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Per il Papa che viene

In un tempo di crisi, dopo una rinuncia comunque drammatica, un nuovo papa viene eletto. Proviamo a interrogarci su quali potrebbero essere le linee d’azione del nuovo pontificato per rendere la chiesa più ricca di risorse e più capace di parlare agli uomini.

Molti hanno riflettuto sulle dimissioni di Benedetto XVI. Tutti o quasi sono stati d’accordo nel vedere come motivo quello stesso indicato dal pontefice: la fatica per un uomo anziano di svolgere i compiti propri di un papa. Qualcuno non è andato oltre in proposito; altri invece hanno in vario modo sottolineato che il peso del pontificato si sarebbe fatto insostenibile per la crisi della chiesa e, o per i conflitti del papa con la curia romana. Dopo di che in parecchi hanno apprezzato il gesto, qualcuno l’ha invece criticato, non pochi hanno provato sconcerto.

Molti in attesa nella nuova elezione si sono poi soffermati sulle possibili caratteristiche del successore. Un italiano? Un europeo? Un extraeuropeo? Un progressista? Un conservatore?

Pochi invece in questa fase di passaggio si sono soffermati su che cosa il papa che viene dovrebbe fare.

Parecchi cristiani pensano che parlare di queste cose sarebbe mancare di rispetto al papa e a Dio. Ma il papa ha invece bisogno, come tutti gli esseri umani, di parole provenienti dagli altri, con le quali dialogare direttamente o indirettamente nella ricerca di ciò che è giusto. Possiamo dire quindi, con appena un poco di enfasi, che tutti gli uomini, credenti e anche non credenti, possono essere un poco responsabili di quello che il papa poi fa.

E allora ha senso per ognuno interrogarsi su quello che il papa che viene dovrebbe fare.

 

Chi si mette su questa strada di solito poi va a ragionare dentro lo schema corrente che vede una spaccatura tra “conservatori” e “progressisti”. Il conservatore dirà: «Che il papa non cambi la dottrina!». Il progressista replicherà: «Bisogna che il papa adegui la dottrina ai tempi!». Passando a temi sociopolitici, il conservatore dirà ad esempio: «Il papa deve opporsi con forza alla “degenerazione” della società  per effetto della previsione legale delle unioni di fatto o addirittura del matrimonio per i gay». Il progressista replicherà: «No, il papa non deve puntare su restrizioni legali ma deve invece “capire” il mondo con i suoi mutamenti». Quest’ultimo tipo di contrapposizione si ripropone per tutta una serie, in verità non molto ampia, di altri temi cosiddetti eticamente sensibili (si parla soprattutto di eutanasia e di aborto e fecondazione artificiale). Al di là di tale serie troviamo poi la contrapposizione tra chi vuole un papa che non metta in discussione l’ineguale distribuzione delle ricchezze su scala globale e nelle diverse società e chi, in nome di una “opzione preferenziale per i poveri”, chiede invece al papa di criticare severamente tale diseguaglianza.

Però su tutte queste cose in verità è stato già detto moltissimo; qualcuno potrebbe dire addirittura che è stato già detto tutto. E poi mi chiedo: fermo restando che sono tutte questioni di estrema importanza, è dalle decisioni a riguardo che dipende il futuro della chiesa?

 

Da ragazzo ho avuto come catechista un sacerdote. I miei figli hanno avuto delle catechiste laiche “coordinate” da un sacerdote, ma ora il loro coordinamento è passato ad un laico. Nessun dubbio sulla ragione dei cambiamenti: ci sono sempre meno sacerdoti e di conseguenza la chiesa è stata “costretta” a una sorta di laicizzazione forzata sia per la catechesi dei bambini, che per molte altre attività. L’impressione è che di fronte al declino delle vocazioni sacerdotali la chiesa si ritrovi a cercare di fare in qualche modo le stesse cose ricorrendo sempre di più a quelle che vengono comunque considerate delle “seconde scelte” (se ci fossero sacerdoti disponibili non si esiterebbe a preferirli). Questo per alcuni compiti, per altri invece si ritengono i laici del tutto inadeguati e allora ci si arrangia con un clero sempre più piccolo nei numeri e dunque forzatamente sempre più povero dei necessari talenti. E poiché non c’è seriamente da sperare in una ripresa delle vocazioni sacerdotali, l’immagine è quella di un declino irreversibile.

Ma che cosa è cambiato davvero nel popolo dei credenti? Sono sempre di meno i possibili catechisti o i possibili amministratori o i possibili “governanti” o i possibili elaboratori della dottrina cristiana di “prima scelta”? No. Per dirla nel modo più stringato, è solo cambiato l’abito: un tempo, buona parte delle persone che univano fede e cultura erano sacerdoti; oggi, di persone che uniscono fede e cultura ce ne sono ancora, come e più che in passato, ma non sono, se non in piccolissima parte, sacerdoti: sono uomini e donne per lo più laici, anche se non va trascurato il popolo delle religiose.

Queste persone dovrebbero essere chiamate a dare il proprio contributo, a rendere più ricca l’azione della chiesa, come “prima scelta”, per tutta una serie di compiti che non richiedono necessariamente il ministero sacerdotale; mentre oggi sono “fuori”, anche se disponibili, o impiegate in modo non conforme ai loro talenti. Il papa potrebbe fare molte cose: da gesti di forte carica anche simbolica, come il nominare una donna cardinale (senza problemi dottrinali, del resto in passato la presenza di laici tra i cardinali era abbastanza comune), a una chiara, forte e non troppo generica chiamata di tutto il “popolo di Dio” alla partecipazione, fino alla revisione di quelle norme e di quelle pratiche che pongono limiti non giustificati.

 

C’è poi un’altra questione in senso molto lato “organizzativa” sulla quale il papa potrebbe intervenire con forza. Una questione che da secoli e secoli segna il percorso del cristianesimo nella storia come scandalo per i credenti e i non credenti: la divisione delle chiese cristiane. Il superamento di tale divisione fu del resto indicato da Benedetto XVI in una dei suoi primi discorsi come una priorità. Certo, secoli  di separazione hanno creato di per sé soli ostacoli anche solo psicologici immani al ripristino dell’unità. Ma forse in questo tempo vi sono più che in passato le condizioni per chiudere la ferita, se non tra tutte le chiese, tra molte. Veniamo da decenni di dialogo ecumenico che non possiamo pensare sia stato del tutto inutile; alcuni dei contrasti dottrinali sono oggi meno drammatici; le stesse dimissioni di Benedetto XVI possono contribuire ad un ripensamento del ruolo del papa, tra i principali fattori di contrasto tra le chiese; la crisi del cristianesimo, che colpisce tutte le confessioni, deve indurre tutti ad essere più aperti a scelte coraggiose. E allora forse è questo il tempo per un’iniziativa forte, che non potrebbe che venire dal papa, al massimo livello anche simbolico come si confà alla storia del cristianesimo: indire, dopo un’adeguata (ma non senza limiti di tempo) preparazione, un concilio davvero ecumenico (non a Roma, per ovvie ragioni, ad Assisi forse) per recuperare tra molte se non tra tutte le chiese cristiane la piena comunione, ferma restando l’autonomia. Sarebbe un evento di portata incalcolabile per la cristianità e per il mondo. Nessuno, ovviamente, potrebbe escludere il rischio di un clamoroso fallimento dell’iniziativa papale. Ma se non ora, quando?

 

Nel loro rapporto con la chiesa, peraltro, gli uomini e le donne del nostro tempo vivono un distacco drammatico che non concerne almeno direttamente le questioni di cui sopra, ma quello che viene detto durante i riti. Alcuni vanno a messa tutte le domeniche, altri solo in occasione delle feste più importanti, altri ancora solo se invitati a un matrimonio o a una prima comunione o comunque solo occasionalmente, ma tutti o quasi sperimentano per lo più un distacco tra i loro pensieri e quel che viene detto. Non si tratta tanto del rito nelle sue parti prestabilite, anzi non di rado il rito riesce in qualche modo a coinvolgere, il momento del distacco avviene durante l’omelia. Il sacerdote parla secondo una sua scelta ed ecco, quasi sempre gli ascoltatori avvertono un distacco: capiscono le parole, le trovano magari anche “sensate”, ma quelle parole non si riferiscono alla loro paure, al loro dolore, alle loro speranze più profonde. E come se i celebranti (ferme restando le eccezioni, ovviamente) non conoscessero più i tormenti e i desideri degli uomini o comunque non avessero più parole di vita a riguardo. Ma su che cosa si è fondata la fioritura antica del cristianesimo? Su questa o quella dottrina? Sui rapporti col potere? Sulla disponibilità di risorse economiche? Tutte cose importanti queste, ma alla base della fioritura non è stata forse invece la capacità di rispondere alle angosce degli uomini e delle donne del tempo dando loro speranza? Oggi questa capacità molti di coloro che parlano nelle chiese sembrano non averla più. E allora, non dovrebbe il papa fare ogni sforzo per fa sì che in ogni chiesa risuonassero le parole giuste, quelle che credenti e anche non credenti aspettano? 

Ennio Codini

Lisdha News n 77, aprile-giugno 2013

18/12/2013