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L'Europa al bivio

Si parla moltissimo  di Europa. Per lo più criticando, ma quasi sempre senza andare al cuore del problema. Proviamo invece a farlo.

Parliamo tanto di Europa, intendendo l’Unione Europea, ma non sappiamo nemmeno che cos’è. E’ uno stato? No. Se lo fosse non sarebbe governata con continui vertici dei capi di governo o dei ministri dei diversi stati che ne fanno parte. Sembra piuttosto un’organizzazione internazionale; non è forse retta del resto da trattati? Però poi ha anche un parlamento eletto direttamente dai cittadini. Cittadini? Ma se ha cittadini allora non è un’organizzazione internazionale! Perché le organizzazioni internazionali non hanno cittadini, hanno solo stati membri. E del resto come gli stati l’UE ha una moneta. Ma già lo si è detto: l’UE non è uno stato. Ma allora che cos’è?

Qualcuno potrebbe dire: «Ma che ce ne importa di che cos’è l’Europa? Il punto è che fa cose malfunzionanti come l’euro e invece è assente quanto ci vorrebbe, come nel caso dei profughi che sbarcano in Italia». Ma dobbiamo avere bene in mente una cosa: se l’Europa non ci piace per quello che fa o non fa, questo dipende in buona misura proprio dalla sua natura ambigua. Detto in soldoni: è la sua natura ambigua che la porta a fare o a essere chiamata a fare cose non adatte a un’organizzazione internazionale. Cose adatte a uno stato, quando l’UE non è uno stato.

L’ambiguità viene dalle origini. Le istituzioni europee sono nate come si sa nel dopoguerra per creare un mercato comune così integrato da rendere assurda l’idea di nuovi conflitti tra le nazioni. Una missione possibile, anche se non facile, per un’organizzazione internazionale. Però nelle élite che vollero quelle istituzioni c’era anche un sogno: che l’Europa diventasse uno stato federale, come gli Usa.  

Così si è creata un’organizzazione internazionale destinata secondo molti dei suoi creatori a divenire uno stato. Tale ambiguità avrebbe potuto superarsi realizzando tale obiettivo o rinunciandovi. Ma non si è fatta né l’una né l’altra cosa. Non si è realizzato il sogno degli Stati Uniti d’Europa, perché quelle élite che lo concepirono non hanno avuto eredi ma solo successori molto meno coraggiosi e visionari. Non si è però nemmeno rinunciato sul serio all’obiettivo, nel senso che si è continuato ad andare avanti in quella direzione, quasi per inerzia, ma in modo così lento e parziale che  da decenni ci ritroviamo con un’organizzazione strutturalmente ambigua che svolge spesso mediocremente alcuni dei compiti propri degli stati federali e altri non li svolge anche se ci si aspetta che lo faccia.

L’Ue ha un parlamento ma non ha un esecutivo che, come avviene nelle democrazie, sia espressione di una maggioranza parlamentare o sia legittimato direttamente dal popolo. Al posto di un tale esecutivo, che avrebbe per sua natura una propria linea politica, abbiamo continui, defatiganti vertici cui partecipano gli esponenti di decine di governi nazionali, ciascuno con la propria posizione. Ma è possibile in questo modo gestire una moneta? Ci si affida a un tecnocrate come Draghi, che però non può avere la forza e le possibilità di azione che gli deriverebbero dal rapportarsi con un qualche vertice politico legittimato dal popolo. E se in un’estate com’è avvenuto in quest’ultima centinaia di migliaia di profughi raggiungono l’Europa traversando alcuni paesi – come l’Italia o la Grecia – per poi riversarsi in altri come la Germania o la Svezia si dice, forse giustamente, che il problema è europeo per poi però subito rendersi conto che in uno scenario così drammatico prevarrà la logica dell’ognuno per sé in assenza di un governo europeo con la forza d’imporre risposte adeguate.

C’è poi anche come frutto dell’ambiguità dell’Europa il fatto che i cittadini la vedono lontana, spesso addirittura estranea. Anche i politici quando loro conviene hanno buon gioco a presentarla così. Pensiamo a come spesso ci vengono presentati i cosiddetti vincoli europei di bilancio: sembrano il frutto di un potere estraneo che l’Italia deve in qualche modo fronteggiare. Ciò è falso, perché questi vincoli sono stati approvati dalle autorità italiane sicché in un certo senso sono regole che ci siamo dati. Ma il giochino funziona.

Il fare molte cose senza un vero governo legittimato dal popolo è infine la causa di un’altro dei difetti dell’Europa: il produrre un’infinità di regole di dettaglio senza affrontare i grandi temi, come è tipico delle burocrazie che non hanno alle spalle un vero potere politico che allora cercano di legittimarsi sfornando le tristemente famose regole sul raggio di curvatura dei cetrioli o sul corretto taglio di base degli asparagi.

E allora siamo a un bivio. Non possiamo pensare che lo status quo in Europa possa funzionare. Siamo a un bivio. Per usare degli slogan: o meno Europa, o più Europa. E molti  seriamente propongono meno Europa. E’ questa un’opinione diffusa in Inghilterra ma c’è chi la pensa così anche ad esempio in Olanda o in Germania. Meno Europa significa tornare pienamente alla logica dell’organizzazione internazionale di libero scambio. Basta con la moneta unica (è chiaro che si può avere libero scambio anche senza moneta unica), limitarsi a non avere dazi e dogane e per il resto ripristinare senza se e senza ma la sovranità degli stati sovrani. Uno stato vuole una bella svalutazione per favorire l’export? Lo faccia. Uno stato vuole indebitarsi ulteriormente? Lo faccia. Uno stato vuol dire basta ai rumeni o ai polacchi sul proprio territorio? Provveda pure di conseguenza. E i controlli e i finanziamenti europei per le più varie attività vanno smantellati con la relativa burocrazia riducendo i costi e lasciando spazio a una più libera competizione tra operatori e sistemi. A questo punto il Parlamento europeo si potrebbe anche chiudere, con ulteriori risparmi.

L’alternativa è più Europa. Con un governo che nasca dalle elezioni con una sua linea politica e sulla base di ciò gestisca almeno la politica monetaria e la politica estera e di difesa compresa l’immigrazione extra Ue, legato ad un Parlamento chiamato a legiferare su tutte le materie di livello federale. Una realtà non molto dissimile da quella degli Usa, insomma. Un progetto difficilissimo da attuare per un insieme eterogeneo di ostacoli: la babele delle lingue; la resistenza dei gruppi dirigenti nazionali che temono di perdere il potere; l’avversione al rischio che caratterizza la cultura europea contemporanea; la  paura  dei “piccoli” di ritrovarsi schiacciati dai “grandi”, e tanti altri. Però sulla carta i vantaggi potrebbero essere notevoli: da quasi un secolo del resto vediamo di quali vantaggi politici ed economici godano gli Stati Uniti per il fatto di essere appunto una grande stato federale.

Davanti a questo bivio non possiamo pensare neanche per un attimo che ci sia da qualche parte una élite illuminata che deciderà per noi e per il nostro bene. Sono proprio i gruppi dirigenti europei che ci hanno portato all’insostenibile situazione attuale. I leader non hanno in questo momento grandi idee. Non a caso le posizioni che propongo meno Europa si stanno affermando sulla base di chiare spinte “dal basso”. Anche se ci sembra lontanissimo dalle nostre priorità, all’Europa dobbiamo pensarci noi, nel senso che solo il definirsi di orientamenti forti a livello di opinione pubblica in un senso o nell’altro potrà portare i leader a fare le necessarie scelte coraggiose.

Ennio Codini

Lisdha news n. 83, ottobre-dicembre 2014

 

 

07/11/2014