, anche gli emigranti italiani non hanno mai dato peso al fatto che vi fossero oppure no chiese cattoliche nei luoghi dove andavano.

 

C’è poi chi dice: “Se c’è la moschea, il venerdì e anche in altri giorni lì si concentrano un sacco di mussulmani. E allora per chi abita in zona ci sono fastidi”. Sulla base di questa idea durante l’ultima campagna elettorale ho visto a Milano manifesti che dicevano: “Vorresti una moschea nel tuo quartiere?”

Che di per sé un luogo un luogo di culto provochi afflusso di fedeli è cosa ovvia. Tuttavia bisogna essere ragionevoli. Per cominciare, se una moschea è piccola e ha un piccolo bacino di fedeli di conseguenza anche l’afflusso di fedeli è limitato. Se a Milano ci fosse una moschea in ogni quartiere, in ognuna alla preghiera del venerdì arriverebbero a mala pena cento persone. Quindi, chi non vuole grandi afflussi potrebbe semplicemente opporsi alla realizzazione di “grandi” moschee. Va poi anche detto che comunque una moschea grande di per sé non provoca certo il via vai che possono provocare un grande impianto sportivo, o un termovalorizzatore, o anche un centro commerciale. In tutti questi casi, giustamente, chi abita in zona pretende che i problemi del traffico, del parcheggio e i generale i problemi legati al grande afflusso di persone e cose vengano gestiti dalle autorità valutando bene la localizzazione, prevedendo spazi adeguati ecc.; lo stesso andrebbe preteso nel caso di una grande moschea. Ma di per sé non si tratta di problemi tali per cui una città debba dire di no.

C’è poi da dire che la mancanza di moschee non mette certo al riparo dalla confusione. E’ successo a Milano che i mussulmani si ritrovassero a pregare il venerdì per strada. Si può gestire tutto meglio con una regolare moschea.

 

Un altro timore è che la moschea diventi un covo di terroristi.

Rispetto a queste cose va evitato il buonismo. Che ci siano terroristi che si rifanno all’islam è un fatto. E ovviamente c’è da preoccuparsi.

Però bisogna essere razionali. Non è che se non c’è la moschea dei mussulmani non possono riunirsi per pregare e magari al contempo parlare di attentati. Per riunirsi a pregare bastano un capannone o un seminterrato. Qualunque posto va bene, purché vi siano minimi standard d’igiene e di sicurezza in relazione al numero delle persone che si ritrovano. E allora la domanda diventa: “Per chi progetta attentati qual è il posto migliore per riunirsi? Una moschea ufficiale o un capannone  usato come luogo di preghiera e d’incontro?” La risposta è ovvia.

 

C’è però un timore più profondo. Che cos’è una moschea? Un luogo ufficiale, ben visibile e conosciuto, destinato alla preghiera, con una sua più o meno complessa organizzazione. In questo – pur con grandi differenze – é come una chiesa cattolica. E allora, proprio come una chiesa, è un simbolo e può favorire i percorsi di fede individuale così come lo sviluppo di comunità di credenti.

Come simbolo, la moschea segna il territorio rendendo evidente un fatto, ossia che in esso sono presenti più religioni. Se si ha difficoltà ad accettare il fatto, si ha difficoltà ad accettare anche il simbolo, ovviamente; tuttavia non bisogna farsi sviare: in casi come questi quel che conta è la presenza di più religioni – e nel caso quella dell’islam accanto al cristianesimo – non la presenza di moschee.

L’aspetto più importante da considerare è l’altro, è il fatto che una moschea può favorire i percorsi di fede individuale così come lo sviluppo di comunità di credenti mussulmani.

E’ questo un bene o un male?

Per cominciare, sgombriamo il campo da possibili equivoci: la storia europea di questi anni mostra che,  ci siano o no moschee, non ci sono le condizioni per conversioni di massa dal cristianesimo all’islam (così come viceversa). Quindi, se parliamo di un possibile ruolo della moschea nello sviluppo individuale e comunitario dell’islam possiamo intendere una cosa sola: la moschea può sviluppare la fede in chi ce l’ha o riportare alla fede chi se ne è allontanato.

Tutto questo è certo rilevante. L’islam in Europa vive la stessa crisi del cristianesimo: i “vecchi” sono per lo più legati alla religione, ma già i quarantenni sono molto spesso tiepidi o addirittura “lontani”, mentre le nuove  generazioni, dopo qualche contatto nell’infanzia, tendono ad abbandonare la religione.

Davanti a quest’ultimo fenomeno c’è chi si rallegra. Sono anzitutto i nemici della religione, quelli che pensano che liberandosi da essa l’uomo divenga migliore. Ci sono poi anche quelli – cristiani e non – che pensano che l’islam sia intrinsecamente malvagio sicché comunque rispetto ad esso sarebbero preferibili l’agnosticismo o l’ateismo. Per tutti costoro, chiaramente, se le moschee possono favorire la fede mussulmana meno ce ne sono e meglio è.

Ma è davvero sorprendente che si possano credere cose del genere. Che si guardi alla storia europea del Novecento o alla propria storia personale si trovano senza difficoltà un sacco di persone lontane da ogni fede religiosa e insieme malvage. Come si può pensare che allontanandosi dalla religione l’uomo diventi perciò migliore? 

E anche l’idea che l’islam sia intrinsecamente malvagio, come può essere creduta? Sono secoli che l’Europa “cristiana” si confronta in vario modo con l’islam. Che cosa possiamo vedere riconsiderando la storia? Un confronto tra i buoni, noi, e i cattivi, loro? No. Troviamo episodi emblematici in cui i mussulmani furono meno feroci dei cristiani: quando Saladino riprese Gerusalemme corse certo meno sangue di quello che era corso quando erano stati i cristiani a conquistare la città. E i cristiani in Spagna al tempo dei mori trovarono un rispetto che poi fu negato ai musulmani dopo la Reconquista. Dopo di che è vero che molto di quello che è stato o viene fatto in nome del Corano può apparire inaccettabile o addirittura orrendo. La verità è che il Corano, come la Bibbia, è un libro che può essere inteso e “vissuto” in modi molto diversi.

Davvero non c’è motivo per pensare che di per sé un ravvivarsi della fede islamica tra gli immigrati possa essere un fenomeno negativo. Dipende da come si realizza.

C’è chi pensa che un fervente mussulmano non possa essere un buon cittadino. Ma anche questo è contraddetto dai fatti: negli Stati Uniti, ad esempio, ci sono milioni  di ferventi mussulmani ottimi cittadini.

 

C’è poi chi diffida della moschea perché è un luogo dove la fede è vissuta insieme, in modo comunitario.

Queste persone vogliono che la fede sia un’esperienza strettamente privata. Ma perché?

Tra l’altro, se ragioniamo pensando alla sicurezza dall’esperienza di questi anni vediamo emergere che l’odio e la violenza trovano terreno fertile nella mente di individui isolati o in piccoli gruppi, marginali ed emarginati, che sviluppano logiche settarie, mentre comunità più grandi, ospitando naturalmente tante persone per vari motivi serene, tendono a diventare, conseguentemente, ambienti “sereni”.

 

Tutto questo, si badi bene, non significa che non ci siano buoni motivi per essere preoccupati di fronte alla crescente presenza in Europa di persone di fede mussulmana o comunque legate a quella tradizione culturale. Ci dice però che le moschee in quanto tali non sono il problema ma invece, addirittura, un’opportunità.

E non ha senso dire – come fa qualcuno – che non possiamo ammettere le moschee perché in qualche paese mussulmano non sono ammesse le chiese. Nelle nostre scelte, infatti, non dobbiamo farci condizionare da governi stranieri; dobbiamo stabilire autonomamente quello che è giusto per noi.

Non andrebbe poi dimenticato che la libertà religiosa, che è un nostro principio e che vale per tutte le fedi, comporta anche il diritto ad avere spazi per vivere la propria fede.

Naturalmente, come per tutti i luoghi dove si ritrovano insieme molte persone, bisogna che le autorità regolino la scelta degli spazi, ne garantiscano l’adeguatezza, vigilino su ciò che accade rispettando la libertà ma, insieme, reprimendo gli illeciti. Sul “come” delle moschee certo vale la pena di discutere; non però sul “se”.

Ennio Codini

Lisdha News n 70, luglio-settembre 2011

18/12/2013