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Noi e loro

Davanti alle minacce di guerra che vengono dall’altra riva del Mediterraneo dobbiamo riflettere su quali siano le risposte migliori

Quand’ero ragazzo, nel Nord Africa e in Medio oriente pareva che governi e movimenti politici in genere facessero a gara per avvicinarsi al modello europeo.

In Iraq e in Siria dagli anni Sessanta era al potere il partito Baath. Qualche anno prima Nasser era divenuto presidente in Egitto. In Iran governava lo Scià. Nel 1964 in Afghanistan il re aveva promulgato una costituzione liberale. Si trattava di partiti e uomini di potere tra loro molto diversi, ma accomunati dal guardare a “noi”. Tutti o quasi si ispiravano all’illuminismo, e tra l’altro propugnavano l’emancipazione femminile, tutti o quasi si definivano laici; in economia oscillavano tra liberismo e un blando socialismo, puntando comunque a un’agricoltura moderna e a uno sviluppo industriale simile al nostro. Fin nell’aspetto si ispiravano a noi: se riguardiamo le vecchie foto dello Scià o quelle degli Assad in Siria, vediamo giacche e cravatte identiche a quelle europee; anche le donne dei gruppi dominanti vestivano all’europea.

Poi è crollato quasi tutto. In Iran lo Scià è stato sostituito dagli ayatollah. In Afghanistan si sono affermati i talebani. Nel nord dell’Iraq si è sviluppato l’Isis. E nella Libia di quel Gheddafi che si era proclamato erede del socialista Nasser trovano spazio milizie jahidiste. Si tratta di partiti e uomini di potere molto diversi tra loro, però accomunati da una netta contrapposizione rispetto a tutto ciò che è occidentale. L’esprime bene il nome di un movimento, quel Boko Haram che sta cercando di impadronirsi del nord della Nigeria: secondo la traduzioni correnti boko haram significa «l’istruzione occidentale è proibita». Lo mostrano bene anche le scelte quanto al look, dove tutto ciò che appare occidentale è messo al bando.

Vediamo una modernizzazione-occidentalizzazione fallita. Vediamo al suo posto un ritorno drammatico all’antico, dove in concreto tutto viene configurato in termini di netta opposizione al “nostro” mondo. E abbiamo paura, paura dei proclami ostili e delle vere e proprie minacce, e più in generale paura di popoli che sembrano volersi contrapporre a noi in ogni modo, e sono vicini, appena al di là del Mediterraneo: come potremo convivere?

 

C’è, ragionevole, la domanda: che cosa possiamo fare per evitare che dalla Mauritania all’Afghanistan, dal Caucaso alla Somalia si affermino, si consolidino e si diffondano modi di pensare e governi a noi opposti e ostili?

Ci capita di sentirci impotenti, specie dopo che abbiamo visto fallire i nostri tentativi di tipo militare in Iraq come in Afghanistan come in Libia.

Che cosa possiamo fare? Molto in realtà. Per cominciare dobbiamo accrescere le nostre conoscenze. Mi colpì molto subito dopo l’11 settembre l’annotazione di un’analista che diceva di come le forze di sicurezza USA fossero quasi del tutto prive di interpreti capaci di capire una conversazione telefonica intercettata tra due attentatori algerini ad esempio, o yemeniti. La superpotenza aveva orecchie ovunque, ma non persone che comprendessero messaggi in arabo locale-colloquiale. Ma non si tratta solo della lingua – anche se le nostre carenze a riguardo sono pesanti. Ci limita in generale la nostra ignoranza rispetto al mondo al di là del Mediterraneo. Non solo la popolazione nel complesso  ma anche i politici, gli amministratori ecc. non sanno quasi nulla di quel mondo, sono fermi a banali stereotipi sulla guerra santa o sulle donne sottomesse. Gli osservatori più attenti notano che addirittura gli arabi, che noi consideriamo ignoranti, ci conoscono molto meglio di quanto noi conosciamo loro. Ma come possiamo rapportarci utilmente con gente di cui non sappiamo quasi nulla?

Un’altra cosa importante da fare sarebbe sostenere, promuovere in quel mondo i modelli per noi positivi, che pure ci sono. Mi stupisce molto il silenzio sul poco o nulla che facciamo per aiutare i paesi a noi più vicini che sono in difficoltà. Penso alla Tunisia, che sta cercando di costruire nel rispetto della sua identità un percorso di sviluppo secondo valori liberali e democratici e che avrebbe tanto bisogno d’aiuto. Penso al Libano, che conserva con enorme fatica un modello politico culturale non certo opposto al nostro, nelle cui migliori università si parla francese e inglese, che sperimenta ogni giorno una straordinaria anche se difficile convivenza tra cristiani-maroniti, sunniti e sciti, che adesso oltre ai problemi di sempre deve misurarsi con più di un milione di profughi siriani: che cosa stiamo facendo per un paese che volentieri accetterebbe la nostra collaborazione per affrontare i suoi problemi? La potenza straniera che ha più investito lì in questi anni è stata l’Arabia saudita. E l’Iran? Ha mille problemi, viene da una rivoluzione antioccidentale, ma è anche il paese che ha portato la prima donna nella storia a vincere la medaglia Fields, massimo riconoscimento internazionale nel capo della matematica: Maryam Mirzakhani laureatasi all’Università tecnologica “Sharif” di Teheran.  In generale l’Iran è pieno di giovani uomini e donne istruiti e non certo antioccidentali che vogliono un paese libero e sviluppato. Ma l’atteggiamento più diffuso tra noi è la diffidenza.

Si tratta invece di sostenere esperienze che possono diventare un modello positivo nella regione. Molte persone nel mondo islamico guardano con comprensibile interesse a quel che succede a Tunisi, a Beirut, e anche a Istanbul o a Teheran. Visitano quei paesi, ci vanno a lavorare, ne apprezzano i prodotti culturali (molti dei telefilm e delle soap opera trasmesse dalle tivù della regione vengono ad esempio dalla Turchia), o anche solo ne seguono le vicende politico-economiche attraverso i mass media. E si chiedono se quel mix tra tradizione e modernità che lì in vario modo si sperimenta possa funzionare. Se quelle esperienze nei prossimi anni avranno successo eserciteranno un fascino irresistibile sugli abitanti dei paesi vicini. E noi possiamo contribuire.

C’è infine qualcosa di importante che riguarda la vita quotidiana delle persone qui da noi. Molti di quei mussulmani che riempiono gli incubi di tanti europei sono qui, tra noi, come immigrati. Ci guardano, interagiscono con noi, e poi riportano la loro esperienza ai tanti parenti e amici che hanno al di là del mare. L’immigrazione ha reso i paesi europei una specie di immensa manifestazione dell’Occidente: gli immigrati entrano, guardano, fanno delle esperienze e alla fine giudicano se il nostro mondo è buono, bello, civile, da imitare, oppure invece corrotto, ingiusto, antislamico. Molti mussulmani antioccidentali in verità hanno paura quando vedono che tanti loro concittadini emigrano in Europa, perché temono che siano sedotti dall’Occidente e trasmettano certe idee e certi desideri anche ai parenti e amici lasciati in patria. Ma stiamo davvero facendo tutto quello che possiamo per mostrare a queste persone un volto delle nostra civiltà capace di affascinarle e dunque in prospettiva di generare spinte ad un avvicinamento del loro mondo al nostro? A volte, quando sento certi discorsi senza senso, quando vedo certe discriminazioni prima ancora che feroci sciocche o certe offese gratuite mi vengono dei dubbi. 

08/05/2017