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Perchè non siamo solidali

Le rivoluzioni nel mondo arabo inquietano gli italiani e c’è poca partecipazione emotiva all’avventura drammatica di quei popoli. Per la paura dell’immigrazione, per la diffidenza nei confronti degli arabi, per la paura del cambiamento, per l’incapacità di provare entusiasmo e l’ossessione per i propri interessi. Ma è possibile guardare così alla storia del mondo?

Quando è iniziata la rivoluzione in Egitto ero a New York. Ho seguito la vicenda leggendo il New York Times e guardando la Cnn. E non ho potuto non ripensare a come i nostri quotidiani e la nostra tivù avevano seguito poco prima la rivoluzione tunisina.

Fatti simili narrati in modo quasi opposto. I giornalisti consueta preoccupazione.

Perché due modi di vedere così diversi?

americani in Egitto erano entusiasti, raccontavano l’affermarsi della libertà. I notiziari che avevo visto in Italia a proposito della Tunisia invece erano dominati dalla preoccupazione: trionferà il fondamentalismo? Verremo invasi da una marea di profughi?

La stessa collocazione fisica dei giornalisti marcava la differenza. I nostri, a proposito della Tunisia, erano sempre lontani dai luoghi dei fatti come ad esprimere freddezza. I giornalisti della Cnn invece erano in piazza fianco a fianco con i manifestanti a narrare la loro avventura.

Poi sono tornato in Italia. E ho ritrovato a proposito della fase finale della rivoluzione egiziana a della successiva rivoluzione in Libia il consueto distacco, la

 

Tornando in Italia ho notato che ad essere diverso non era solo l’atteggiamento dei media ma anche quello della gente.

A New York se si parlava delle rivoluzioni nel mondo arabo l’atteggiamento di fondo era di simpatia, un po’ come era stato a proposito nelle rivoluzioni che nell’Europa orientale avevano abbattuto il comunismo. E per gli stessi motivi. L’idea di fondo era: “Ecco, il vento della libertà che prima ha travolto il comunismo ora soffia anche contro i regimi dispotici e corrotti del mondo arabo. E questo deve essere per tutti i popoli liberi motivo di speranza e solidarietà”.

Tutto il contrario a Milano. A Milano in queste ultime settimane ho trovato quasi solo inquietudine a proposito delle rivoluzioni nel Nord Africa. E poca o nulla solidarietà; anzi, ho trovato non pochi interlocutori che non nascondevano una certa nostalgia per il regime di Mubarak e persino la speranza che Gheddafi potesse farcela a resistere.

Perché?

 

Qualcuno potrebbe osservare che, tanto per cambiare, tutto dipende da Berlusconi. Poiché Berlusconi era amico di Ben Alì, Gheddafi e Mubarak, per i molti milanesi che amano Berlusconi quei tre leader erano buoni.

C’è del vero, probabilmente. Ma non è certo bene ragionare così. I fatto di votare per un certo partito non dovrebbe mai far vanire meno la capacità di pensare con la propria testa. Prima penso e poi di conseguenza voto; non dovrebbe essere mai il contrario.

 

Qualcuno potrebbe aggiungere che pesa il fatto che noi siamo vicini all’Africa del Nord. Ma che cosa significa?

Anche i newyorkesi con cui parlavo della rivoluzione in Egitto si sentivano vicini a quei territori. Perché gli Usa sono una potenza globale e hanno sempre sentito particolarmente vicino il medio oriente. E poi i miei interlocutori erano per lo più amici di Israele: un motivo in più per sentire il medio oriente vicino.

La differenza principale è che da quei territori in Italia sono venuti molti immigrati. In effetti in questi mesi la maggiore preoccupazione degli italiani  è stata proprio quella di essere invasi da una nuova ondata migratoria. Molti pensano: con Ben Alì, con Mubarak e soprattutto con Gheddafi avevamo fatto dei buoni accordi per bloccare l’immigrazione verso l’Italia, adesso se quei regimi cadono salta tutto.

Un ragionamento sensato? Di per sé sì. E’ vero che gli accordi con i regimi nordafricani e soprattutto con la Libia nel 2009-2010 hanno ridotto di molto l’immigrazione di persone provenienti da quei paesi. Ed è anche ragionevole pensare che caduti quei regimi i flussi cresceranno perché se si affermeranno governi più liberali difficilmente questi governi vorranno impedire alla gente di uscire e certo non potranno farlo con i modi sbrigativi di un Gheddafi.

Ma quanta gente arrivava, prima degli accordi, attraverso il Mediterraneo? Venti-trentamila persone l’anno. Sembrano tante; ma non dobbiamo dimenticare che la maggior parte degli immigrati sono sempre arrivati in Italia secondo altri canali. Ne arriveranno di più adesso attraverso il Mediterraneo? Forse sì, il primo anno, come capita sempre quando salta un tappo; ma poi forse di meno, perché tutta l’immigrazione sta calando per effetto della persistente crisi economica.

Certo, sono cose da prendere sul serio. Ma non tali da dover dominare la nostra mente; tanti sono i problemi, tante sono le opportunità, non c’è solo l’immigrazione come incubo. In Francia nel 1989 sono arrivati più di sessantamila profughi; ma il paese non è crollato per questo e oggi è più ricco e più dinamico dell’Italia.

 

C’è poi un’altra ragione, forse la più profonda, per la quale gli italiani per lo più non sono solidali con quanti nel mondo arabo lottano per la libertà. Perché si tratta di arabi.

Sui  giornali non se ne parla; alla televisione men che meno; ma parlando con la gente appare evidente: non si può solidarizzare con quegli insorti perché si tratta di arabi e gli arabi sono malvagi.

L’idea suona straordinariamente brutale e rozza. Ma temo che le cose stiano proprio così.

Agli italiani per lo più gli arabi non piacciono. Perché hanno la pelle più scura, perché sono orgogliosi; perché (tutto al contrario degli orientali) non sorridono quasi mai e sono spesso polemici dicendosi vittima di ingiustizie antiche e recenti. Perché appaiono poco controllabili, con la loro lingua difficile da capire (sicché gli si vorrebbe imporre di usare solo l’italiano nei sermoni) e con la loro religione che non ha né vescovi e né un Papa.

Come si fa a solidarizzare con gente del genere?

I reporter americani vedono nelle piazze uomini e donne che lottano per la libertà; noi vediamo degli arabi e questo fa la differenza.

 

E poi c’è un motivo di carattere più generale che rende molti di noi inquieti davanti ai cambiamenti in atto nel mondo arabo.

E che gli italiani sono, per lo più, puramente e semplicemente inquieti davanti a qualsiasi cambiamento.

C’è l’immigrazione; siamo inquieti. La Cina cresce; siamo inquieti.

L’euro? Un disastro.

L’ultimo grande cambiamento che forse non ci è dispiaciuto è stato il crollo del Muro di Berlino. Ma sono passati più di vent’anni.

Perché non c’è fiducia, ci si sente deboli; c’è tanta paura di perdere quel che si ha e nessuna speranza di un mondo migliore.

Gli americani invece credono ancora nel futuro.

 

E poi siamo cinici. Come sia accaduto non lo so ma gli italiani per lo più sono diventati cinici. Davanti al cambiamento vanno subito a vedere se ci si può perdere qualcosa.

Anche gli americani pensano ai pro e ai contro. Ma non è il primo pensiero. Me li ricordo i servizi giornalistici dall’Egitto. C’era il momento dell’entusiasmo e poi c’era la riflessione anche preoccupata sui pericoli che potevano derivare per gli Usa dal prevalere di gruppi fondamentalisti o comunque antiamericani o antisionisti. Ma poi. Noi invece rinunciamo al primo pensiero per andare subito al secondo e rinchiuderci dentro di esso.

 

Ma chiediamoci: come si fa a guardare a un cambiamento straordinario come quello che sta realizzandosi nel mondo arabo con occhi così incrostati di paure, pregiudizi, incomprensioni, ossessioni, manie e cinismo? Come si fa?

E come potremo più in generale andare avanti dentro la storia del mondo pensando così?

Davvero, riflettendo, questo distacco inquieto di tanti davanti a popoli che si muovono rivendicando i propri fondamentali diritti rivela, più di tante altre cose, i mali di un paese debole e stanco.

Tuttavia, come spesso accade, la rivelazione non deve essere temuta bensì accettata per quella che è, una rivelazione appunto tale che a guardarla in faccia si può sempre trovare il modo di essere migliori

Ennio Codini

     Lisdha News n 69, aprile.giugno 2011       

              

18/12/2013