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Qualche verità su profughi, migration compact, trafficanti e hotspots

“Bisogna anzitutto aiutarli a casa loro”, “La soluzione è il migration compact”, ”Sono quasi tutti migranti economici da espellere”, “Ciò che conta è combattere gli scafisti”. Questi slogan dominano il dibattito sui migranti che cercano di arrivare sulle nostre coste. Ma come stanno davvero le cose?

Si parla molto di profughi. Quasi tutti i discorsi però trascurano i veri nodi della questione e troppo spesso si sentono dire sciocchezze. Proviamo a considerare quelli che dovrebbero essere i punti di partenza d’ogni riflessione.

Si sente spesso dire che si potrebbero ridurre il flussoi “aiutando le persone a casa loro”. Ma non possiamo far molto per aiutare i siriani in Siria o gli yemeniti nello Yemen dove pure infuria una guerra civile di cui poco si parla; non possiamo nemmeno aiutare “a casa loro” gli eritrei che fuggono da un regime autoritario. In generale dove dilaga la violenza o è all’opera la repressione c’è poco spazio per l’aiuto.

Può servire invece a frenare i flussi aiutare i territori vicini alle aree di crisi dove anzitutto si riversano le persone in fuga, pensiamo al Libano “invaso” dai siriani o al nord del Kenia dove sono fuggiti molti somali. Molti cercano di arrivare da noi perché nei paesi dell’Africa o del Vicino oriente dove anzitutto li porta la loro fuga si trovano a vivere in condizioni drammatiche. Però non dobbiamo illuderci: si tratta spesso di territori poveri e/o di luoghi dove i diritti umani non sono rispettati, e si trovano ad ospitare centinaia di migliaia se non milioni di profughi. Intervenire dall’esterno per renderli all’altezza del compito è difficile, e comunque non possiamo attenderci grandi risultati nel breve periodo, non riusciamo nemmeno a rendere la Grecia davvero capace di accogliere dignitosamente i profughi che arrivano sulle sue coste….

I politici, che cercano soluzioni sbrigative, parlano di un migration compact che dovrebbe ridurre i flussi. Lo si presenta come un programma di aiuti, in realtà l’idea è quella dello scambio: dare aiuti ad alcuni paesi africani ottenendo in cambio che chiudano le loro frontiere così da impedire ai profughi di arrivare da noi. Magari senza certe atrocità estreme, sembra la riedizione nel nostro vecchio accordo con Gheddafi che in effetti aveva fatto calare i flussi provenienti dalle coste libiche. Ma dobbiamo essere onesti con noi stessi: se non si rendono i paesi di transito “accoglienti” per i tanti profughi che dovrebbero trattenere, e non è certo un obiettivo facile da raggiungere, simili accordi equivalgono a dire che noi i profughi non li vogliamo e siamo pronti a pagare qualcuno perché faccia il lavoro sporco di tenerli a tutti i costi lontani da noi. Siamo così disperati?

Qualcuno però dice che quelli in arrivo non sono tutti profughi, che sui barconi ci sono anche persone che fuggono semplicemente dalla povertà, e allora l’idea di “aiutarli a casa loro” perché non vengano sarebbe sensata, e prima ancora la logica del migration compact non sarebbe ingiusta trattandosi di persone che, diversamente dai profughi, non hanno diritto di essere accolte. Ma se è vero che sui barconi ci sono anche migranti economici, il ragionamento è comunque sbagliato.

Anzitutto perché chi fugge dalla povertà non è in realtà poverissimo, altrimenti non avrebbe i mezzi per pagarsi un viaggio che costa migliaia di dollari, cerca solo un futuro migliore; e allora le classiche politiche di aiuto ai paesi poveri che se va bene al più sollevano alcune persone dalla miseria estrema paradossalmente possono portare ad avere più migranti, dando a più persone la possibilità di progettare concretamente un futuro migliore in Europa. Questo non significa che tali politiche siano sbagliate, ma che è falso presentarle come possibili rimedi per i flussi incontrollati di migranti economici. Se non vogliamo questi flussi, perché non cominciamo invece a rivedere le nostre regole sull’ingresso che oggi praticamente non danno chance ad esempio a un giovane africano che vorrebbe venire da noi a lavorare onestamente?

Quanto poi all’idea di trovare, pagando, un po’ di stati africani disposti a bloccare solo i migranti economici, essa è impraticabile, perché i flussi sono misti – profughi e migranti economici insieme – e questi stati non analizzerebbero certo i singoli casi per separare gli uni dagli altri secondo regole giuste sicché alla fine anche i profughi resterebbero fuori.

E’ chiaro comunque che qualsiasi cosa  si faccia nei prossimi mesi decine di migliaia di persone lasceranno le coste nordafricane per tentare la fortuna sui barconi diretti verso le nostre acque, e molte moriranno.

Davanti a questo dramma si punta il dito con insistenza contro gli scafisti. Ma così rischiamo di non vedere le nostre responsabilità. Gli scafisti non sono  mossi da motivi umanitari e spesso violano ogni standard etico. Ma detto questo, dobbiamo anche ammettere che per migliaia e migliaia di persone sono l’unica speranza. Perché i governi europei non sono riusciti a trovare un modo per consentire ai profughi di arrivare nel nostro continente senza passare dagli scafisti. Nemmeno per le persone in più evidente bisogno di protezione è disponibile un qualche visto umanitario. No, se vogliono fuggire da noi devono rivolgersi agli scafisti: in un certo senso siamo noi che li consegniamo a loro. Possiamo in coscienza accettare questo?

In ogni caso, molti migranti arriveranno infine sulle nostre coste. E che cosa faremo? Anzitutto li porteremo in un qualche hotspot. E’ questa una delle ultime novità. Di per sé una soluzione corretta: bisogna subito assistere, identificare e capire se la persona intende chiedere asilo, e questo appunto dovrebbe avvenire negli hotspots.

Ma c’è un aspetto equivoco in questa vicenda degli hotspots: molti pensano che debbano servire a separare rapidamente i profughi – si dice: pochi – dai migranti economici che sarebbero la maggioranza e andrebbero rimpatriati in quanto irregolari. Non è così. Perché non è possibile questa rapida separazione: per accertare se una persona ha diritto d’asilo bisogna compiere valutazioni spesso complesse (si pensi alla difficoltà di accertare se una persona è perseguitata per la sua fede). Gli hotspots possono servire solo a separare coloro che intendono chiedere asilo dagli altri arrivati irregolarmente. Prevedibile l’osservazione: molti allora chiederanno asilo comunque anche senza essere profughi per evitare intanto il rimpatrio e beneficiare dell’assistenza. Sì, il rischio esiste, ma c’è un modo per affrontarlo senza trasformare gli hotspots in luoghi dove si seleziona arbitrariamente: esaminare celermente le domande d’asilo. I pochi giorni di transito nell’hotspot certo non possono bastare, ma non c’è motivo per impiegare anche più di un anno come invece spesso avviene in Italia. Facendo così si separerebbero comunque tempestivamente i profughi dai migranti economici, oltretutto scoraggiando questi ultimi dal far finta di essere quello che non sono.     

21/07/2016