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L'ambiente e la crisi

La crisi sembra confinare in secondo piano la questione ambientale, perché le scelte a tutela dell’ambiente appaiono antieconomiche. Ci sono vie per difendere l’ambiente senza aggravare la crisi?

Sulle strade circolano meno automezzi e di cantieri per nuove costruzioni non se ne vedono quasi più. Per l’ambiente, queste e altre simili potrebbero essere buone notizie. La crisi economica è amica dell’ambiente?

Senza dubbio, se per effetto della crisi presto più attenzione a quello che compro con la conseguenza di produrre meno rifiuti questo di per sé è un bene per l’ambiente. E lo stesso si può dire se, sempre per effetto della crisi, tengo più basso il riscaldamento in casa.

Ma davanti ai dati sulla crisi economica si fa davvero fatica a rallegrarsi, perché essa è per molti un grave problema se non addirittura una tragedia.

E poi la crisi economica gioca anche indirettamente contro la tutela dell’ambiente.

Con la crisi infatti inevitabilmente pesa di più la vecchia idea che la difesa dell’ambiente ostacolerebbe lo sviluppo economico. Si finisce per pensare così: se ci fosse comunque sviluppo qualche sacrificio in nome dell’ambiente si potrebbe anche farlo, ma con le fabbriche che chiudono…

Un’idea per certi versi senza dubbio fondata. Molti degli obblighi che sono stati introdotti in Italia in questi anni a tutela dell’ambiente si sono tradotti in un aumento dei costi di produzione; e d’altra parte sappiamo bene che non pochi settori produttivi nel nostro paese sono finiti o rischiano di finire “fuori mercato” proprio per i costi. Inoltre spesso i difensori dell’ambiente predicano addirittura una spontanea riduzione dei consumi: ma una tale riduzione, aggiungendosi oltretutto al calo indotto dalla crisi, non si tradurrebbe inevitabilmente in una crisi ancor più grave dell’economia?

Ecco che allora con la crisi c’è il rischio di non poter nemmeno più parlare di azioni a tutela dell’ambiente, perché le proposte sembrano tutte contro quella ripresa economica che tutti si trovano ad auspicare. Del resto è impressionante come le tematiche ambientali siano finite ai margini dell’azione dei governi, che si tratti di Monti o di Obama (che pure si era presentato come un difensore dell’ambiente).

Pensando all’ambiente dobbiamo allora rassegnarci a piccoli benefici “tristi”, in quanto frutto della crisi con tutte le sofferenze che l’accompagnano, e alla rinuncia ad ogni scelta di maggior tutela in quanto antieconomica?

 

No. Ed è interessante notare che ci sono scelte di tutela ambientale non antieconomiche che possono essere fatte da noi senza aspettare (improbabili) iniziative del governo.

Parlando di economia e di crescita infatti non dobbiamo dimenticare una cosa importante: le strade possibili sono molte. Non mi riferisco qui alla vecchia questione se vi siano o no valide alternative all’economia capitalistica di mercato. No, le strade possibili sono molte nel senso che l’economia capitalistica di mercato può darci più automobili o più treni o più vestiti o più libri o più climatizzatori o più lezioni di tedesco indifferentemente. In questo senso il modello non incorpora la produzione di questo o quel paniere di beni e servizi; sono gli esseri umani a stabilire che cosa verrà prodotto (e che cosa no).

Ciò significava poco cent’anni fa, salvo che per i ricchi, e tuttora significa poco per molti in alcune parti del mondo e persino per parecchi italiani: chi non riesce a soddisfare i propri bisogni primari o li soddisfa a malapena non può che chiedere al sistema economico di avere cibo, un alloggio, vestiti e simili. Nessuna scelta, o quasi.

Ma per molte persone nel mondo e anche in Italia e anche per molti dei lettori di questo giornale pure in tempo di crisi c’è invece la possibilità di scegliere tra svariati beni e servizi.

E con tali scelte queste persone concorrono a stabilire che cosa verrà prodotto, perché alla fine pur con mille distorsioni è la domanda a determinare l’offerta di beni e servizi.

Ma, si noti, non tutti i beni e servizi hanno lo stesso impatto sull’ambiente. Quindi, chi può scegliere può  decidere di non comprare quello che pesa di più sull’ambiente sostituendolo con quello che ha meno impatto facendo così cambiare le scelte dei produttori; e si noti: senza pregiudizio per l’economia, perché si tratta sempre di comprare e di comprare cose che hanno più o meno lo stesso valore economico di quelle alternative alle quali si rinuncia. Agendo così, la difesa dell’ambiente non contrasta con lo sviluppo dell’economia.

 

Prendiamo ad esempio l’alimentazione: produrre cibo per gli esseri umani ha un impatto pesante sulle risorse della terra. Per farlo si prosciugano i fiumi, si devastano le foreste, si inquinano i terreni, si impoveriscono i mari, si genera una grande quantità di gas serra. E questo in generale è vero purtroppo qualunque nutrimento si produca.

Tuttavia, sappiamo che vi sono cibi che pesano più di altri sull’ambiente. E’ il caso in particolare della carne bovina: a parità di apporto nutritivo, produrre bistecche è più devastante per l’ambiente che produrre lenticchie o farro. Non si tratta qui di riproporre per l’ennesima volta lo scontro tra vegetariani e onnivori. Più banalmente, sappiamo che molte persone potrebbero semplicemente ridurre il proprio consumo di carne senza alcun pregiudizio sostituendola con nutrienti di origine vegetale. Quindi queste persone potrebbero comprare meno carne con vantaggio per l’ambiente e senza pregiudizio per l’economia. Nessun problema vi sarebbe in questo caso nemmeno per il made in Italy: siamo in grado di produrre in Italia a prezzi competitivi buona parte dei vegetali che sarebbero richiesti da questo eventuale cambio di orientamento dei consumatori.

 

C’è poi il vasto e complesso tema dell’alternativa tra beni radicalmente diversi.

Io posso provare piacere sgranocchiando patatine, comprando un maglione di cachemire, facendo un giro in macchina, andando a Londra per lo shopping, così come posso provare piacere ascoltando musica pop, visitando un museo, giocando a tennis o prendendo lezioni di cinese. E sono tutte attività che “fanno girare” l’economia.

Ma tali attività non hanno lo stesso impatto sull’ambiente. Mangiare patatine o volare a Londra significa sacrificare ogni volta risorse ambientali, perché dietro ogni pacchetto di patatine c’è anzitutto terra coltivata per avere patate e olio, con i relativi costi ambientali, mentre il volo a Londra comporta l’uso di motori che consumano moltissimo carburante e immettono nell’aria sostanze nocive. E lo stesso vale per il maglione o l’uso dell’auto.

Ascoltare musica, invece, è pressoché privo di impatto ambientale: a tale livello, infatti, dobbiamo registrare sostanzialmente solo un irrisorio consumo di energia elettrica. E’ vero che a monte dell’ascolto troviamo le risorse necessarie per “produrre” la musica stessa e costruire i dispositivi audio; ma una canzone registrata e un dispositivo audio possono poi dar vita a migliaia e migliaia di fruizioni, l’esatto contrario delle patatine che una volta mangiate non ci sono più. E lo stessi discorso sostanzialmente si può fare se si confronta un corso in-line di cinese con un giro in macchina.

Di conseguenza, chi può scegliere tra queste cose può consapevolmente orientarsi verso quelle che hanno minore impatto ambientale facendo così in modo che si riduca la produzione delle altre, senza pregiudizio per l’economia.

E’ chiaro che mentre sul piano nutrizionale lenticchie o manzo sono più o meno equivalenti non c’è nessuna equivalenza tra un maglione di cachemire e una lezione di cinese. Tuttavia, può essere ragionevole ripensare le nostre scelte tra beni e servizi anche considerando la tutela dell’ambiente.

 

Ecco allora aprirsi grandi opportunità per chi è sensibile alla tutela dell’ambiente, senza necessità di chiamare in causa scelte dei governi o dei centri potere economico e senza ostacolare l’economia ma semplicemente orientandola secondo le logiche di mercato ad uno sviluppo più ecocompatibile.

 

Ennio Codini

Lisdha news n 75, ottobre-dicembre 2012  

17/11/2013