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La paura

I crimini violenti sono in diminuzione. Ma l’opinione pubblica pensa il contrario e questo influenza pesantemente la politica. E’ necessario un cambiamento nel modo di rapportarsi con la realtà.

Il numero dei crimini violenti è in diminuzione.

Il calo è iniziato molti anni fa. A metà dell’Ottocento per un italiano il rischio di essere assassinato era quasi dieci volte maggiore di quello attuale.

Il calo è continuato anche in questi ultimi anni. Nel 1981, ad esempio, in Italia c’erano stati 1186 omicidi volontari; nel 2004 gli omicidi sono stati solo 714, 621 nel 2006.

E il calo non ha riguardato solo gli omicidi. Si legge ad esempio nell’ultimo rapporto sulla sicurezza in Italia predisposto dal Ministero dell’Interno che “l’analisi degli scippi conferma una tendenza, in atto da tempo, al declino di questo reato”.

Invero non è che ogni anno in tutti i territori per tutti i crimini violenti si registri una diminuzione. Ad esempio, alla fine degli anni 80 nel sud della penisola e in Sicilia si registrò un brusco aumento del numero degli omicidi peraltro poi seguito da una altrettanto brusca diminuzione. Ma il punto è che la tendenza nel medio, lungo periodo è chiaramente al calo.

 

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Difficile indicare le cause del netto calo dei crimini violenti.

La spiegazione più semplice può essere questa: nel tempo sono diminuite le situazioni di ignoranza e miseria estreme che aumentano la propensione al crimine violento.

 

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E’ importante notare che nemmeno l’immigrazione ha bloccato la diminuzione dei crimini violenti.

Venti anni fa, quando è cominciata l’immigrazione di massa, l’omicidio era più comune di oggi.

La cosa va sottolineata perché è invece diffusa l’opinione che l’immigrazione di massa abbia comportato un aumento dei crimini violenti.

 

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Tra l’altro l’Italia è un paese particolarmente sicuro.

Se ad esempio un italiano va a vivere negli Usa per ciò solo il rischio per lui di essere assassinato cresce di ben cinque volte. Lo stesso accade se una abitante di Roma si trasferisce ad Amsterdam: ancora una volta il rischio di essere assassinato cresce di cinque volte.

 

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Però è diffusa la paura fondata sull’idea che la criminalità violenta sarebbe in aumento o addirittura dilagante. Molte sono le cause di tale paura.

Una è certamente l’atteggiamento dei mezzi di comunicazione di massa.

Quando ero bambino in Italia la criminalità violenta era più diffusa, ma i giornali e i notiziari televisivi ne parlavano poco. La televisione era “democristiana” e voleva trasmettere l’idea che le cose nel complesso andassero bene. I quotidiani erano fatti secondo un’idea di “serietà” che, salvo casi particolari, confinava le notizie sui crimini in pagine di cronaca abbastanza sobrie.

Oggi, anche se gli omicidi sono diminuiti, è normale che un telegiornale di prima serata “apra” parlando di omicidi e dedichi al tema anche dieci minuti. E il “serio” Corriere della Sera, se una studentessa viene uccisa a Perugia è capace di dedicare alla cosa per giorni e giorni interi paginoni.

D’altra parte, per fortuna la maggioranza delle persone non è vittima direttamente della violenza criminale e quindi si fa un’idea del fenomeno guardando la televisione e leggendo i giornali: se lì sempre più e con enfasi sempre maggiore si parla di una criminalità dilagante, le persone si convincono che ci sia un’emergenza criminalità.

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Tutto questo è negativo.

Si rinforzano gli stereotipi. I vescovi italiani hanno un bel dire, per esempio, che l’idea della zingara che rapisce i bambini è solo una “infamante diceria” e negli ultimi dieci anni ci sono state 29 denunce contro zingare per rapimento di bambini ma quasi tutte sono state archiviate per la loro infondatezza. Molti italiani, se vedono una zingara che guarda un bambino (o peggio gli si avvicina) hanno paura perché “com’è noto gli zingari rapiscono i bambini”. Allo stesso modo, molti italiani, se alla stazione vedono una faccia “straniera” entrano in allarme come se avessero visto un rapinatore.   

E si chiedono misure sbagliate. Quando il Governo, il Parlamento, i Sindaci varano sempre nuove norme per “punire” lo fanno interpretando i desideri dell’opinione pubblica. Ma è una follia. I dati comunicati dalle Prefetture dicono, ad esempio, che nei primi sei mesi del 2008 la criminalità è stata  “in calo generalizzato”. E che cosa hanno fatto questa estate Governo, Parlamento e Sindaci? Hanno fatto a gara nel proporre nuove “punizioni”: per i clandestini, per gli accattoni, per chi dipinge sui muri delle case… Creando solo confusione, rischiando di intasare le procure con affari di minima importanza mentre, per accompagnare il calo della criminalità, basterebbe sostenere l’azione di polizia e magistratura contro i crimini più gravi.   

Ma c’è di peggio. Il popolo è ossessionato dall’emergenza criminalità. Di conseguenza i politici hanno anch’essi tale ossessione. Il rischio è che si trascurino le vere emergenze. Perché la mente umana non può che ragionare per priorità e allora, se al primo posto si mette un’emergenza “falsa”, inevitabilmente quelle vere finiscono in secondo piano. Non dobbiamo dimenticarlo: un’ora di dibattito televisivo in più sull’emergenza criminalità (che non c’è) è un’ora di dibattito televisivo in meno sull’emergenza ambientale (che c’è).

 

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Dobbiamo liberarci da questa paura di una criminalità violenta in espansione.

Per cominciare potremmo non ascoltare messaggi senza senso. Quando alla televisione sento l’ennesimo servizio che propone “nuovi elementi” su questo o quel crimine, spengo. Perché ho realizzato che quegli “elementi” non contano nulla per la mia vita, sono solo un rumore che disturba la mia mente.

Non è che non dobbiamo più interessarci al crimine, che è un problema. Ma dobbiamo cambiare il modo. Se sento alla televisione qualcuno che parla del crimine che “dilaga” creando una “emergenza” alla quale bisogna rispondere con “fermezza”, non ascolto, perchè sono chiacchiere. Se sento, invece, qualcuno che propone dei dati che mi consentono di capire che cosa sta succedendo, ascolto.

Dobbiamo poi essere pronti ad ascoltare davvero discorsi seri contrari ai nostri pregiudizi. Non è   cosa da poco: molti studi mostrano che per gli esseri umani è difficilissimo recepire, prendere sul serio fatti e argomenti contrari a loro radicate convinzioni. Se, ad esempio, sono convinto che le zingare rapiscono i bambini, istintivamente non leggo l’articolo di giornale che dice il contrario o se anche lo leggo i contenuti di tale articolo poi tendono scivolare via dalla mia mente. Invece su queste cose dobbiamo sempre essere pronti a cambiare idea di fronte ai fatti.    

Ennio Codini

Lisdha News n 60, gennaio-marzo 2009

10/12/2013